Lettere
Referendum, Bonaldi per il No: "La riforma mette il Pm sotto il controllo dell'esecutivo"
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Stefania Bonaldi, Segreteria Nazionale Pd
L’occasione della bella e partecipata iniziativa di autofinanziamento del Comitato per il No al Referendum sulla magistratura di ieri sera a Crema, mi offre l’opportunità di ribadire perché voterò NO.
Il referendum viene presentato come una riforma di buon senso, un intervento tecnico per “modernizzare” la giustizia. Ma chi conosce il sistema sa che non è così: dietro la retorica della separazione delle carriere si nasconde un disegno diverso, che indebolisce i giudici e rafforza il controllo della politica sul pubblico ministero.
È innanzitutto una riforma inutile, perché la separazione delle carriere esiste già. Da anni si ripete che giudici e PM “fanno carriera insieme”: è falso. Meno di 40 magistrati l’anno cambiano funzione su oltre 9000, e la riforma Cartabia ha ulteriormente consolidato questa distinzione. Se si fosse voluto intervenire, sarebbe bastata una legge ordinaria per prevedere due concorsi separati.
Non serviva toccare la Costituzione!
Il cuore del problema è che questa riforma indebolisce i giudici e rafforza i PM. Il pubblico ministero, che già coordina la polizia giudiziaria, avrebbe un proprio CSM separato e autoreferenziale, con il rischio di una competizione interna basata sul numero di indagini e accuse. In questo scenario il magistrato diventa più solo, più esposto, meno protetto. E un magistrato debole è un problema per i cittadini.
Il sorteggio dei membri del CSM è poi una falsa soluzione, se non una farsa. Il CSM funziona perché rappresenta sensibilità diverse, scelte da una comunità professionale. Il sorteggiato non risponde a nessuno, non ha un mandato, non ha legittimazione. È più influenzabile, non meno. È la rinuncia alla democrazia interna. E poi: chi sceglierebbe per sorteggio il proprio medico, il proprio avvocato, il funzionario cui affidare una pratica?
Il vero obiettivo della riforma è evidente: mettere il PM sotto il controllo dell’esecutivo. Le dichiarazioni di vari esponenti della maggioranza lo confermano. Lo ha detto persino il ministro Nordio, quando ha sostenuto che la riforma “conviene anche a chi governerà domani”. Ma non deve convenire a nessuno, se non ai cittadini!
E qui casca l’asino, la riforma non risolve nessuno dei problemi veri della giustizia ne’ tantomeno i casi di malagiustizia. Riguarda solo il processo penale, intanto, e poi non affronta nessuna delle piaghe del sistema: durata dei processi, carenza di personale, digitalizzazione incompleta, uffici fatiscenti. I dati sono drammatici: mancano 1800 magistrati, il 40% del personale amministrativo è assente, un processo civile dura oltre 900 giorni.
Nulla di tutto questo viene toccato.
Questa non è la riforma della giustizia.
È una riforma identitaria, ideologica, che non interviene sui nodi reali. È un tassello di un disegno più ampio, evidente nei continui attacchi del Governo alla magistratura, accusata di bloccare opere come il Ponte di Messina, riforme come l’Autonomia differenziata, disegni inumani come il CPR in Albania, di minare persino la sicurezza del Paese, dimenticando che i magistrati applicano le leggi e che il potere legislativo da quattro anni è nelle mani della maggioranza al governo.
Non si tratta di evocare fantasmi, ma di leggere una tendenza. Il referendum, insieme alla proposta di riforma del Premierato, che concentra un potere enorme nelle mani del capo del governo, rappresenta un passo verso lo smantellamento della separazione dei poteri così come voluta dai costituenti.
Fermare questa deriva è un dovere democratico. Per queste ragioni, come cittadina, come avvocata e come componente della Segreteria Nazionale del Partito Democratico voterò con convinzione NO.
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