Commenta

Avanti il Festival Verdi di Parma, 'La Battaglia di Legnano'

op

Seconda opera in cartellone per il Festival Verdi di Parma La Battaglia di Legnano, titolo non di repertorio d’impronta risorgimentale andato in scena per la prima volta nella città emiliana nel 1860 con esito infelice.
Verdi, da Parigi, dove allora abitava, profondamente colpito dai resoconti delle vicende politiche italiane del 1848, cercò in qualche modo di aderire alla causa patriottica nazionale. Prima di realizzare questo lavoro, firmò un’istanza a favore dell’intervento della Francia per sanare la situazione nella Penisola; in seguito, su sollecitazione di Mazzini, compose il «Suona la tromba», destinato a incoraggiare le truppe che si apprestavano al combattimento e, infine, si rivolse a Salvatore Cammarano perché gli approntasse un libretto da mettere in musica. Dopo indecisioni e tentennamenti, si giunse alla scelta della vicenda che fu collocata storicamente nel Medioevo ai tempi della mitica Lega Lombarda. L’opera fu terminata nel giro di alcuni mesi e andò in scena per la prima volta al Teatro Argentina di Roma nel gennaio del 1849 determinando un prevedibile delirio nel pubblico.
Verdi, con tale lavoro, non dimostrò certo di aver raggiunto un’unità stilistica ma, accanto a diversi procedimenti convenzionali, evidenziò una maturazione professionale proponendo nuove soluzioni compositive. Soluzioni evidenti sin dall’iniziale maestosa «Sinfonia», delineata in maniera abbastanza corretta al Festival di Parma da Boris Brott alla testa della Filarmonica Arturo Toscanini.
Il maestro canadese, chiamato in sostituzione dell’indisposto Andrea Battistoni, ha già affrontato tale partitura a Trieste alcuni mesi or sono. Accolto dai consueti applausi di benvenuto, attacca il maestoso Allegro marziale in La maggiore con adeguatezza ed è subito delineato il tema della Lega Lombarda che ricorrerà più volte nell’opera a mo’ di Leitmotiv. La direzione procede quindi tra alti e bassi senza eccessivo calore faticando un poco ad assumere quel carattere energico ed incisivo che ci saremmo attesi. In generale risulta frammentaria, non del tutto coinvolgente e Brott evidenzia alcuni problemi nel coordinamento di cantanti e strumentisti. L’accuratezza dell’orchestrazione verdiana e le ricercate armonie in essa contenute stentano ad emergere, soprattutto nel maestoso finale, segnato dagli influssi del grand-opéra francese di stampo meyerberiano. Da parte loro i giovani interpreti ce la mettono tutta per dar risalto ai diversi drammi individuali e ai più profondi conflitti interiori nell’affresco collettivo. Il loro compito, tuttavia, è impervio in quanto si tratta di individuare e valorizzare aspetti musicali del percorso verdiano non ancora ben definiti e risolvere momenti tecnicamente problematici. Il tenore spagnolo Alejandro Roy riveste il ruolo epicheggiante di Arrigo, il personaggio nel quale il grande musicologo Budden aveva individuato un precursore di Otello. È attesissimo in particolare per la nota cavatina «La pia materna mano»; brano da eseguirsi in maniera dolcissima, legata ed espressiva, nel quale il cantante si impegna a fondo, denotando comunque, anche nel resto della recita, un timbro poco elegante e una certa fatica soprattutto in registro acuto. La difficile parte di Lida è affidata al soprano rumeno Aurelia Florian che esordisce con la dolce e addolorata cavatina di stampo chopiniano «Quante volte come in dono», seguita da cabaletta. La voce della cantante, pur gradevole, non sempre è capace di sfumare e, soprattutto nella lirica preghiera del quarto atto, presenta alcuni problemi di intonazione. Rolando, scritto appositamente da Verdi per il baritono Filippo Colini, è qui interpretato dall’albanese Gezim Myshketa, subito messo alla prova nella romanza «Ah! M’abbraccia… d’esultanza»: tenera melodia che richiede espressività e morbidezza. Il cantante propone il suo personaggio in maniera drammaticamente credibile e tenta di caratterizzarlo con una qualche gamma di sfumature, anche se negli acuti la voce risulta forzata. Il crudele imperatore Federico Barbarossa è il veneziano William Corrò, basso d’accento non sempre terribile e vigoroso, come imporrebbe la parte. Completano il cast il baritono moldavo Valeriu Caradja (il prigioniero alemanno Marcovaldo, un antesignano di Jago), Erica Beretti (Imelda), Emanuele Cordaro (console/podestà) e Cosimo Vassallo (araldo).
Compatto e coinvolgente il Coro preparato da Martino Faggiani. All’insieme è affidato un ruolo assai importante in vari momenti dell’opera, dall’iniziale «Viva Italia», declamato con grandiosità, all’esplosiva ferocia del «Guerra! A morte», per giungere, dopo altri puntuali interventi, all’elettrizzante Finale che si conclude col solenne Te Deum.
L’allestimento, ideato da Pier Luigi Pizzi che firma anche scene e costumi, è lineare ma piuttosto monocorde e, improntato com’è su colori quali nero, bianco o grigio, non sottolinea sensibilmente lo spirito sanguigno e le tematiche travolgenti del Risorgimento; piace tuttavia al pubblico che, al termine della recita, applaude con calore il regista insieme a tutti gli altri protagonisti della recita.

Paola Cirani

© RIPRODUZIONE RISERVATA

© Riproduzione riservata
Commenti