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Spese per Palazzo di Giustizia:
da Roma mancati
pagamenti per 2 milioni

Oltre tre milioni di euro è costato al Comune di Cremona il funzionamento degli uffici giudiziari dal 2011 al 2015, tra spese di manutenzione, pulizie, servizio di guardia, telefoni, ed altro ancora, ma soltanto poco più di un terzo è stato rimborsato dal Ministero di Grazia e Giustizia, perdipiù con ritardi di anni.  A fronte di una spesa di gestione sostenuta dal Comune di Cremona da gennaio 2011 ad agosto 2015 per complessivi 3.306.439,75 euro, comprensiva del fitto figurativo, l’Ente ha riscosso dallo Stato soltanto 1.150.425,28 euro.  Ora, il credito residuo riconosciuto dallo Stato al Comune di Cremona sarebbe di soli 730.424,74 euro, dilazionati in rate trentennali di 24.347,49 euro ciascuna, al posto della maggiore somma di almeno 2.156.014,47  euro derivante dalla differenza tra le spese effettivamente sostenute dall’Ente ed il rimborso già erogato dal Ministero.

E’ l’effetto del decreto del presidente del  consiglio dei ministri dello scorso 10 marzo che ha ribaltato le carte in tavola fissando nuove regole per il riparto dei fondi anticipati dai Comuni per il funzionamento di procure e tribunali. La legge di bilancio 2017 ha stanziato 300 milioni per tutti gli enti locali creditori, che saranno erogati nell’arco di trent’anni e con la clausola che gli enti stessi non facciano ricorso.

Una situazione che rischia di minare alle basi il bilancio del comune di Cremona, come quelli di tutte le altre città capoluogo sedi di uffici giudiziari, dove le somme da introitare sono iscritte alla voce dei residui attivi. Un problema nazionale, di cui si sta facendo carico l’Anci, associazione deiComuni, che ha deciso di opporsi per vie legali alle nuove modalità di rimborsi del ministero, tanto più che una sentenza del Tar Lazio di pochi giorni fa, su ricorso del Comune di Ascoli Piceno, ha accolto l’istanza di sospensiva del provvedimento ministeriale. Per quanto riguarda Cremona è già pronta, ed è in discussione oggi in Giunta, la scelta di aderire al ricorso nazionale dell’Anci.

I Comuni dovevano farsi carico delle spese di funzionamento degli uffici giudiziari in base ad una legge del 1941, sopportandone direttamente gli oneri, a fronte di rimborsi comunque parziali e posticipati, a titolo di ‘contributo’: il governo – sostiene l’Anci – ha sempre interpretato questo termine come non necessariamente corrispondente alle spese effettivamente sostenute. Da qui i ritardi e i pagamenti parziali. Poi la legge di stabilità 2015 ha modificato le cose, attribuendo dal 1 settembre 2015 gli oneri in questione direttamente al Ministero, attivando un sistema transitorio su base convenzionale. Fino al 2010 – ricostruisce l’Anci –  lo Stato aveva rimborsato una quota pari almeno all’80% delle spese; dal 2011 i pagamenti si sono sempre più ridotti. Il credito che gli enti locali vantano ammontano – afferma ancora Anci – a circa 700 – 750 milioni di euro di cui 650 per il periodo 2011 – 2014. La soluzione adottata dal governo con la legge di bilancio 2017 e poi col decreto attuativo di marzo, oltre a rateizzare in 30 anni i 300 milioni complessivamente stanziati, implica per i Comuni un rimborso che si aggira sul 67% dei costi sostenuto tra 2011 e 2014 e non copre nemmeno parzialmente i costi del 2015. In più questo rimborso verrebbe erogato solo se il Comune rinuncerà espressamente ad ogni forma di ricorso contro il decreto ministeriale: la dichiarazione in tal senso dovrebbe arrivare al ministero entro il 30 settembre. Una soluzione che ai Comuni non sta bene, di qui l’opposizione.

g.biagi

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