Processo Giovannini, parola alla difesa: “Processo non istruito, indagine superficiale”
Dopo la richiesta di pena a otto anni, hanno arringato i difensori dell'imprenditore del gelato accusato di bancarotta. "Argonice non era un veicolo per dragare denaro"
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Parola alla difesa, nel processo contro Alberto Giovannini, l’imprenditore di Orzinuovi di 59 anni accusato di bancarotta fraudolenta, autoriciclaggio e indebita percezione di finanziamenti bancari per 2,182 milioni. Nei confronti dell’imputato, lo scorso 6 ottobre il pm Andrea Figoni aveva chiesto la condanna a otto anni di reclusione.
Una start-up nel campo della produzione di gelati con macchine innovative per ottenere un prodotto naturale, con più di 50 gusti. Un marchio che Giovannini aveva pubblicizzato in tutto il mondo, ottenendo diversi finanziamenti da privati e dalle banche a cui avrebbe fatto credere di avere aumenti di capitale, in realtà, per l’accusa, fittizi. Su di lui hanno indagato gli uomini della guardia di finanza di Cremona.
A Cremona Giovannini amministrava la Argonice, una srl con sede in via del Sale, messa in piedi nel 2016 e portata al fallimento nel 2022. Per l’accusa, la società avrebbe preso dei fondi dagli istituti di credito, facendo sparire il denaro senza avere un progetto e una vera e propria attività.

“Questo processo non è istruito“, hanno attaccano i legali di Giovannini, gli avvocati Andrea Balzarini e Massimo Nicoli. “E’ stata presa la documentazione bancaria, la questione della cessione delle quote, la mancanza di contabilità, perchè i cessionari a cui è stata consegnata la documentazione non l’hanno mai riconsegnata al curatore fallimentare. Gli atti depositati in Camera di Commercio sono falsi, non sono quelli che sono stati sottoscritti da Giovannini, tant’è vero che il verbale di cambio di amministratore non è mai avvenuto”.
“Noi vogliamo dimostrare”, hanno aggiunto i legali, “che l’attività c’era, era fiorente, è stata valutata da diversi advisor che hanno redatto dei business plan, che ci hanno messo la faccia per andare davanti agli istituti di credito. Le stesse banche hanno valutato positivamente il progetto e hanno erogato fondi. Non è vero che la Argonice era una società fantasma e semplicemente un veicolo per dragare del denaro“.
Per l’accusa, invece, il 59enne avrebbe coinvolto risparmiatori privati con la promessa di facili guadagni legati alla sottoscrizione di un prestito obbligazionario finalizzato all’avvio della start-up innovativa per la produzione di gelati. Come una coppia di risparmiatori cremonesi che gli aveva consegnato 40mila euro dei propri risparmi. All’inizio marito e moglie avevano ricevuto le prime cedole di rimborso, ma quando avevano chiesto di rientrare dal prestito, avevano ottenuto solo la promessa della restituzione delle somme investite, mai riavute indietro.
Contro l’imprenditore era partita una denuncia per truffa, poi archiviata, sulla quale i finanzieri, come aveva spiegato in aula il maresciallo della guardia di finanza che ha seguito il caso, hanno indagato, effettuando accertamenti bancari per verificare l’origine dei fondi accreditati sui conti bancari ed il loro successivo utilizzo, scoprendo che i 2,182 milioni di finanziamenti, il 59enne li avrebbe ottenuti gonfiando gli aumenti di capitale e con false poste di bilancio, dimostrando una solidità della srl. In realtà tutto il denaro lo avrebbe messo in un’altra società, la EV04, di cui Giovannini è stato amministratore unico da febbraio del 2009 a metà dicembre del 2021 con un’attività di commercio via internet di autoveicoli nuovi ed usati.
Uno dei punti più contestati dalla difesa è la querela presentata da Giovannini nel settembre 2020 alla Procura di Brescia. “È stato lui stesso a chiedere alla guardia di finanza di intervenire”, hanno sostenuto i legali: “Giovannini aveva ceduto la società a un fondo olandese e poi erano state utilizzate delle firme elettroniche non riconducibili a lui per un’altra operazione.
La procura di Brescia ha inviato tutto a Cremona per competenza, e la procura ha archiviato. Se ci fosse stato un intento fraudolento, perché Giovannini avrebbe fatto la segnalazione alla finanza e messo anche di tasca propria oltre 170mila euro nel progetto che stava andando a cedere nella speranza che qualcuno ricapitalizzasse la società?. Questa querela non viene letta né allora né dopo, quando si comincia a indagare sulla bancarotta”.
Secondo la difesa, ci sono “due vizi di fondo”: il pregiudizio di chi indaga su materia tributaria, “abituato a chiedere di giustificare fondi sospetti, ma qui vige la presunzione di innocenza”, e l’appoggio sugli “elementi sintomatici, quelli sufficienti in mancanza di una prova regina che hanno portato ad un’indagine superficiale e caratterizzata da una certa selettività nel materiale probatorio”.
La scorsa udienza il pm aveva chiesto la condanna a tre anni anche per un ex socio di Giovannini, un finanziatore, mentre l’assoluzione per la moglie del principale imputato e per una “testa di legno”, un uomo messo a fare l’amministratore unico della Argonice dal 20 febbraio del 2020 sino al fallimento della società.
La sentenza sarà pronunciata il prossimo 27 ottobre.