Ricavi in crescita per le aziende che investono in sostenibilità. ESG centrali anche nell’agroalimentare
L'attuazione di Agenda 2030 tra bilanci di sostenibilità e opportunità da cogliere. Cristiana Rogate su CR1 per i vent'anni di REFE e le sfide della transizione ecologica
La sostenibilità non è un mero passaggio burocratico a cui adempiere per obbligo normativo. Oggi, muoversi entro i confini dei criteri ESG (Environmental, Social, Governance) è diventato un fattore strutturale di competitività e, soprattutto, di continuità aziendale.
A tracciare il bilancio di una transizione complessa e ancora incompiuta è Cristiana Rogate, fondatrice e presidente di REFE, una delle realtà pioniere in Italia nella consulenza strategica per la sostenibilità. Con venticinque anni di esperienza alle spalle, Rogate, ospite di CR1 (qui per rivedere la puntata) fotografa un momento storico cruciale, sospeso tra le scadenze imminenti dell’Agenda ONU 2030 e i forti venti contrari dello scenario geopolitico globale.
Quando REFE è nata nel 2006 – ben nove anni prima della firma dell’Agenda 2030 – parlare di responsabilità sociale d’impresa (Corporate Social Responsibility) significava muoversi in un terreno quasi privo di legislazione, letteratura e mercato. L’idea originaria di Cristiana Rogate affonda le radici nella crisi di fiducia che ha investito il sistema politico ed economico italiano alla fine degli anni ’90.
“La fiducia è un capitale intangibile ma estremamente produttivo,” spiega Rogate. “È la base delle istituzioni democratiche, del credito e della coesione sociale. Rispondere dei propri impatti è la leva pragmatica per dare concretezza a quel valore.”
Da questa visione nasce il metodo cardine di REFE: “Rendersi conto per rendere conto”. Prima di comunicare all’esterno, un’organizzazione (sia essa un’impresa, un’istituzione pubblica o un ente del terzo settore) deve misurare rigorosamente i propri impatti interni. Si tratta di un vero e proprio anticorpo contro il fenomeno del greenwashing. Un richiamo necessario, specie alla luce della recente direttiva europea Empowering Consumers for the Green Transition: i dati storici della Commissione Europea ricordano infatti che il 40% delle affermazioni ambientali delle aziende è spesso risultato vago o fuorviante, e ben 4 su 10 totalmente falso.
Il percorso verso la sostenibilità, tuttavia, non avanza in modo lineare. Il recente Rapporto di Primavera 2026 dell’ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) ha lanciato un monito severo: l’Italia è a forte rischio di mancato raggiungimento di molti dei 17 obiettivi prefissati per il 2030. A preoccupare maggiormente sono il consumo di suolo, la povertà stagnante e i divari territoriali.
A questo quadro interno si aggiunge un forte “raffreddamento” dell’agenda climatica globale sul piano internazionale, amplificato dal ritorno alla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump. Una battuta d’arresto che Rogate interpreta come una fisiologica resistenza al cambiamento epocale:
“Questa transizione è profonda, richiede pazienza, verifiche e un cambio di mentalità collettivo. L’Agenda 2030 è il primo vero piano strategico che l’intera famiglia umana si è data, ricordandoci che siamo parte di un unico ecosistema.”
Proprio sulla struttura dell’Agenda ONU di recente l’economista della Bocconi Tito Boeri, ospite a Cremona, ha sollevato alcune perplessità, sostenendo che i 17 obiettivi siano troppi ed eterogenei, criticando in particolare l’accostamento di temi apparentemente distanti come la parità di genere e la pace.
Una visione che Cristiana Rogate non condivide, rivendicando la natura intrinsecamente interconnessa dei criteri ESG:
“Non esistono scelte economiche che non abbiano impatti sociali e ambientali, e viceversa. La parità di genere non è solo un tema sociale, ma un enorme driver economico in grado di incrementare il PIL. E la competitività di un Paese dipende direttamente dalla certezza del diritto e dalle sue istituzioni. La guerra, lo vediamo chiaramente oggi, è l’antitesi assoluta della sostenibilità.”
IL CASO CREMONA E IL MODELLO ZIS NELL’AGROALIMENTARE
Se la teoria globale richiede una visione d’insieme, è sui territori che si gioca la partita decisiva. Il settore agroalimentare rappresenta il terreno di prova ideale per coniugare sostenibilità e profitto. La provincia di Cremona, insieme a Mantova Lodi e Brescia concentra il 70% della produzione agroalimentare lombarda e un terzo dell’intero export regionale, la sostenibilità, quindi, è una leva di posizionamento irrinunciabile nei confronti dei consumatori, della grande distribuzione e dei mercati finanziari.
In questo contesto, il progetto delle ZIS (Zone di Innovazione e Sviluppo) – nato dall’alleanza istituzionale tra la Regione Lombardia e le quattro province – si candida a diventare un modello nazionale.
“La ZIS rappresenta perfettamente la necessità di un’azione di sistema,” conclude Rogate. “Le sfide dell’agroalimentare non si vincono da soli. Questo progetto può diventare un laboratorio avanzato capace di unire innovazione e fiducia. Il prossimo passo? Creare un ‘diario di bordo’ trasparente per restituire alla collettività il valore generato nel lungo periodo.”
I dati, del resto, parlano chiaro: le imprese che integrano strutturalmente i fattori ESG nella propria governance registrano performance economiche e di continuità aziendale nettamente superiori. La scommessa di vent’anni fa è vinta: oggi la sostenibilità non è solo un dovere, ma il miglior affare possibile per il futuro del business.