Opera al Ponchielli, il 31 ottobre
in scena "Così fan tutte"

Mancano solo pochi giorni al debutto di Così fan tutte ossia La scuola degli amati, al Teatro Ponchielli giovedì 31 ottobre ore 20.00 (replica 3 novembre ore 15.30), opera composta da Wolfang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte e che fu un successo già dalla prima rappresentazione nel 1790 a Vienna.
Una trama coinvolgente con protagonisti quattro giovani, due sorelle e i rispettivi pretendenti, che scoprono la vita nelle sue manifestazioni più importanti: l’amicizia, l’amore, l’odio e il tradimento. Il capolavoro mozartiano verrà proposto in uno storico allestimento che porta la firma di Mario Martone, messo in scena al Teatro San Carlo di Napoli nel 1999 e ripreso per il debutto cremonese da Raffaele Di Florio.
A dirigere l’orchestra dei Pomeriggi Musicali sarà il Maestro Federico Maria Sardelli, compositore, flautista, musicologo, pittore, incisore e autore letterario e spesso ospite del Monteverdi Festival con il suo ensemble Modo Antiquo.
Dopo Le nozze di Figaro, andato in scena nei Teatri di OperaLombardia nella Stagione 2015/16, e Don Giovanni della Stagione 2022/23, Così Fan Tutte chiude il trittico Mozart-Da Ponte che portano la firma di Martone.
Le donne son tutte civette, gli uomini son tutti creduloni, almeno gli innamorati. Basta saperlo e regolarsi di conseguenza. A prima lettura la trama è questa, misogina e un po’ qualunquista e anche molto tradizionale, con le due coppie di innamorati (Fiordiligi e Gugliemo; Dorabella e Ferrando) che si amano, si indispettiscono e si riconciliano, con la serva intrigante (Despina), pronta a consigliare, tradire e ricomporre, il vecchio un po’ philosophe (Don Alfonso) che conduce il gioco e, dopo aver scomposto la trama a suo piacimento, la ricompone nella formazione originaria.
Ma Così fan tutte è la terza opera del team dei capolavori di Mozart e da Ponte ed è, forse anche preteritenzionalmente, un capolavoro assoluto. La sua genesi non è filosofica, anzi banalmente contingente, ma l’esplicita complessità e potenza delle due opere precedenti (Le nozze di Figaro, del 1786, e Don Giovanni, del 1787) non devono farle ombra. Ormai da tempo critica e pubblico le riconoscono quella malinconica profondità che pare sorgere direttamente come ribaltamento del Don Giovanni e che restituisce, nell’apparente frivolezza di un puro gioco teatrale, il senso di una maturità esistenziale che ha compreso i limiti delle speranze e delle utopie.
Meglio allora (non dimentichiamo che tra le prime e l’ultima di questa trilogia italiana è passata la botta iniziale della Rivoluzione francese) acconciarsi alla vita com’è, vivere l’illusione come tale, scovandone tra le pieghe gioie, speranze, occasioni di conoscenza, consumando nel piacere della pura teatralità quello che fuori è solo illusione. Meglio affidare alla giovinezza, e al suo privilegio di inesperienza che le assegna il diritto all’illusione, il compito di guidare lo spettatore sull’insidioso cammino della conoscenza.
È proprio il senso della giovinezza a permeare questa collaudatissima e sempre splendida ripresa mozartiana grazie all’originale allestimento del teatro San Carlo di Napoli. Amore e curiosità per i giovani, non giovanilismo, dio liberi, anzi il suo contrario, presa di coscienza di un’incolmabile differenza, curiosità saggia che, pur sapendo, non cessa di stupirsi. Questo saggio stupore è la sigla di uno spettacolo a firma di Mario Martone.
La regia discende direttamente dalle grandi interpretazioni mozartiane di Strehler (ricordare anche soltanto Le nozze scaligere) e dalle più recenti prove di Peter Brook. Di quelle memorabili prove questa creazione dell’artista partenopeo ha il senso preciso del limite assegnato al regista dal gioco delle parti nell’allestimento operistico: quella titanica e insieme umile creatività che i due grandi hanno sempre messo al servizio del testo (musicale e drammaturgico insieme), sfuggendo agli eccessi del narcisismo individuale.
Le invenzioni sono tutte funzionali all’esaltazione della drammaturgia, sottolineano e indicano passaggi e momenti di pathos e di azione. L’essenza del dramma giocoso è esaltata in un avvicinamento al pubblico che rispetta gli spazi del teatro all’italiana con l’inserimento di semplici praticabili laterali e l’uso sobrio e pertinente delle “entrate” dalla sala; gli sfondati ospitano squarci di marine e barconi, ma il fulcro della vicenda sono i due letti “fratelli” posti su un’ampia pedana leggermente aggettante sulle teste degli orchestrali, anch’essi, da questo semplice artificio, avvicinati alla scena ma non oppressi. Vicine in un amalgama inscindibile risultano così tutte le componenti del gioco: la meravigliosa orchestra e la compagnia di canto splendente di giovinezza.