Cronaca

Verso il viaggio della memoria: al Torriani inaugurata la mostra sul Generale Barbò

A presentare agli studenti fotografie e documenti la nipote del partigiano Silvia Rivetti Barbò

La mostra sul Generale Barbò al Torriani di Cremona
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Fotografie, stampe e documenti per il racconto di una storia familiare che serva da monito per le nuove generazioni.
Il percorso dei ragazzi dell’Istituto Torriani di Cremona verso il viaggio della memoria nella mattinata di venerdì si è arricchito di una nuova tappa, con la presentazione nell’atrio della scuola di Via Garofalo della mostra “Storie di mio nonno generale Guglielmo Barbò”, partigiano assassinato nel campo di concentramento di Flossenburg.
Un collegamento importante, visto che proprio l’ex campo nazista in Germania sarà al centro della visita di una delegazione di studenti nei primi giorni di aprile.

“Una figura molto importante e significativa – spiega Ilde Bottoli, responsabile del progetto ‘Viaggio della Memoria’ -, che non ha esitato a spendersi nell’attività di resistenza ed è stato assassinato. I ragazzi attraverso la mostra e l’incontro di mercoledì 18 febbraio sulla storia del campo di Flossenburg saranno preparati e consapevoli ad affrontare la visita di questo luogo, che è stato uno dei più tra i più terribili della Seconda guerra mondiale”.

La mostra racconta attraverso fotografie simboliche la vita del partigiano, le sue diverse catture – la prima dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 – e delle diverse fughe, fino all’arrivo a Flossenburg e alla morte.
Una vita spiegata dalla nipote Silvia Rivetti Barbò, curatrice della mostra e di una particolare ricerca sul nonno.

“Ho scoperto soltanto nel 2012 – racconta – attraverso una relazione del campo di Flossenburg come è stato ammazzato. Da questo io ho iniziato la mia ricerca su mio nonno e adesso ho allestito una mostra che sta diventando itinerante. Qui a Cremona c’è una sezione dell’Arma di Cavalleria: il nonno era un cavaliere e la sezione dell’Arma di Cavalleria di Cremona è intitolata a due medaglie d’argento, di cui una è mio nonno, per cui intitolata al generale Barbò”.

“Il nonno – ripercorre poi la donna – dopo l’8 settembre è riuscito a fuggire. Lui era comandante della caserma di Pinerolo, la scuola di cavalleria dove si imparava a fare guerra a cavallo. Subito dopo l’8 settembre la scuola è stata circondata dai nazisti ed è stata deportata via Mantova verso la Germania. Lui riesce a buttarsi giù dal treno addirittura a Malagnino, qui vicinissimo a Cremona, e a piedi, in bicicletta, in macchina, in treno è andato in Piemonte, a Biella. Da lì è andato a Oropa, dove c’è un grosso santuario dell’Italia nord-occidentale. La resistenza inizia nelle montagne e lui, essendo fra i generali fuggiti, viene ricercato. Sfugge a un altro tentativo di cattura”.

“Entra nella resistenza piemontese – prosegue – ed è di collegamento con le bande della Valdossola. Di lui si sa molto poco per quanto riguarda questo versante: nella ricerca c’è poca documentazione perché fa parte del SIV, il Servizio di Informazione Militare, ossia l’intelligence, e ovviamente non si potevano fare dei nomi. In questo suo percorso, che va dalla fine di novembre del ’43 fino al luglio del ’44, viene catturato altre due volte. L’ultima volta è stata fatale: a Milano, nell’ufficio dell’avvocato Elmo. Il nonno era liberale, l’avvocato Elmo era liberale, faceva parte del CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale. Alla fine di ogni mese questi militari, perché era un centro militare, andavano in questo ufficio per ricevere i fondi per finanziare le bande e avere le direttive”.

“In seguito a una soffiata sono entrate le SS nell’ufficio. Si sono barricati lì dentro per cinque giorni, aspettando che mano a mano arrivasse tutto il gruppo. Li hanno presi tutti e li hanno deportati. Qui io faccio vedere – perché è molto importante ed è una delle gioie di chi fa una ricerca – che negli anni ’90, dunque oltre 40-50 anni dopo i fatti, è stato scoperto in un deposito del carcere di San Vittore a Milano il matricolario delle SS, ossia il registro di tutti quelli che erano entrati e usciti dal carcere delle SS. Abbiamo il gruppo del nonno, il quale aveva coalizzato intorno a sé i suoi ex soldati, e abbiamo l’elenco dei suoi soldati arrestati insieme a lui”.

“In seguito all’eccidio di Piazzale Loreto – nel quale vengono barbaramente uccisi 15 partigiani, 15 prigionieri – le SS decidono di evacuare il 6° raggio del carcere di San Vittore da tutti i politici. Saranno 170 quelli caricati su carri e portati al campo di smistamento di Bolzano, perché siamo a sud del Brennero, da dove poi venivano deportati in Austria, Germania, Cecoslovacchia, Polonia. Lui, essendo un politico, viene classificato come deportato politico dalle SS: i prigionieri politici erano contraddistinti da un triangolo rosso”.
“Il 7 settembre ’44 – chiude il racconto Silvia Rivetti – viene deportato con tre dei suoi soldati. Morirà il 14 dicembre ’44. Dieci e quindici giorni dopo moriranno altri due: un giovanissimo tenente dei carabinieri, Angelo Dragone, e uno studente, Lauro Vezzani”.

“La memoria di quanto è stato è molto importante – aggiunge Ilde Bottoli -, soprattutto oggi, perché dopo la scomparsa purtroppo di numerosi testimoni, di cui non possiamo più ascoltare la voce, vedere i volti mentre rievocano queste storie terribili. Bisogna che il lavoro di memoria, a fronte anche del riaffiorare di ideologie razziste – che sono state quelle che hanno determinato o hanno agito in modo determinante per provocare quella grande sventura che è stato il nazismo e anche il fascismo – venga portato avanti con convinzione“.

“Abbiamo assolutamente il dovere della memoria – conclude la docente -, ma una memoria che deve essere supportata da una profonda conoscenza storica e che va a toccare il cuore dei ragazzi, soprattutto quando visiteremo i luoghi. Proprio lì siamo consapevoli che, nonostante oggi abbiano un aspetto molto diverso, in quei luoghi sono venute e sono morte circa 80.000 persone, nel caso del campo di Flossenburg”.

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