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Si fa troppo
poco per
il futuro di tutti

da Benito Fiori - Circolo culturale AmbienteScienze

Martedì, 12 dicembre. Esattamente due anni fa 190 paesi firmavano l’Accordo di Parigi per contenere l’aumento della temperatura del pianeta in 1,5, massimo 2° C (per il primo obiettivo, il 1,5° C, vagheggiato in quella sede, sembra essere ormai già tardi). A 176 di quei Paesi sono bastati soltanto 11 mesi (4/11/206) per ratificarlo, e quindi renderlo esecutivo. Per il Protocollo di Kyoto (scadenza 2020) ci era voluti otto anni (1997-2005). Questo confronto permette di misurare quanto sia divenuta grande la preoccupazione dei governi del pianeta per il futuro. Indubbiamente hanno avuto un ruolo decisivo i Rapporti di Valutazione IV (2007) e V (2013) dell’IPCC, l’organo “intergovernativo” dell’ONU per il controllo dei cambiamenti climatici.

Mentre i proclami di intenzioni di un po’ tutti questi governi fanno ben sperare, non sono molti quelli che stanno anche portandoli avanti e, purtroppo, l’Italia è fra gli altri. Intanto il cambiamento del clima si fa prepotente. In California da ottobre si susseguono grandi incendi, dall’aprile 2015 per legge c’è una riduzione dell’uso dell’acqua del 25%, il fiume Colorado non riesce più a raggiungere l’oceano ed è in costruzione un depuratore delle acque fognarie per uso alimentare. Il 30 novembre scorso in Groenlandia vi erano + 5° C di temperatura.  Tutto il bacino del Mediterraneo è già una delle aree della Terra dove l’aumento delle temperatura è più marcato (già oggi registra un aumento di 1,5° C, mentre quello medio globale è di circa 1° C) e dove questo aumento sarà ancora più evidente nei prossimi anni. L’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR ci fa sapere che nel nostro Paese nel 2017 la piovosità, tranne gennaio, settembre e novembre, è stata inferiore del 30% (per ben sei mesi del 50%). La sorgente del Po, a Pian del Re sul Monviso, questa estate ha cominciato ad asciugarsi. Cosa che trovo incoerente rispetto a questo quadro  è l’atteggiamento nel concreto del nostro Paese e per due ragioni: la prima è che gli scenari per il bacino del Mediterraneo non miglioreranno e la seconda ragione è che la siccità sta già facendosi molto penalizzante per la nostra agricoltura e quindi per la nostra economia.

La riprova dei ritardi della politica nel provvedere al rispetto dell’Accordo di Parigi è indirettamente evidenziata dal mercato delle auto elettriche. Nel 2016 nel mondo si è avuto un boom delle loro vendite (800 mila) con una crescita del 40% sul 2015 (Cina + 118%, USA + 33%). La Norvegia rappresenta da sola il 18% del mercato continentale, la Francia il 12%, il Regno Unito il 14% e la Germania il 12%. Intanto, la Volvo ha deciso di produrre solo elettriche o ibride dal 2020. In Italia nello stesso 2016 sono state vendute 1.373 auto elettriche, 43 meno dell’anno prima e rappresentanti lo 0,075% del totale che è stato di oltre 1,823 milioni di auto con un + 15,8% sul 2015. Forse, perché da noi l’incentivo è nella gratuità del bollo, mentre altrove è ben diverso. In Francia, ad esempio, si arriva anche a 6 mila euro di contributo pubblico. Altra riprova, nel 2016 la cifra raggiunta dai sussidi diretti o indiretti al consumo o alla produzione, da esoneri dall’accisa a sconti e finanziamenti per opere, distribuiti tra autotrasportatori, centrali per fonti fossili e imprese energivore e aziende petrolifere, ha raggiunto i 14,8 miliardi di euro (3,5 sono quelli di sforamento del disavanzo del bilancio dello Stato secondo la Commissione europea).

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