Cronaca

Dalla missione a Odessa il racconto di Michele Bellini: “Lì una grande voglia di resistere”

Il cremonese tra i 130 volontari italiani del MEAN (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta), in Ucraina dal 25 al 28 agosto

Il racconto di Michele Bellini
Fill-1

Quattro giorni e tre notti in uno dei fronti bellici più caldi, per tentare di portare un poco di sostegno e vicinanza.
Si è conclusa a Odessa la ventesima missione in Ucraina del MEAN (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta) che, dal 25 al 28 agosto, ha condotto nella città sul Mar Nero 130 esponenti della società civile italiana. Tra i volontari, anche il cremonese Michele Bellini.

Nei giorni della missione, i partecipanti hanno incontrato amministratori locali, comunità religiose, giovani attivisti, sfollati, familiari delle vittime e volontari. Divisi in vari gruppi, hanno affiancato le organizzazioni locali nella distribuzione degli aiuti, nelle attività con bambini e persone traumatizzate dal conflitto, nella sistemazione di edifici scolastici e strutture danneggiate, fino alla preparazione delle reti di protezione antidrone e di quelle mimetiche per l’esercito. Un viaggio ai confini dell’Europa che, nel bene e nel male, ha lasciato segni indelebili.

Michele Bellini

“Per il movimento si trattava della ventesima missione, per me era la prima – racconta Bellini al suo rientro all’ombra del Torrazzo –. Il significato della nostra presenza era proprio quello di essere lì fisicamente, con i nostri corpi, per incontrare la popolazione ucraina e farle sentire che non è sola e che molte persone in Italia le sono vicine. Abbiamo vissuto tantissime esperienze di volontariato: un vero e proprio spaccato della società civile ucraina. Sono rimasto profondamente colpito dalla loro straordinaria voglia di vivere, di resistere, di rimanere liberi e di stare in pace“.

“Quando sei in Ucraina e incontri i suoi abitanti – aggiunge –, vedi nei loro sorrisi una gratitudine immensa. Ci hanno riservato un’accoglienza quasi degna di un Capo di Stato, quando noi eravamo lì semplicemente per esserci e provare a dare una mano. Ma è solo stando là che capisci perché la resistenza militare riesca ad andare avanti: dietro c’è una società unita, coesa e solidale, dove ogni persona fa il possibile con i propri mezzi per sostenere questa resistenza e la propria libertà”.

La missione si è svolta mentre Odessa continuava a essere bersaglio dei raid russi: una drammatica quotidianità toccata con mano anche dai partecipanti italiani.

“La vita a Odessa, come in tutto il Paese, è scandita dagli allarmi aerei e dalle sirene che suonano molte volte al giorno e durante la notte. È surreale osservare la determinazione della popolazione nel voler continuare a vivere, pur con questo sottofondo costante. Nella notte tra il 26 e il 27 agosto non abbiamo dormito a causa di un attacco massiccio di droni, missili e bombe su tutta la regione. Abbiamo vissuto in prima persona quella che purtroppo per gli ucraini è diventata la normalità. Lì capisci fino in fondo perché bisogna ringraziare la contraerea e i missili intercettori: sono gli strumenti che tengono al sicuro le persone e salvano vite”.

Accanto alle iniziative di solidarietà, la missione ha portato avanti anche un preciso obiettivo politico: rilanciare la proposta dei “Corpi Civili di Pace Europei“, riprendendo un’intuizione di Alexander Langer. Il progetto punta alla creazione di una struttura civile permanente dell’Unione Europea, complementare agli strumenti diplomatici e di difesa, formata da personale qualificato per operare nella prevenzione dei conflitti, nella mediazione, nella tutela dei diritti umani e nella ricostruzione del tessuto sociale e democratico.

L’iniziativa ha peraltro un legame diretto con Cremona. Lo scorso giugno, infatti, il Consiglio comunale ha approvato un ordine del giorno proposto dalla consigliera Maria Vittoria Ceraso che, recependo la sollecitazione del MEAN, chiedeva alle istituzioni europee l’istituzione dei Corpi Civili di Pace e impegnava il Comune a sostenere azioni concrete affinché le organizzazioni della società civile potessero operare in sicurezza.

“Abbiamo promosso questa proposta con un flash mob davanti al Teatro di Odessa – spiega Bellini –, uno dei luoghi simbolo della città: abbiamo cantato e mostrato dei cartelli, tra cui uno con la scritta ‘Putin vai a casa’, per ricordare la verità più semplice di questo conflitto. Questa iniziativa è fondamentale perché la costruzione della pace non è monopolio di nessuno, ma richiede diversi strumenti: la deterrenza e la difesa militare, la diplomazia e le azioni della società civile. La pace si costruisce tutti insieme e ognuno deve fare la propria parte“.

Non sono mancati i momenti di condivisione per celebrare l’amicizia tra i due popoli: un concerto di musica popolare, un pranzo preparato dagli italiani per cento vigili del fuoco di Odessa e un quadrangolare di calcio a 5 tra due rappresentative italiane e due formazioni locali (Difesa antiaerea e Marina), con Bellini nel ruolo di capitano di una delle squadre italiane.

Tra i tanti ricordi del viaggio, a colpire maggiormente è stata la resilienza del popolo ucraino, capace di resistere a bombardamenti lunghi e stremanti. Una forza costante e silenziosa, coltivata anche in memoria di chi non c’è più.

“Appena arrivati a Odessa, l’arcivescovo ha voluto che il nostro primo appuntamento fosse al cimitero – conclude Bellini –. Mi ha colpito enormemente la distesa di lapidi coperte dalle bandiere ucraine: caduti di tutte le età, dai ragazzi giovanissimi nati nel 2002 e 2003 fino a persone nate negli anni Sessanta. In un silenzio surreale, rotto solo dal vento che faceva sventolare i drappi e dal rombo degli aerei per l’ennesimo attacco di droni, camminare tra quelle tombe e ascoltare le parole dell’arcivescovo è stato un impatto emotivo fortissimo, che fa comprendere a fondo il senso di ciò che sta accadendo”.

© Riproduzione riservata
Caricamento prossimi articoli in corso...