Un racconto di Gabriele Dolfi
I fili dei discorsi
Un racconto di Gabriele Dolfi
I rappresentanti d’istituto parevano ben intenzionati all’inizio dell’assemblea, poi tutto è degenerato: battute omofobiche, l’elezione di Miss ITIS 1996, persino un’esibizione di wrestling. Tutto nella norma in una scuola composta al 95% da allievi maschi.
Stufa di queste performance testosteroniche mi sono unita a un gruppo di compagni mentre trafugava in portineria le chiavi dell’auditorium. Spalancate le porte della libertà, mi sono fatta un giro in centro prima di tornare a casa. Non fuggivo dalla scuola ma dall’idiozia che ne aveva preso il controllo. Mi sentivo innocente.
Ma, una volta salita sul bus, ho percepito i primi sensi di colpa aggrovigliarsi nello stomaco e mutare in panico. E se avessero fatto l’appello, scoprendo la mia evasione? Mai sentito di appelli nelle assemblee scolastiche, ma se oggi li facessero?
Devo impedire che i miei sappiano della fuga. Non mi preoccupa papà, lui torna tardi, ma la mia nevrotica madre casalinga, sempre in bilico tra faccende domestiche e programmi spazzatura in tivù, lei sì.
Per fortuna è mercoledì, il pomeriggio della manutenzione estetica: tra visagista e coiffeur non dovrebbe rientrare prima delle sei, permettendomi di intercettare ogni chiamata sull’unico telefono di casa imitando la sua voce nasale. Oh, sono brava: inganno persino la nonna.
Siedo in sala vicino all’apparecchio SIP fingendo di fare i compiti, pronta a scattare al primo squillo. Manca poco alle due, l’orario in cui lei esce per i suoi giri. Ma il tempo passa e alle due e venti la mamma è ancora qui, in piedi a fumacchiare sigarette fissando la cornetta. Perché diavolo non se ne va?
«Non devi uscire?»
«No».
«Ma il mercoledì…»
«Sono a posto così».
«Vedo un accenno di ricrescita…»
«Laura, pensa a studiare!»
Merda.
Quella frecciatina sulla ricrescita però ha colpito nel segno, infatti corre a specchiarsi. Ho un’idea: prendo il suo pacchetto di sigarette e spezzo le ultime a metà, poi rimetto tutto a posto e mi siedo.
Di ritorno dal bagno, cerca di accendersi un’altra Camel. Impreca. Confusa, mi lancia un’occhiata ma non dice niente.
Torna a fissare il telefono ma è nervosa, l’astinenza dalla preziosa nicotina la sta consumando. Seppur combattuta, afferra la borsetta e si infila le scarpe per correre in tabaccheria.
«Se mi cercano digli di richiamare!»
Sospiro, ho guadagnato un quarto d’ora. E se non chiamassero? Cosa potrei inventarmi al rientro di mia madre per allontanarla di nuovo?
Devo prendere l’iniziativa: contattare la scuola e fingermi mamma, anticipando le loro mosse. Allungo la mano verso il telefono ma suona prima che lo sfiori.
Terrore puro.
Però rispondo, cimentandomi nella miglior imitazione di sempre.
«Pronto, chi parla?»
«Passo a prenderti alle otto. Ci faremo una nuova vita, amore mio. Una seconda possibilità per entrambi».
Silenzio.
«Amore? Perché non rispondi?»
«Amo solo la mia famiglia. Tra noi è finita, non cercarmi».
E metto giù.
Resto immobile a fissare l’apparecchio. Squilla. Smette. Poi squilla di nuovo. Lo ignoro come il tempo che passa.
Al rientro di mia madre il telefono sta ancora suonando. «Perché cazzo non rispondi?»
Con uno scatto mi spinge via per ghermire la cornetta e portarsela all’orecchio. «Pronto? La scuola? S-sì, sono sua madre…»
Mi guarda ma, quando vede i miei occhi versare lacrime e rabbia, i suoi fanno eco: scorrono cascate di emozioni che, come due fiumi in una confluenza, ci trascinano l’una verso l’altra chiudendo con un abbraccio una voragine profonda dieci anni di parole non dette.
Una donna torna madre, una ragazza torna figlia.
