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Pierotto da Cremona:
l'informatore
del Pci clandestino

di Marco Bragazzi

Chi era Pierotto di Cemona? Dal nome parrebbe uno dei capitani di ventura o un’artista durante il periodo medioevale della città del Torrazzo ma, in realtà, Pierotto di Cremona era un militante politico di cui si sa poco o nulla. Nel 1923, pochi mesi dopo la Marcia su Roma, la pressione fascista sui partiti non allineati è crescente, il neonato Partito Comunista Italiano (fondato nel gennaio del 1921) viene preso di mira e i suoi militanti o simpatizzanti vengono segnalati o spesso aggrediti dagli uomini della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale.

Il Pci decide di entrare in una sorta di clandestinità e, per fare questo, necessita di referenti che si occupino del passaggio delle informazioni che, ovviamente, non potranno più circolare liberamente. Nasce così una rete molto articolata di corrispondenza tra varie città italiane ma non solo, i contatti vengono presi con cittadini in molte parti del mondo, in Europa come nelle Americhe ma anche nei paesi legati alla fascia mediterranea.

A Cremona il referente delle comunicazioni viene identificato con il nome in codice, come per quasi tutti gli attivisti, di Pierotto, il quale risulta attivo nella federazione locale e diventerà il tramite tra il comitato esecutivo centrale e la federazione giovani comunisti sia locale che provinciale. Per rendere il lavoro di Pierotto più sicuro le comunicazioni necessitano di essere cifrate e di un codice per la decodifica dei messaggi; dunque, in maniera molto semplice, il Comitato Esecutivo Centrale procede utilizzando un sistema degno di un film: il codice e la decodifica dello stesso si baseranno sul libro “Storia dell’Impero Romano dalla morte di Giulio Cesare fino alla venuta di Odoacre”, edizione Sonzogno e facente parte della collana Biblioteca del Popolo.

Ovviamente le informazioni sulla edizione da utilizzare dovevano essere precise, donde evitare di far crollare l’intero sistema di comunicazione. Per Pierotto il codice si basava sulla scelta di una pagina a caso che fungeva da chiave di lettura e che andava identificata con un numero sotto la data della missiva. Le singole lettere andavano prese a caso una per linea e identificate con numeri frazionali, ad esempio 3/8 era il codice per la terza linea ottava lettera. Pierotto avrebbe scritto o tradotto i messaggi usando le pagine sulla storia di due grandi condottieri, scelta forse non casuale da parte del Comitato, dato che il libro non era di certo tra quelli che potevano creare sospetti in un eventuale controllo di polizia.

Un sistema semplice, funzionale che, adesso, verrebbe definito “cinematografico” ma che 100 anni fa rappresentava forse la base per la scrittura criptata. Il fascicolo verrà trovato e analizzato dalla Polizia Politica di Milano nel 1927 la quale, da quel momento, ebbe sulla scrivania ogni movimento, lettera e nominativo dei militanti “anarchici” e la loro corrispondenza sia con l’Italia che con l’estero. Il fascicolo identifica anche referenti in codice nelle varie città dove, per ovvi motivi di sicurezza, gli attivisti avevano un libro diverso e, soprattutto, non potevano avere contatti diretti con i compagni di partito.

A Bologna, ad esempio, il referente prenderà il nome di Orfeo Orfei, forse come tributo al pittore romagnolo; in realtà il nome era quello di Ivo Pazzaglia, bolognese arrestato più volte dalla Polizia Politica ma mai collegato all’Orfeo Orfei del fascicolo che era ricercato da anni in tutta la provincia. All’interno le comunicazioni riguardavano ogni cosa: reperimento fondi, nomi di potenziali simpatizzanti, controlli di polizia previsti, comunicazioni interne. Il fascicolo venne sequestrato dai Servizi segreti americani con il loro arrivo a Milano nel maggio del 1945 e subito analizzato per scoprire le eventuali connessioni “anarchiche” negli Stati Uniti, dato che, paradossalmente, i nomi dei simpatizzanti statunitensi risultavano completi di data di nascita, occupazione e luogo di residenza.

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