Hicari Sport, ex titolare assolta dalla bancarotta: "Capita la mia buona fede"
Al centro dell'iter giudiziario, la crisi che aveva riguardato l'azienda, rinomata per essere punto di riferimento di società sportive del settore ciclistico.
Finita nei guai giudiziari per bancarotta, Maria Cristina Chiari, 60 anni, cremonese, ex imprenditrice, titolare della Hicari Sport di Spinadesco, è stata assolta “per insussistenza dei fatti contestati“. “Ho finalmente ripreso a dormire”, ha commentato, “dopo aver passato anni difficili. Per una persona per bene che sa di non aver fatto nulla, è molto provante”.
Al centro dell’iter giudiziario, la crisi che aveva riguardato la sua azienda. “Una sua creatura”, la chiama, commuovendosi. Un’impresa nata nel 1989 e dedicata all’abbigliamento tecnico sportivo personalizzato, nota e rinomata per essere punto di riferimento di molte società sportive del settore ciclistico e con lavori sia nel mercato italiano che in quello estero.
“Abbiamo sempre fatto forniture alle società sportive”, ha spiegato Chiari, “e nel 2008 abbiamo fatto una grossa fornitura a una squadra di ciclismo professionale. Mi ero premunita di accertarmi che avessero la partita Iva comunitaria, loro affermavano di averla, e quindi sono andata in fiducia. E invece la società aveva fornito una partita Iva che poi si era dimostrata non comunitaria”.
L’anno dopo c’era stata una verifica da parte dell’Agenzia delle Dogane e poi dall’Agenzia delle Entrate. E lì alla 60enne era stato contestato di aver violato le norme tributarie in materia di Iva, cosa che ha comportato tutta una serie di sanzioni.
“Le fatture erano di una certa importanza”, ha spiegato l’ex imprenditrice, “e quindi anche l’Iva era una grossa cifra: all’inizio una somma di 200.000 euro che ha sbilanciato tutto l’andamento dell’azienda. Il successivo avvento del mercato asiatico che ha cominciato ad occupare anche il nostro settore, e altri competitor che si sono messi sul mercato hanno provocato un calo significativo del fatturato“.
“Abbiamo dimostrato”, hanno spiegato i suoi legali, gli avvocati, Luigi Maione ed Elena Monticelli, “che la nostra assistita ha sempre pagato ratealmente all’Agenzia delle Entrate quello che era il dovuto. La sentenza sottolinea che non si tratta di un classico caso di fallimento finalizzato ad una bancarotta fiscale.
La nostra cliente ha continuato a pagare, salvando le posizioni dei dipendenti, tanto che alcuni di loro si sono organizzati per acquistare i beni strumentali. Il marchio è stato concesso gratuitamente, e ad uno ad uno tutti i clienti sono stati ricontattati. I dipendenti hanno quindi potuto iniziate un’attività imprenditoriale simile”.
Come si legge nella motivazione della sentenza di assoluzione, Chiari “ha versato all’Erario somme per oltre 100.000 euro a titolo di rateizzazione delle imposte dovute tra il 2011 e il 2017“. “Non c’è stato quindi un sistematico inadempimento del pagamento dei tributi”, hanno sottolineato i difensori. “L’imputata ha fatto fronte in modo parziale al suo debito tributario, non riuscendo più a sanarlo fino a dover cessare l’attività per via dei debiti”.
A settembre del 2017 l’attività era cessata e nel 2019 la società era fallita e messa in liquidazione. “Nel 2017”, ha raccontato l’ex imprenditrice, “ero arrivata a pagare più di 10.000 euro al mese di rateizzazione. Non riuscivo più, anche perchè l’azienda aveva cominciato ad avere grossi problemi di liquidità. Tutto ciò che entrava veniva utilizzato per pagare le rateizzazioni”.
Per la bancarotta documentale, invece, Chiari era stata accusata di non aver fornito la documentazione al curatore, e invece è stato dimostrato il contrario. “La documentazione era stata fornita, ma purtroppo in momenti diversi”, hanno chiarito i legali. “C’era il Covid di mezzo e c’era stato qualche disguido nella consegna dei documenti”.
“La mera omissione dei versamenti fiscali e previdenziali non dovuta a dolo, ma a contingenze legate alla vita della società, non può integrare di per sé la contestata bancarotta”, è scritto nella motivazione.
L’ex imprenditrice ha voluto anche ringraziare il “sistema giustizia”, in quanto il collegio dei giudici “ha voluto approfondire” e ha capito le sue ragioni e la sua buona fede.