Minaccia di morte con uno spennapolli il rivale in amore: condannato
Pena di quattro mesi ad un 51enne accusato di minaccia aggravata. L'uomo se l'era presa con il marito della sua ex amante che lo aveva lasciato
Era andato a casa dell’ex amante di sua moglie per prendere gli indumenti della donna, che era tornata con lui, ma si era visto puntare un coltello ed era stato minacciato di morte. “Ti ammazzo”, gli aveva detto tre volte Giuseppe, il rivale in amore, un 51enne finito a processo e oggi condannato per minaccia aggravata a quattro mesi di reclusione, pena sospesa, e ad un risarcimento di 2.000 euro alla vittima, Serafino, 49 anni, che a processo si è costituito parte civile con l’avvocato Michele Tolomini. Per l’imputato, assistito dall’avvocato Raffaella Parisi, il pm onorario aveva chiesto due mesi di reclusione.
I fatti risalgono al 9 ottobre del 2021. La prima volta, Serafino si era recato a casa del rivale per andare a prendere sua moglie, che voleva tornare con lui, e il giorno dopo si era ripresentato a sorpresa per prendere gli indumenti e gli effetti personali che la donna aveva lasciato nell’abitazione dell’amante.
“Il coltello ce l’aveva in mano”, ha spiegato in aula il 49enne. “L’aveva nel pugno, ma ho visto la lama. Era uno di quei coltelli usati per spennare le anatre. “Ha alzato il pugno contro di me, mi ha puntato il coltello e mi ha detto tre volte che mi avrebbe ammazzato. E’ successo mentre eravamo in giardino”. “Ho avuto paura, stavo tremando“, ha raccontato la vittima, che alla fine aveva preso gli indumenti della moglie e se n’era andato.
Per quell’episodio, il 49enne aveva sporto querela, che poi era stata ritirata tre mesi dopo. Il pm aveva quindi chiesto l’archiviazione, ma il giudice l’aveva respinta, in quanto il reato era aggravato dall’uso dell’arma, e dunque procedibile d’ufficio.
“Si è trattato solo di una discussione, molto probabilmente per gelosia“, ha sostenuto nella sua arringa l’avvocato Parisi, che ha messo in dubbio la presenza del coltello, mai stato ritrovato, sottolineando le contraddizioni emerse dalle dichiarazioni della vittima, che in precedenza aveva detto di non aver visto il coltello e che la lite si era svolta all’interno dell’abitazione e non nel giardino. “Un racconto generico e non preciso”. Ma il giudice ha deciso diversamente.