Cronaca
Commenta3

Business illeciti nell'edilizia e contatti con la 'ndrangheta Per il 'boss' chiesti 10 anni

Nelle foto, alcuni degli arrestati nel 2015 durante l’operazione delle Questure di Cremona e Brescia con il coordinamento dalla procura di Cremona

Nel processo al ‘boss’ Giovanni Iannone e ad altri nove imputati coinvolti in attività illecite legate principalmente a truffa, appropriazione indebita, bancarotta fraudolenta e riciclaggio attraverso società edili e di movimento terra, per il principale accusato, Giovanni Iannone, 60 anni, originario di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, a cui era contestata l’aggravante di stampo mafioso, il pm Lisa Saccaro ha chiesto una pena di 10 anni, due mesi e 4.500 euro di multa.

Chieste condanne anche per gli altri imputati: Stefan Dragos Babei 4 anni, Antonio Del Ponte assoluzione, Oscar Bertini non doversi procedere per intervenuta prescrizione, Walter Mair 6 anni e 4 mesi e 8.000 euro di multa, Artjan Bylyku 4 anni e 5.000 euro di multa, Lorenzo Pisaroni assoluzione, Giuseppe Cardinale 3 anni e 900 euro di multa, Mattia Confortini 3 anni e 900 euro di multa,  e Rosario Montelione non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

L’accusa è quella di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, all’appropriazione indebita, al riciclaggio, al falso documentale, al trasferimento fraudolento di valori, ad atti estorsivi, a distrazione di beni, a dichiarazione fraudolenta con fatture per operazioni inesistenti. Martedì la sentenza.

L’operazione cremonese su edilizia, illeciti e legami con la ‘ndrangheta era culminata nell’aprile del 2015 e aveva portato all’arresto di dodici persone, tra cui il presunto capo dell’intero sodalizio, difeso dall’avvocato cremonese Raffaella Parisi.

Il quadro accusatorio ruota attorno all’appropriazione illegale di mezzi da lavoro noleggiati o in leasing attraverso società del settore (aperte o acquisite quando in difficoltà) e prestanome. I mezzi, i cui valori potevano arrivare a 100-200mila euro, finivano a ricettatori italiani e stranieri e prendevano in particolare le vie dell’Albania e della Libia. Ne sarebbero spariti a decine.

Un’indagine complessa e lunga, fatta di intercettazioni telefoniche e ambientali, di pedinamenti e di appostamenti. Emersi anche metodi violenti nella gestione delle società, ad esempio nella riscossione di crediti. Secondo quanto ricostruito, le società venivano spolpate e utilizzate per propositi criminali prima di fallimenti pilotati. Nel corso dell’indagine è stato possibile ricondurre all’organizzazione, nel complesso, otto società, tutte operanti nel settore del movimento terra e attualmente dichiarate fallite.

Le investigazioni hanno inoltre documentato rapporti tra il sodalizio di Cremona e alcuni personaggi legati alla ‘ndrangheta del Crotonese, tra cui Francesco Lamanna, ritenuto il referente nel Cremonese della cosca Grande Aracri di Cutro. Il sospetto è che una parte dei mezzi sottratti sia stata dirottata nel cutrese.

In aula il 18 febbraio dell’anno scorso aveva testimoniato Salvatore Muto, diventato collaboratore di giustizia a ottobre del 2017. Muto, sentito in videoconferenza di spalle dal carcere in cui è rinchiuso, aveva detto che Giovanni Iannone aveva ricevuto il ‘battesimo’ per entrare nella ‘ndrangheta, e che era alle dipendenze di Lamanna, che Iannone conosceva dagli anni ’80. “Quando si fa parte della ‘ndrangheta’, aveva sostenuto il pentito in una lunga deposizione, “si decide la morte o l’affiliazione di qualcuno. Una volta che si entra non si può più uscire, tranne in caso di grossi problemi di salute, per cui si viene messi a riposo”.

Proprio in seguito a quella testimonianza, a Iannone è stata contestata l’aggravante di stampo mafioso. “Muto non aggiunge nulla”, ha detto oggi il difensore di Iannone, l’avvocato Raffaella Parisi. “E’ un teste poco attendibile e lacunoso, si ricorda a spot solo alcune circostanze. Dice di aver lavorato per Iannone ma poi non si ricorda nulla. Una testimonianza fatta ad hoc per screditare il mio cliente dicendo che dove c’era lui c’era l’illegalità. Iannone invece non è promotore di alcuna associazione di stampo mafioso. L’unico che lo ha considerato tale è un uomo della ‘ndrangheta poi diventato collaboratore di giustizia”. L’avvocato ha poi ricordato che al processo nessuno si è costituito parte civile e che Iannone non è un criminale. “Il mio assistito ha infatti un casellario giudiziario molto limitato, con reati lievi”.

Per la stessa indagine erano già stati condannati Antonio Iannone, crotonese, il figlio di Giovanni, e Carlo Iannone, fratello di Giovanni. Antonio e Carlo erano già stati processati con il rito abbreviato e condannati, Antonio a due anni e sei mesi, e Carlo a sei mesi. Molti episodi erano caduti in prescrizione. Antonio era stato condannato per un episodio di bancarotta fraudolenta, mentre Carlo per una truffa.

Sara Pizzorni

© Riproduzione riservata
Commenti