Cronaca

Caravaggio sorprende: ritrovata una pergamena del 1331 sul Santuario mariano

Il professore Francesco Tadini riordina l'archivio e trova un documento risalente a cent'anni prima dell'apparizione della Vergine a Giannetta

Le scoperte d'archivio al Santuario di Caravaggio
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È uno dei luoghi di culto più amati del Nord Italia, custode di una storia secolare che, ancora oggi, continua a regalare sorprese.
Siamo a Caravaggio, alla Basilica di Santa Maria del Fonte: secondo la tradizione cattolica, qui il 26 maggio 1432 la giovane contadina Giannetta de’ Vacchi ricevette l’apparizione della Vergine.

Da quel momento sorse dapprima una piccola cappella, poi edifici sempre più monumentali fino all’attuale Santuario.
Dalla recente sistemazione degli archivi, però, è emersa una scoperta inattesa: il primo documento dedicato al luogo risale al 1331, quindi oltre un secolo prima dell’episodio dell’apparizione. A illustrarci i dettagli è il professor Francesco Tadini, ‘curatore’ dell’archivio storico.

“Il documento più antico è del 1331 – spiega Tadini – ed è una pergamena del vescovo di Cremona, Ugolino di San Marco, che concede un’indulgenza a coloro che avessero aiutato la confraternita di Santa Maria, allora chiamata ‘scuola’. Abbiamo anche altre donazioni anteriori. L’apparizione della Vergine ebbe un effetto immediato e folgorante sulla popolazione e sulle autorità civili ed ecclesiastiche. Gli abitanti chiesero subito di utilizzare le offerte per costruire una cappella e per ampliare l’antico ospizio, già documentato proprio dal testo del 1331″.

L’apparizione del maggio 1432 segnò un punto di svolta. Già due mesi dopo i fedeli chiesero ufficialmente di destinare le offerte alla realizzazione della prima cappella. Nei decenni successivi il luogo di culto venne ampliato, fino alla costruzione della prima chiesa e alla bolla papale di Leone X.

“La bolla – racconta ancora il professore – nacque da una lite giudiziaria tra i deputati del Santuario e gli eredi di Davide Orlandi, che aveva lasciato i suoi beni alla chiesa di Santa Maria del Fonte. Per risolvere la questione chiesero l’aiuto di Graziadio Prata, sacerdote caravaggino alla corte pontificia. Fu lui a preparare la bozza del documento poi firmato dal Papa, che garantì ai deputati maggiore libertà d’azione, sia sul piano religioso sia su quello sociale legato all’ospizio”.

Con il passare dei secoli, la fama del Santuario crebbe, rendendo necessario un ampliamento significativo della struttura.
Due i grandi progetti che segnarono questa fase. Il primo, datato 1571, è dell’architetto Pellegrino Pellegrini, stretto collaboratore dell’arcivescovo Carlo Borromeo.

“Il 1571 – prosegue in merito Tadini – segna l’inizio della stagione monumentale del Santuario, favorita da Carlo Borromeo e dal suo architetto. Pellegrini, chiamato dai deputati per il rischio di crolli della chiesa antica, propose un nuovo progetto che corrisponde all’attuale navata maggiore fino alla cupola. È sua anche l’idea di collocare la cupola esattamente sopra il luogo dell’apparizione“.

Trent’anni dopo arrivò un secondo progetto, realizzato da Giulio Mangoni nel 1613. Il modello originale in legno è tuttora conservato negli spazi del Santuario.

Il modello in legno del 1613

 

“Il cambiamento – spiega Tadini – dipese probabilmente dall’immenso afflusso di pellegrini durante le feste, che rischiava di disturbare le celebrazioni liturgiche. Si decise quindi di rinunciare all’abside e creare una navata minore orientale, in cui i fedeli potessero visitare il sacro speco senza interferire con la liturgia nella navata maggiore“.

Oggi il Santuario si presenta nella sua imponenza, frutto di secoli di interventi e trasformazioni. Studiare il suo archivio è il primo passo per preservarne la memoria.
“Quando sono arrivato – racconta il rettore, don Massimo Calvi – non avevo informazioni precise su ciò che fosse conservato nell’archivio. Il professor Tadini, che ho conosciuto come collaboratore archivista, è una presenza preziosa: conosce in profondità i documenti conservati e ci aiuta a valorizzarli“.

“Il Santuario, come molti antichi enti ecclesiastici – prosegue il rettore – possiede un archivio ricchissimo ma distribuito in diverse sedi; nostro desiderio sarebbe ricomporlo in un’unica sala adeguata alla conservazione. In vista dei lavori per il sesto centenario dell’apparizione, dal 1432 al 2032, speriamo di poterne individuare una nuova e definitiva collocazione”.

“Bisogna comprendere come il Santuario sia cresciuto nel tempo – conclude Tadini -. Oggi ci appare splendido, ma è il risultato di migliaia di interventi succedutisi negli anni. Entrare nei dettagli di questa storia aiuta a capire le centinaia di migliaia, se non milioni di persone, che qui hanno trovato conforto nella fede o nei loro dolori. In questo luogo hanno potuto ritrovare speranza, e il Santuario continua ad essere, per tanti aspetti, davvero ammirevole“.

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