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Incontro gay finisce in tentata
rapina. Voleva i soldi dopo
il rapporto, a processo

Si erano conosciuti in una chat per gay, dopodichè, una volta consumato il rapporto sessuale, l’imputato aveva preteso i soldi della prestazione. Al rifiuto del partner, un professionista mantovano, tra i due era nata una colluttazione, al termine della quale la vittima era riuscita a fuggire e a chiamare la polizia. Era la notte del 14 dicembre di due anni fa. L’aggressore, Aziz, 38enne marocchino noto alle forze dell’ordine, era stato fermato il giorno dopo dagli agenti. Era già stato accompagnato a Crotone per essere espulso, ma una volta arrivato al centro di identificazione, non aveva fatto rientro nel suo paese. “Se torno in Marocco e vengono a sapere che sono omosessuale rischio la vita”, aveva detto il 38enne, che in questo modo era riuscito ad ottenere un permesso per motivi umanitari e a tornare a Cremona.

Oggi il marocchino, che risulta irreperibile, era a processo con le accuse di tentata rapina e lesioni. A difenderlo, l’avvocato Paolo Brambilla. Davanti al pm Lisa Saccaro e al collegio presieduto dal giudice Maria Stella Leone con a latere i colleghi Francesco Beraglia e Giulia Masci, ha testimoniato il sostituto commissario della squadra mobile Gianbattista Bellomi che ha ripercorso l’intervento della polizia in seguito alla chiamata del 56enne mantovano e le successive indagini che avevano permesso la cattura del marocchino.

In aula era attesa anche la vittima, che però alle 10,30, orario di inizio dell’udienza, non si è presentata, nonostante avesse ricevuto regolare avviso di comparizione. Il collegio ha quindi rinviato il procedimento, disponendo l’accompagnamento coattivo per la prossima volta e comminato un’ammenda di 300 euro alla parte offesa che a sorpresa si è presentata alle 11,10, con 40 minuti di ritardo. Il processo è stato quindi riaperto e l’ammenda ritirata.

Il professionista ha spiegato di aver conosciuto il marocchino in una chat di incontri. “Abbiamo chattato la mattina e ci siamo incontrati la sera”, ha raccontato. I due si erano visti in via Bissolati, dopodichè in auto avevano raggiunto un appartamento di via Brescia. “Mi ha detto che era casa sua”, ha riferito la vittima, “e in effetti aveva le chiavi. Era un appartamento piccolo, molto dimesso e sporco. Dopo un fugace rapporto sessuale, quella persona, da gentile, educata e rispettosa quale era sembrata, ha cambiato faccia. Ha chiuso la porta e ha chiesto di essere pagata. Il nostro, però, era un incontro senza alcun fine economico. Se fosse stato diversamente avrei rifiutato”. Di fronte al no del professionista, il marocchino lo aveva minacciato. Erano volate parole grosse, urla, e poi era scoppiata la violenza fisica. “Io ho cercato di scappare”, ha ricordato la vittima, “lui mi ha anche minacciato dicendo che avrebbe usato il coltello che c’era in cucina. Allora ho cercato di scansarlo per guadagnare l’uscita, ma lui mi ha messo le mani al collo e ha cominciato a stringere. Siamo caduti a terra, io sono stato più veloce a rialzarmi, ho aperto la porta e sono scappato”. L’uomo, che aveva riportato tre giorni di prognosi, era stato raggiunto dalla polizia all’inizio di via Mantova. Agli agenti aveva raccontato l’accaduto e mostrato sul cellulare una foto del suo aggressore. Anche in aula la vittima ha riconosciuto la foto del marocchino. “Mi ha detto che era in Italia da 26 anni”, ha ricordato il professionista, “sembrava una persona molto integrata, educata, normale. Non pensavo sarebbe arrivato a tanto”.

Quella stessa sera nell’appartamento di via Brescia, intestato ad un altro soggetto, gli inquirenti non avevano trovato nessuno. Il marocchino, come ha raccontato in aula il sostituto commissario Bellomi, era stato rintracciato il giorno dopo in via Bissolati e sottoposto a fermo.

La sentenza nei suoi confronti sarà pronunciata il prossimo 27 febbraio.

Sara Pizzorni

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