Cronaca

Il bimbo cinese annegato in piscina durante il Grest: chiesto il processo per otto persone

La procura contesta omissioni per il decesso del piccolo Leo, che non sapeva nuotare. L'udienza preliminare è fissata al 25 novembre. L'accusa è omicidio colposo

La struttura di Torre de’ Picenardi teatro della tragedia

Sono otto le richieste di rinvio a giudizio del pm di Cremona Andrea Figoni che contesta l’accusa di omicidio colposo per la morte di Leonardo, il bimbo di 11 anni (avrebbe compiuto i 12 lo scorso 29 luglio) residente a Canneto sull’Oglio deceduto  il 20 giugno del 2025 all’ospedale di Bergamo per annegamento.

Due giorni prima, il piccolo, nato in Italia da genitori cinesi, aveva trascorso il pomeriggio nella piscina di Torre de’ Picenardi insieme ad altri coetanei del Grest parrocchiale di Canneto. Leonardo, che non sapeva nuotare, è morto annegato. Lo ha stabilito l’esame autoptico ordinato a suo tempo dalla procura.

Sotto accusa ci sono il parroco di Canneto sull’Oglio nel ruolo di promotore e responsabile del Grest, la sua collaboratrice e due dipendenti della Cooperativa di supporto al gruppo estivo in qualità di educatrici professionali ed accompagnatrici dei minori. Nella lista c’è anche una volontaria ed accompagnatrice del Grest, la legale rappresentante della società concessionaria della piscina e due bagnini. L’udienza preliminare è stata fissata il 25 novembre.

In particolare, il responsabile del Grest e la sua collaboratrice “non avrebbero adottato misure idonee a tutelare i minori a loro affidati”Pur sapendo che Leo non sapeva nuotare, “non avrebbero predisposto un adeguato servizio, omettendo di comunicare a tutti gli accompagnatori e al gestore della piscina i nomi dei bimbi che non sapevano nuotare, nonchè di impartire specifiche direttive per la tutela degli stessi, non prevedendo un numero di accompagnatori adeguato al numero dei minori, circa 140“, che avevano partecipato alla gita. Di questi, oltre 30 non sapevano nuotare.

La procura contesta invece alle due educatrici e all’accompagnatrice del gruppo di aver omesso “qualsiasi forma di controllo sul gruppo di minori”, non comunicando, nè ai responsabili della piscina, nè agli assistenti bagnanti, chi fosse capace di nuotare e chi no.

Tra le persone per cui è stato chiesto il processo ci sono anche due bagnini maggiorenni che secondo l’accusa non avrebbero “prestato la dovuta attenzione agli utenti, omettendone una fattiva sorveglianza e intervenendo solo successivamente all’annegamento”. Per un terzo bagnino, minorenne, è stata invece chiesta l’archiviazione.

Chiesto il rinvio a giudizio anche per la legale rappresentante della società concessionaria della piscina: avrebbe omesso di “effettuare verifiche sulla sicurezza dell’impianto, astenendosi dal verificare che i cartelli indicanti la profondità corrispondessero al dato reale: infatti, in corrispondenza del punto di immersione della vittima, la profondità indicata di 140 cm non corrispondeva a quella effettivamente misurata dagli accertamenti successivi in 150 cm“. Per la procura, “tale circostanza ha avuto un incidenza causale diretta sull’annegamento, in quando la distanza tallone-narici della vittima è stata misurata in 131 cm”.

“Le responsabilità”, aveva spiegato il pm Figoni a chiusura delle indagini, “vanno in più direzioni e riguardano la scelta organizzativa a monte”, riferendosi al fatto che “tanti bambini, oltre trenta, presenti nel gruppo, non sapevano nuotare”. “Non sono state fatte verifiche sulle capacita natatorie“, aveva spiegato a sua volta il procuratore Silvio Bonfigli. “Non li stavano portando a fare una gita nella piazza del paese dove tutti sanno camminare. “Quando si va in piscina può essere abbastanza pericoloso, a maggior ragione quando si gestiscono situazioni così particolari. Poi quando accade la tragedia se ne pagano le conseguenze“.

“E’ vero”, avevano sottolineato procuratore e pm, “che era stato trasmesso un elenco di chi non sapeva nuotare, ma c’è stata superficialità e non è stata garantita la circolarità delle informazioni. Il sistema era delegato a cascata: all’interno di questo gruppo di minori c’erano dei minorenni più grandi che dovevano vigilare sui più piccoli, con sole due o tre persone adulte come punto di riferimento“. Tra l’altro”, come aveva ricordato il pm Figoni, “è stato proprio uno dei minorenni più grandi a ripescare Leo dalla vasca“.

E ancora, secondo procuratore e pm, “c’è stata confusione su chi doveva fare cosa. Visto che non era ben chiara l’individuazione di chi non sapeva nuotare, bisognava vigilare di più. Con così tanti ragazzini che non sapevano nuotare, quella era un’attività da considerarsi a rischio“. Per il pm, quello della piccola vittima è stato probabilmente un “annegamento silenzioso“: “Leonardo non si è dimenato. Il ragazzino che lo ha salvato l’ha visto andar giù e lo ha preso dal fondo”.

“Abbiamo effettuato verifiche sul contratto di concessione di servizi tra il Comune e la società concessionaria della piscina”, aveva spiegato il pm. “Abbiamo verificato con dei riscontri in loco che la parte in cui era immerso Leonardo era segnata con un’altezza diversa rispetto a quella effettiva. 140 anzichè 150 cm. Se fosse stata di 140, considerando la distanza di 131 cm tra le narici e il tallone di Leonardo, magari mettendosi in punta di piedi forse sarebbe riuscito a sollevarsi e a chiedere aiuto“.

I familiari del piccolo Leo, genitori di altri tre figli, famiglia molto conosciuta a Canneto per aver gestito il Bar Centrale prima del cambio gestione, sono assistiti dagli avvocati Fabio Madella e Alessandro Paci.

L’avvocato Cesare Grazioli è il difensore della legale rappresentante della società concessionaria della piscina Di Torre de’ Picenardi e dei due bagnini maggiorenni. “A questo punto”, si è limitato a dire Grazioli, “andremo ad estrarre copia dell’ulteriore documentazione confluita nel fascicolo per poi esaminare il tutto e valutare quali percorsi intraprendere che potranno anche essere diversi tra società e assistenti bagnanti”.

© Riproduzione riservata
Caricamento prossimi articoli in corso...