In casa senza luce e gas, raggirata dal rappresentante. "Mi sono fidata e mi vergogno"
L'imputato avrebbe fatto credere alla vittima, da poco vedova, che le avrebbe fatto riottenere il riallaccio delle utenze disattivate per morosità
Si era trovata per quattro mesi a vivere in casa senza luce e gas, tanto che per un periodo era stata costretta a chiedere ospitalità a sua madre. Tutto per colpa di una truffa messa in atto, secondo l’accusa, da Massimo, 54enne milanese, agente per la fornitura di energia elettrica e di gas. L’uomo e la moglie sono a processo per truffa.
“Per quindici anni si è occupato dei contratti relativi alle nostre quattro proprietà”, ha raccontato in aula Maria (nome di fantasia), diventata vedova nell’ottobre del 2019. Era suo marito, a cui erano intestati i contratti di fornitura, a tenere i rapporti con l’imputato, e fino a quando era in vita, tutto era filato liscio.
“Nel 2019, in seguito al decesso di mio marito”, ha raccontato Maria, “ho fatto richiesta della voltura a mio nome“. Ed è proprio in quel momento che l’imputato avrebbe approfittato della fragilità della donna, facendole falsamente credere che le avrebbe fatto riottenere il riallaccio delle utenze disattivate per morosità e che si sarebbe attivato per il pagamento delle bollette a lei intestate.
“Mi diceva che c’erano delle bollette vecchie o altre utenze che non erano state pagate”, ha spiegato Maria, che versava il denaro a Massimo affinchè saldasse le varie utenze. Mentre invece nessuna delle bollette era stata saldata.
Nel 2021, la donna, sommersa dalle chiamate dei gestori, si era anche ammalata di Covid, e ad un certo punto era stata lasciata senza luce e gas. “Io gli chiedevo spiegazioni, ma lui sosteneva di aver pagato“.
Complessivamente l’imputato si sarebbe trattenuto quasi 30.000 euro. “Mi sono fidata di lui“, ha raccontato Maria, “e per questo mi sono vergognata. Non dormivo la notte e non ho mai detto nulla nemmeno a mio figlio”.
Quando il figlio era venuto a sapere ciò che stava accadendo, aveva chiamato i fornitori, facendosi inviare le fatture non saldate. Madre e figlio avevano poi pagato tutti gli arretrati e non avevano più risposto alle chiamate dell’imputato.
Per l’accusa, Massimo, in concorso con la moglie, tra il gennaio del 2020 e il marzo del 2021 aveva fatto emettere dalla vittima 31 vaglia postali per un importo complessivo di 6,290 euro; si era fatto accreditare sulla carta Postepay intestata alla moglie, 27 operazioni di ricarica per 3,231 euro e le aveva fatto disporre 103 bonifici bancari tratti sul suo conto corrente cointestato con il figlio per 10,269 euro.
Sempre con il pretesto di attivarsi per farle riallacciare le utenze di luce e gas, l’imputato aveva inoltre inviato sulla mail personale di Maria un elenco di fatture emesse dal gennaio del 2020 al marzo del 2021 per 1,290 euro, delle quali la donna aveva versato il corrispettivo per “prestazioni mai effettuate” dall’imputato, e in favore di “ditte individuali e studi legali inesistenti”.
“Con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando dello stato di fragilità psicologica e fisica della vittima, già provata per la morte del marito e che nel gennaio del 2021 aveva contratto il Covid, obbligandola per un lungo periodo a vivere nella propria abitazione senza poter usufruire dei servizi di luce e gas”.
Nel processo, la difesa è rappresentata dall’avvocato Consuelo Beber. Il prossimo 18 maggio saranno sentiti i testimoni della parte civile.