L'editoriale

Giustizia, vince il No e dalle urne cremonesi arriva una tripla lezione

Il referendum ha messo in luce una diffusa partecipazione nonostante i tecnicismi della materia. Nei risultati, netta divisione tra province e metropoli. Il nostro territorio conferma questa tendenza

Referendum giustizia: vince il No, ma nel cremonese trionfa il Sì
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L’Italia ha bocciato la riforma della giustizia. Il No ha vinto con quasi il 54% dei voti a livello nazionale, e i promotori del referendum devono fare i conti con una sconfitta che brucia. Ma la mappa del voto racconta storie molto diverse e quella cremonese merita di essere letta con attenzione.

La provincia di Cremona ha scelto il con il 58,51% dei consensi: un distacco netto, che attraversa l’intero territorio senza eccezioni. Cremona città al 51,12%, Casalmaggiore al 55,78%, Crema al 52,45%. Non solo: a Pizzighettone il Sì ha raggiunto il 62,42%, a Castelleone il 60,85%, a Soresina il 61%. Sono numeri che parlano chiaro.

A Roma le reazioni hanno seguito i copioni prevedibili. Dal centrodestra la risposta è stata sobria: Meloni ha riconosciuto il risultato parlando di occasione persa, Nordio ha preso atto con rispetto, Tajani si è inchinato alla volontà popolare, Salvini ha ribadito che la riforma rimane necessaria. All’interno della maggioranza non sono mancate le voci autocritiche: il vicepresidente della Camera Mulè ha ammesso che la consultazione è diventata più un referendum sul governo che un voto tecnico sulla separazione delle carriere. Dal lato opposto i festeggiamenti sono stati immediati. Schlein ha rivendicato una vittoria “ancora più bella perché partivamo da sconfitta annunciata”, Conte ha parlato di primavera politica aprendo alle primarie di coalizione, Renzi ha atteso di vedere se Meloni avrebbe avuto il suo stesso coraggio del 2016. La risposta è stata no. Per molti analisti questo voto — con un’affluenza record vicina al 59% — è già la prova generale delle elezioni del 2027.

In provincia i toni sono stati più misurati. Il sindaco di Cremona Virgilio ha festeggiato il No nazionale inviando però un messaggio preciso al governo: occorre affrontare i nodi reali della giustizia — tempi dei processi, organici, accesso dei cittadini — senza forzare i passaggi istituzionali. Il sindaco di Crema Bergamaschi ha sintetizzato con una frase secca: la Costituzione non si cambia a colpi di maggioranza. Diverso il tono del sindaco di Casalmaggiore Bongiovanni, schierato per il Sì: ha individuato nel voto un segnale politico più che tecnico, osservando che quando le opposizioni si compattano riescono a insidiare qualsiasi esecutivo.

Voce forte è quella di Micol Parati, presidente della Camera Penale di Cremona e Crema, che aveva guidato la campagna locale per il Sì. Ha riconosciuto la sconfitta nazionale, ma si è detta soddisfatta del risultato provinciale: gli incontri pubblici avevano attirato molte persone disposte ad ascoltare senza farsi condizionare dall’orientamento politico, il confronto con il fronte del No era stato appassionato ma leale. La Camera Penale continuerà a battersi per il giusto processo, è il senso dell’intervento di Parati.

Da più parti la sottolineatura è arrivata verso l’attenzione cremonese al referendum. Il primo elemento significativo è emerso già alla chiusura dei seggi con un’affluenza elevata: 63,52% a livello provinciale, 63,98% a Cremona, 66,86% a Crema, 61,65% a Casalmaggiore, con Ripalta Cremasca che tocca il 69,98% — tra le più alte dell’intera Lombardia. Non si è trattato di un voto distratto o di protesta: chi è andato alle urne in questo territorio ci è andato con intenzione.

Il secondo elemento è la geografia del Sì a livello nazionale. Secondo le analisi di Youtrend, il Sì ha prevalso quasi esclusivamente nei piccoli comuni, in particolare nei centri rurali della Pianura Padana. Il cremonese è esattamente questo: una provincia a bassa urbanizzazione, con un tessuto di piccoli comuni dove il rapporto con le istituzioni — incluse quelle giudiziarie — è diretto e concreto, non mediato dalla narrazione politica dei grandi media. Le grandi città, al contrario, hanno dato al No percentuali schiaccianti: oltre il 60% nelle metropoli sopra i 500mila abitanti, con picchi come Napoli (75%) e Bologna (68%). Emblematico il caso lombardo: in regione ha vinto il Sì con il 54%, mentre Milano ha detto No col 58%. La metropoli tende ad assorbire l’orientamento nazionale, la provincia ragiona con un metro più legato all’esperienza diretta.

Il terzo elemento è la natura del voto. I dati sulle motivazioni degli elettori mostrano che la scelta è stata fatta prevalentemente per ragioni di merito: il sostegno alla separazione delle carriere, la divisione del CSM, l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Il voto politico — il sostegno al governo Meloni — pesava appena il 18% tra i fautori del Sì. Questo è coerente con quanto raccontava Parati: in provincia la campagna si era giocata sulla norma, non sugli schieramenti.

Il No ha vinto e la riforma non passa. Ma sarebbe un errore leggere il risultato come un mandato a non cambiare nulla. La giustizia in questo Paese rimane un cantiere aperto. Le urne si chiudono, il dibattito no.

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