Cronaca

Gaza, crisi umanitaria senza fine, la testimonianza di Loris de Filippi

Alle Scuderie del Fico l'incontro con l'operatore umanitario da poco rientrato da un'esperienza di oltre due anni nella Striscia, tra macerie e corpi amputati

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“C’è un’unica speranza per Gaza: rompere il paradigma e andare dal basso verso l’alto, fare in modo che le associazioni, i movimenti che si battono per porre fine a questa crisi umanitaria si mettano in rete e si facciano continuamente sentire. Altre soluzioni non ne vedo”.

Non crede all’efficacia di una pace duratura se basata solo sulle firme dei potenti di turno, Loris De Filippi – operatore umanitario con 30 anni di esperienza in teatri di guerra di cui gli ultimi due passati a Gaza –  ospite martedì delle Scuderie del Fico dove ha dialogato con Tina Maffezzoni, attivista e animatrice di Cessate il fuoco a Gaza. Serve un  “cambio di paradigma” dettato da un sincerio desidero di giustizia e da un senso di umanità ed è per questo che sono utili le mobilitazioni “dal basso”, quelle che dall’indomani del 7 ottobre 2023 continuano grazie all’associazionismo di base, seppure nell’indifferenza dei più e dei Governi.

Già presidente di Medici Senza Frontiere Italia, De Filippi ha prestato servizio come Health Specialist per UNICEF a Gaza, dove si è occupato del supporto alle cure pediatriche con particolare attenzione alle unità di terapia intensiva neonatale andate completamente distrutte durante gli ultimi due anni e  mezzo di bombardamenti da Israele.  In precedenza ha lavorato con organizzazioni internazionali come, oltre a MSF, UNICEF, WHO, UNFPA e WFP in scenari complessi quali Siria, Iraq, Haiti, Bangladesh, Indonesia, Africa, America Centrale e America Latina.

Una vasta esperienza di scenari drammatici, ma Gaza si pone come un’eccezione: “In nessuna altra parte mi è mai capitato di essere ‘così vicino'”, ha detto citando la famosa frase del fotografo di guerra Robert Capa, “se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino.”

“Diversamente da quanto accade in altre aree disastrate, dove quando arrivi ci sono sempre zone cuscinetto, quando entri a Gaza vivi esattamente nelle stesse case dei Gazawi e sei percepito come un fiancheggiatore di Hamas… C’è insomma questo peso, questo essere identificato come un nemico che ti senti addosso e che non percepisci nemmeno nei regimi totalitari più duri. Persino nell’Afghanistan dei Talebani c’è una situazione più aperta, ad esempio possono entrare i giornalisti per dare uno sguardo ‘terzo’ alla situazione. Questo non è possibile a Gaza, nemmeno per quello che potrebbe essere evidenziare le contraddizioni di Hamas”.

Anche per questo de Filippi ha deciso di “rompere il patto con se stesso”, un patto mantenuto per trent’anni evitando di parlare delle proprie esperienze per evitare ogni anche pur minima forma di protagonismo.

Nel suo libro uscito a marzo, “E ancora chiediamo perdono” (ed. Mondadori – Strade Blu) De Filippi fa capire cos’è che rende Gaza teatro dei più impensabili episodi di crudeltà. Bambini amputati a cui non è possibile applicare delle protesi, perchè viene impedito l’ingresso nel Paese delle stampanti 3D che costituiscono il sistema più semplice ed efficace per realizzarle.

Le quasi mille tendopoli dove sono costretti a vivere i profughi con poco cibo, poca acqua, tra rifiuti e morsi dei topi.

Una situazione dove gli aiuti umanitari non riescono ad arrivare per i blocchi che hanno tra l’altro causato una malnutrizione importantissima che sta provocando altre infezioni e morti. Le organizzazioni umanitarie si occupano anche della protezione dell’infanzia perchè sono tanti i bambini rimasti orfani e tantissimi quelli che dovrebbero essere evacuati.

“Ho deciso di raccontare quello che ho visto, sentendolo come un dovere nei confronti di tutti loro e di tutti quei sanitari che continuano a lavorare in condizioni disumane pur venendo pagati poco e saltuariamente”, ha detto. E utilizzando la metafora di una malattia neurologica autoimmune che si presenta nei casi di grave precarietà e che può portare alla morte, ha descritto altre forme di paralisi che colpiscono Gaza: quella dei macchinari ospedalieri che non funzionano perchè manca il combustibile nei generatori elettrici; quella dei minimi servizi di raccolta rifiuti che provoca gravi condizioni igienico sanitarie; e infine la paralisi più grave, quella morale, che colpisce quei Paesi e quei governi che a parole mostrano sdegno per quanto viene inflitto alla popolazione di Gaza, ma restano fermi, paralizzati appunto, per quanto riguarda l’azione.

L’incontro ha  anche fornito l’occasione per rilanciare la campagna di raccolta fondi “Più cibo per Gaza”, attivo in collaborazione con le realtà palestinesi Ghazal Organization e Taghyeer e per ricordare il prossimo appuntamento, venerdì 19 giugno alle ore 20.30 in Sala Zanoni (via del Vecchio Passeggio 1) con l’evento Palestina Anima Mundi, in diretta streaming con oltre cento piazze e presidi in tutta Italia per la presentazione del libro “La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero. Un manifesto di resistenza e libertà”, ed. Rizzoli, di Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.

 

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