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Pesca abusiva in Po, primi
passi per contrastarla. M5S
chiede pene più severe

Il Pd annuncia l'approvazione alla Camera della legge che eleva da illecito amministrativo a reato penale la pesca di frodo nel Po, ma per il Movimento 5 stelle le misure repressive sono troppo blande rispetto alla gravità del problema. Il VIDEO di Cremonaoggi documenta l'estensione del fenomeno sulle rive del più grande fiume italiano.

Della pesca di frodo sul Po si era occupata CremonaOggi già nell’agosto 2011, denunciando l’esistenza di un vero e proprio business che organizza pacchetti di viaggio, soggiorno in campeggio e noleggio barche, tutto rigorosamente abusivo, a 1800 euro la settimana (leggi qui).  Attività fuori controllo dovunque in Italia, ma particolarmente evidente nella valle del Po, dove da tempo gli appassionati del fiume denunciano queste presenze. Ieri, finalmente, i primi passi di una legge che eleva a reato quello che fino a ieri era un semplice illecito amministrativo, che procura gravissimi danni non solo economici, ma soprattutto ambientali. La Camera dei deputati ha infatti approvato il “Collegato agricolo” che accoglie un emendamento della deputata Pd cremasca Cinzia Fontana: “Per la prima volta – afferma –  vengono estese a fiumi, laghi, canali, acque dolci, le sanzioni previste per la pesca illegale nelle acque marittime, elevando da illecito amministrativo a reato penale la pratica della pesca abusiva”.

Ma piovono critiche dal Movimento 5 stelle: le misure repressive sono troppo blande rispetto alla gravità del problema e rispetto a quanto richiesto dalle associazioni di pesca sportiva, in primis la Fipsas, ma anche dalle forze dell’ordine che operano sul campo.

“Avevamo proposto pene più severe per chi compie attività di bracconaggio nelle acque interne, arresto fino a 3 anni e ammenda fino a 15.000 euro, allargandole anche ad altri comportamenti che i predoni delle nostre acque pongono in essere, oltre all’utilizzo della corrente elettrica o di sostanze tossiche, che comportano in ugual misura danni ingenti al nostro territorio”, afferma l’onorevole Danilo Toninelli in un comunicato firmato da altri rappresentanti  locali dei 5stelle tra cui la capogruppo in consiglio comunale Lucia Lanfredi.

Secondo i 5 Stelle, “la sanzione penale per chi utilizza strumenti della pesca professionale oltre ai limiti consentiti non è passata. In questo modo sarà lasciata una vera e propria scappatoia e area di impunità ai predoni che continueranno a farla franca poiché la sanzione amministrativa non sarà un deterrente sufficiente, e, soprattutto, non fermerà i bracconieri stranieri, che sono la maggior parte e che in Italia anche grazie a una legislazione inefficace e a controlli insufficienti hanno trovato una vera e propria miniera d’oro. Avevamo inoltre proposto che venisse inserita nella norma la sanzione per chi trasporta pesce vivo nei laghetti interni per farci business ma anche questa proposta è stata rigettata dal Governo. La nostra presenza e la nostra insistenza ha comunque portato a un piccolo passo avanti nella disciplina e di questo prendiamo atto, ma non basta. Il PD ed il Governo hanno bocciato le nostre proposte, avanzate dalle associazioni di pesca sportiva, dalla FIPSAS e anche dalle forze dell’ordine che si occupano di questo tema. Si è persa ancora una volta una grossa occasione, in questo caso per mettere la parola fine al bracconaggio e alla distruzione dei nostri habitat. Lotteremo affinché al Senato si possano correggere queste gravi lacune, e trovare anche le risorse per garantire un controllo sul territorio che oggi, per colpa di questo Governo, è venuto meno”.

“Il bracconaggio – continua Toninelli –  oltre a essere un inaccettabile crimine contro gli animali è anche un potenziale pericolo per il mercato regolare e per la salute dei cittadini, che nel cremonese, così come in tutte le zone attraversate dal Po è particolarmente grave. Come hanno evidenziato le associazioni di categoria di recente, le ultime inchieste hanno rilevato che attualmente i pescatori di frodo attivi sul Po sarebbero circa 150, organizzati in almeno 8 gruppi che si spartiscono il corso del fiume con ruoli ben precisi. Si stima che mediamente ogni gruppo sia in grado di smerciare due carichi a settimana da 20 quintali ciascuno di pescato che in gran parte finisce sui mercati dell’Est. Per non parlare dei danni provocati alla fauna ittica, ai fondali del fiume a causa dei sistemi di pesca illegali — km di reti e uso di corrente elettrica — e del rischio per la salute dei consumatori. È già stato accertato in più di un caso che il pesce è finito sui banchi italiani.”.

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