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False unioni, i cinesi arrestati:
'Lo abbiamo fatto per soldi,
ma non siamo una gang'

L'avvocato Carlo Alquati

L’avvocato Carlo Alquati

Secondo gli inquirenti, gli arrestati avrebbero fatto parte di un sistema che in cambio di denaro organizzava finti matrimoni con il fine di regolarizzare immigrati che poi ottenevano il permesso di soggiorno. Nell’operazione ‘don Abbondio’, scattata tra il piacentino e il cremonese, sono finite ai domiciliari quattro persone con le accuse, a vario titolo, di concorso in tentato favoreggiamento e tentato sfruttamento dell’immigrazione clandestina mediante falso matrimonio. Si tratta di una 26enne di Castelvetro Piacentino, di un 47enne cremonese e di una coppia di cinesi, lui 44 anni, e lei di 42, residenti a Cremona ed ex gestori del ristorante La Barca di piazza Risorgimento.

Oggi la coppia, assistita dall’avvocato Carlo Alquati, ha risposto alle domande del gip di Piacenza Adele Savastano nell’interrogatorio di garanzia. I due cinesi hanno ammesso solo in parte gli addebiti, precisando di non aver mai fatto parte di una gang o di un sodalizio criminale. I due, per guadagnare del denaro, hanno ammesso di aver favorito l’incontro tra la 26enne di Castelvetro che era disponibile alle finte nozze in cambio di denaro e un cinese che aveva bisogno del permesso di soggiorno. Il compenso sborsato dallo sposo sarebbe andato in parte a loro e in parte ai due italiani finiti agli arresti.

Il matrimonio era stato celebrato in municipio a Castelvetro, ma su quella strana unione i carabinieri avevano già avuto segnalazioni da parte degli uffici competenti del Comune di Castelvetro Piacentino. Proprio da qui è partita l’indagine dei militari, culminata venerdì scorso con i quattro arresti e con la denuncia di altre 19 persone: tre cinesi, sette marocchini e nove italiani. Di finti matrimoni, secondo l’accusa, ne sarebbero stati celebrati una decina tra il piacentino e il cremonese.

Da quanto dichiarato dalla coppia di cinesi, sarebbero stati i due italiani a proporre loro di favorire gli incontri con i connazionali. Solo un paio i tentativi di unione ammessi dai cinesi, tra cui le finte nozze che hanno fatto scattare l’inchiesta e un matrimonio a Bonemerse rimasto alla fase di progettazione. “Lo abbiamo fatto per soldi”, ha ammesso la coppia al giudice. “Abbiamo sbagliato”.

Per i due cinesi, che hanno due figli piccoli, l’avvocato Alquati ha fatto chiesto la remissione in libertà o quantomeno l’obbligo di dimora con la possibilità di poter portare i figli a scuola. “Sono brave persone che stanno cercando di lavorare nel commercio”, ha spiegato l’avvocato Alquati. Sulla richiesta del legale, il giudice si è riservato.

Anche gli altri due arrestati hanno risposto alle domande del gip. Anche da parte loro, parziali ammissioni.

Sara Pizzorni

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