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Nessuna violenza sui disabili a Sospiro, assolte tre operatrici dell'istituto

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Gli avvocati Tabaglio (sinistra) e Nicoli

Non ci fu violenza sugli ospiti dell’Istituto ospedaliero di Sospiro, tutti disabili gravi con vari deficit psichici. Il giudice Andrea Milesi ha infatti assolto “perché il fatto non sussiste” le tre operatrici socio sanitarie dipendenti della cooperativa Aurora Domus accusate di aver maltrattato i degenti affidati alle loro cure. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra l’ottobre del 2011 al dicembre del 2012 in uno dei reparti che ospita soggetti con problemi psichici. Solo per una delle imputate, Maria, il pm Fabio Saponara aveva chiesto la condanna ad un anno di reclusione, mentre l’assoluzione per le altre due, Rose e Oluwa, entrambe nigeriane. Tutte sono state processate con il rito abbreviato.

“I maltrattamenti non sono stati provati”, ha detto il legale di Maria, l’avvocato Massimo Nicoli. “Al massimo si potrebbe parlare di uno schiaffo ad un degente, cosa tra l’altro da considerare in un ambito particolare quale quello di Sospiro. Il giudice ha valutato la notevole mole dei documenti raccolti durante l’indagine ed ha compreso che i fatti contestati non sono mai accaduti”. Maria, in seguito all’inchiesta, si è licenziata. “Si era creato un clima lavorativo in cui lei non si sentiva più a suo agio”, ha aggiunto il legale. Soddisfatto anche l’avvocato Massimo Tabaglio, che assisteva le altre due imputate: “nulla è stato rilevato agli effetti della sostenibilità del reato di maltrattamenti”.

Nel procedimento davanti al gup si erano costituite parte civile  la cooperativa di servizi socio sanitari Aurora Domus e la Fondazione Sospiro nella persona del presidente Emanuele Preite. La Fondazione, rappresentata dall’avvocato Gian Pietro Gennari, rivendicava un danno di immagine.

“Le costituzioni di parte civile”, ha però attaccato l’avvocato Tabaglio, “sono state affrettate per sostenere il cosiddetto diritto di immagine che assolutamente alla luce dei fatti non è stato leso”. “Le mie assistite”, ha ricordato Tabaglio, “hanno dovuto subire i danni e gli svantaggi derivanti dal rapporto di lavoro, tanto che Oluwa era stata sospesa e poi reintegrata in un altro istituto, mentre per Rose non erano stati presi provvedimenti in quanto era in maternità”.

Le indagini erano partite in seguito ad un esposto presentato da una dipendente marocchina di una cooperativa di servizi socio sanitari che aveva denunciato “atteggiamenti aggressivi” da parte di una delle imputate, “più volte vista urlare e spingere con forza al punto di far cadere gli ospiti a terra, picchiarli su più parti del corpo dando loro calci ovunque”. La donna aveva anche riferito che l’operatrice avrebbe avuto in pugno “oggetti contundenti (chiavi, bicchieri, ferri)” e che non avrebbe esitato a “picchiare e ferire, oltre che a lanciare con forza gli oggetti contro i malcapitati che sono stati medicati più volte per lacerazioni”. La dipendente della cooperativa che aveva denunciato i fatti aveva anche rilevato “comportamenti violenti configurati in botte, calci e schiaffi nei confronti degli ospiti” anche da parte delle altre due colleghe.

La motivazione della sentenza sarà depositata entro 90 giorni.

Sara Pizzorni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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