Costituzione del 1947: un'eredità da rispettare, non da congelare nel passato
Egregio Direttore,
le regole fondamentali di uno Stato devono essere condivise. Pare questa la principale contestazione mossa ai promotori della riforma, conclusasi con una bocciatura neanche troppo risicata.
Numerosi sono i riferimenti alla esperienza costituzionale del 1947, presa a modello come esempio di lungimirante collaborazione tra “diversi”, uniti dal comune obiettivo di dotare velocemente il Paese di un impianto istituzionale giusto ed illuminato. Seppur affascinante, questa lettura mi appare fuorviante. È certamente vero che la condivisione è il pilastro su cui poggia ogni decisione che ambisca ad essere intimamente e trasversalmente rispettata.
Tuttavia, trovo pretestuosa una sua evocazione astratta, ovvero basata su pretese che sono prive di una sincera disponibilità a creare le precondizioni affinché tale condivisione possa nascere ed efficacemente operare. Il richiamo al Costituente del 1947 è giusto, a patto che non si cada nell’errore di attribuire il torto della attuale mancata condivisione solo ad una parte.
La questione, se esaminata sotto questo punto di vista, mi pare possa aprirsi ad una ampia riflessione, soprattutto alla luce delle numerose dimostrazioni di rigidità, sfociate spesso in palese irragionevolezza, riscontrate nel corso della campagna referendaria. Purtroppo, facendosi portatrice abusiva del vero spirito della Costituzione, una parte d’Italia vorrebbe imporre un immobilismo istituzionale pressoché assoluto.
Ad ogni proposta di cambiamento reagisce murandosi nella propria posizione, sorda a qualunque tipo di confronto razionale. Da modesto lettore della immensa documentazione dell’Assemblea costituente, posso testimoniare che ben altro fu l’atteggiamento dei rappresentanti popolari incaricati di redigere la Carta fondamentale. Ciascuno di essi portatore convinto delle proprie idee, ma allo stesso tempo indisponibile ad inquinare i pozzi per sabotare quelle altrui.
I fautori dell’immobilismo a tutti i costi sono invece quelli che, con lo slogan “la Costituzione più bella del mondo”, vorrebbero impedire l’indispensabile evoluzione dello Stato, facendosi interpreti di un pensiero lontano anni luce da quello dell’originario Costituente.
La Costituzione del 1947 venne scritta nella piena consapevolezza della limitatezza delle capacità umane dei suoi redattori, che ne consentirono modifiche proprio al fine di poterla correggere da ogni errore che sarebbe emerso nel corso del tempo e di poterla adeguare alle modificate sensibilità sociali e culturali della popolazione a cui si sarebbe rivolta. Ignorarlo ottusamente non è nello spirito della Costituzione, ma contro di esso, e soprattutto non produrrà mai, nella parte che avversa tale approccio, l’abbandono dell’idea di una Italia più moderna, più giusta e più efficiente.