Un racconto di Giulia Maestri

Le ragioni per cui ho ucciso Sarah Grillo

Un racconto di Giulia Maestri

Quando fu trovata alle prime luci dell’alba, Sarah giaceva in una pozza di sangue. Il liquido era  ancora lucido, ma il colore virava già al marrone. Il più anziano tra i poliziotti presenti raccolse un bastoncino da terra e lo immerse appena nel plasma. «Con questo freddo, ci ha messo più tempo a coagulare. A occhio e croce direi che è qui da almeno due o tre ore».

Le voci corrono rapide nei piccoli paesi e l’indomani Tiziano Martini varcava la soglia della stazione dei Carabinieri di Vallego. «L’ho uccisa io quella lì».

Qualche ora dopo il commissario Palladino lo stava aspettando nella stanza dell’interrogatorio della vicina città di Noveta. Le telecamere erano nascoste, ma il ragazzo sapeva dove guardare. Riesaminando le immagini si notò che, per tutta la durata del colloquio, non distolse mai lo sguardo dall’obiettivo. «Se l’è meritato» disse ancor prima che Palladino potesse porre la prima domanda. «Sapeva che avevo una cotta per lei. Giocava con me. Continuava a provocarmi. Quella notte mi ha chiamato dopo aver lasciato la casa del fidanzato, un sottone di dodici anni più vecchio di lei. Sono passato a prenderla per accompagnarla a casa. Stava piangendo. Mi ha chiesto di allungare la strada e passare attraverso il parco».

«Parco Del Castello?» si intromise per la prima volta il commissario.

Il ragazzino fece una smorfia maliziosa che si trasformò presto in una risata. «Certo nonnino, perché avrei dovuto portarla in un parco diverso in un secondo momento? Pensi che sia scemo?»

Quella domanda retorica non ebbe mai una risposta.

«Sarah mi ha baciato. È stato eccitante. Ho cercato di toccarla, ma mi ha respinto. Mi sono incazzato. Le ho messo le mani attorno al collo e ho stretto fino a stordirla. Mi sono accertato che respirasse ancora. Volevo che sentisse ogni mio movimento. Poi l’ho finita».

Ci fu un lunghissimo minuto di silenzio prima che Palladino chiedesse maggiori informazioni sull’omicidio. Martini raccontò di un coltellino svizzero che portava sempre con sé. Erano bastate quattro pugnalate per levarle il respiro per sempre.

Due settimane dopo, mentre apriva la porta del suo ufficio, Palladino sentì il cellulare squillare. Era Giulio, il suo migliore amico dai tempi dell’accademia, nonché medico legale. Dopo essersi accertato che il commissario fosse solo, iniziò a elencare le informazioni emerse dall’autopsia. «La ragazzina è morta alle 5.18 del 27 novembre. Causa della morte, otto pugnalate. La lama che l’ha uccisa era di venti centimetri, impossibile si tratti un coltellino svizzero. Nessuna traccia del DNA del sospettato sul corpo. Nessuna» annunciò il legale.

«Sapevo che quel pazzo era innocente» commentò l’amico. «Hai altro per me?»

Dall’altra parte del telefono si sentì un sospiro. «Ricordi quando hai dubitato della fedeltà di tua moglie? Mi hai portato una ciocca di capelli di tuo figlio, per confrontarla con i tuoi. Il DNA di Matteo si trova sotto le unghie di Sarah».

Palladino riattaccò e si recò nella cella che teneva Tiziano Martini in custodia cautelare.

«Come si chiamava il fidanzato di Sarah?» chiese.

«Matteo».

«Commissario, ci sono novità?» domandò la poliziotta Martina Ghilda incontrando Palladino di ritorno verso il suo ufficio.

«Tiziano Martini è il colpevole. Ha ucciso Sarah Grillo».