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Perseguitata e picchiata dal marito, condannato a due anni e due mesi

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Condannato a due anni e due mesi di reclusione, una pena più’ alta rispetto alla richiesta del pm onorario Silvia Manfredi di un anno e otto mesi. E’ la sentenza del giudice Francesco Sora nei confronti di Ben Salah, 47 anni, tunisino, accusato di stalking, violenza privata e lesioni personali nei confronti dell’ex moglie Amina, 45 anni, di Tunisi, residente a Cremona. Il giudice, che ha modificato uno dei capi di imputazione, passato da violenza privata a minacce, ha anche condannato l’imputato a versare una provvisionale di 10.000 euro alla parte civile, in aula rappresentata dall’avvocato Guido Priori, e ordinato l’espulsione di Ben Salah dal territorio. Attualmente l’uomo e’ irreperibile in Tunisia.
Non accettando la fine del suo matrimonio, l’uomo ha molestato e perseguitato l’ex moglie con minacce, aggressioni verbali e fisiche e appostamenti sul luogo di lavoro.
Un calvario di sette anni, quello vissuto da Amina, liberata nel 2006 dagli agenti della questura di Parma perché l’imputato la teneva segregata in casa in stato di schiavitù.
Nel 2007 la donna era tornata a vivere da sola a Cremona. Faceva l’interprete per la questura, poi ha aperto un negozio di cose usate. Un giorno, nel 2009, il marito l’ha trovata. Si è presentato nel negozio e l’incubo è ricominciato con insulti, minacce di morte telefonate, botte e aggressioni. “Ti faccio finire come la pakistana di Brescia”, le aveva detto, riferendosi a Hina Saleem, la ragazza pakistana uccisa dai parenti come punizione per non essersi adeguata agli usi della sua cultura. Amina era stata costretta a chiudere il negozio e anche a cambiare casa.  Parla cinque lingue, Amina. A 21 anni si è laureata in Fisioterapia, poi è stata venduta per 10.000 euro per salvare la sua famiglia dalla povertà. Nel 2008 si è convertita alla religione cattolica. E’ stata battezzata nella chiesa di San Luca. Si dice “terrorizzata” dal mondo islamico. Un anno fa del caso di Amina si era occupata persino l’onorevole Daniela Santanche’ che aveva scritto una lettera al pm di Brescia competente nell’altro processo di riduzione in schiavitù per capire come mai l’uomo che stava terrorizzando la sua ex moglie non era ancora stato arrestato.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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