Biologa tunisina "ripudiata": tre anni al marito. "Lei, ostaggio del nucleo familiare"
Marito condannato a tre anni per maltrattamenti. Dopo le richieste di aiuto, la vittima si è dimostrata "motivo di stimolo per altre donne rifugiate". Risarcimento di 10.000 euro
“Dopo le nozze, la sua vita è stata stravolta. E’ una donna laureata, dunque non una sprovveduta, ma si è trovata ostaggio del nucleo familiare del marito. Con coraggio è riuscita a fuggire, si è affidata ad un centro antiviolenza ed è anche stata di stimolo per le altre donne rifugiate“. Lo ha sostenuto nelle sue conclusioni l’avvocato Romana Perin, del Foro di Varese, parte civile per una giovane tunisina vittima dei maltrattamenti, soprattutto di natura psicologica, da parte del marito.
Omar (nome di fantasia), 32 anni, l’imputato, è stato condannato a tre anni, la stessa pena chiesta dal pm, e ad un risarcimento di 10.000 euro. Il pm, nel chiedere la condanna, aveva parlato di “clima omertoso in famiglia”.
Il 3agosto del 2021, Omar aveva sposato la cugina Sara (nome di fantasia), 26 anni, giovane tunisina laureata nel suo paese in Biologia molecolare e cellulare. Il loro era stato un matrimonio d’amore. Il 29 ottobre del 2022, lei, dopo aver vissuto dai suoceri, aveva raggiunto il marito, che lavorava in Italia, e la coppia era andata ad abitare a casa del fratello di lui che viveva con la moglie e il loro bimbo.
I problemi che la coppia già aveva in Tunisia per via dei cattivi rapporti tra Sara e la famiglia di Omar, soprattutto con la suocera, non si erano risolti nemmeno in Italia. Problemi che hanno portato il 32enne, ora ex marito, a finire a processo con l’accusa di maltrattamenti. “Ero sempre in casa, facevo la casalinga per la famiglia”, aveva raccontato Sara. “che usciva solo per fare la spesa e per frequentare un corso di italiano. “Ma non potevo avere amicizie. Mi hanno anche tolto il telefono, che mi davano ogni tanto solo per chiamare mia cognata che era spesso in ospedale per problemi di salute”.
Secondo la testimonianza della 26enne, il marito, durante i litigi, la insultava e la minacciava. “Schifosa, sei un’asina, non capisci niente”, le diceva. “Qui in Italia non puoi vivere”. “Urlava, mi ha anche sputato addosso“, aveva detto la giovane tunisina, che chiedeva inutilmente al marito di avere una maggiore libertà. “Tranne uno spintone, però, non ci sono mai state violenze fisiche. Mio cognato era d’accordo con mio marito, e mia cognata vedeva che mio marito mi maltrattava, ma faceva finta di niente“.
Due anni dopo il loro matrimonio, l’imputato la voleva ripudiare. Lo zio di lei, che aveva sposato la sorella di suo marito, aveva divorziato, e in famiglia, soprattutto la madre dell’imputato, lo avrebbero influenzato affinchè anche il 32enne lasciasse la moglie. E così era stato.
Un giorno lui le aveva comprato un biglietto aereo per tornare in Tunisia. Alle 4 del mattino le aveva restituito il telefono e l’aveva lasciata alla stazione di Milano Bovisa per farle prendere il treno per raggiungere l’aeroporto di Malpensa. Ma una volta lì, da sola, la ragazza non si era imbarcata. Se fosse tornata a casa, sarebbe stata allontanata sia dalla propria famiglia che da quella di lui, con il pensiero che andava alla prima moglie del fratello di suo marito: ripudiata, tornata in Tunisia e presa a botte.
La giovane, seppur con scarsissima conoscenza dell’Italiano, si era rivolta alla polizia della Malpensa a cui aveva raccontato la sua storia. “Ho chiamato la mia famiglia che non sentivo da tre mesi”, aveva raccontato la giovane, che aveva trovato ospitalità a casa di una parente in provincia di Varese. “Non mangiava, era terrorizzata dalla famiglia di lui“, aveva riferito in aula la parente. Poi Sara sveva contattato Donnasicura, l’associazione che aiuta le donne vittime di violenza, ed era stata collocata in una casa rifugio e ha potuto rifarsi una vita.
La difesa dell’imputato ha invece cercato di “minare” l’attendibilità della vittima, sostenendo che il processo si è basato esclusivamente sulle sue dichiarazioni che non sono state confermate dai testimoni sentiti nel corso delle udienze, compresi quelli del pm. Non vero nemmeno l’asserito “isolamento sociale” della ragazza: “il marito voleva che frequentasse un corso di italiano“, ha sostenuto il difensore, che ha sottolineato che la giovane non poteva lavorare non perchè il marito glielo impediva, ma perchè sprovvista del permesso di soggiorno”.