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Cacciatori di cinghiali finiti
a processo per colpa di un
divieto. Sentenza a marzo

Sarà emessa il prossimo 21 marzo la sentenza nei confronti di quattro cacciatori piacentini finiti a processo per colpa di un divieto. Ci sono ancora da sentire tre testimoni della difesa. La mattina del 12 marzo 2016, Mario, Aldo, Decio e Renato, tutti piacentini di Fiorenzuola, Pontenure e San Polo, pensionati e da una vita con l’hobby della caccia, erano a caccia di cinghiali, ma secondo l’accusa c’era il divieto di cacciare qualsiasi specie di animale. Secondo la guardia volontaria che li aveva scoperti, erano nel comune di Spinadesco, sulla sponda destra del Po, quindi in territorio cremonese, dove era vietata la caccia, mentre al confine, in territorio piacentino, era previsto un piano di abbattimento dei cinghiali, territorio dove quindi la caccia era consentita. I quattro imputati sarebbero stati fuori di 120 metri dal territorio piacentino.

Secondo la guardia volontaria Fabio Guarreschi, che ieri ha testimoniato, la tabella che indicava la delimitazione del confine era caduta e si era spezzata. Non c’era altro segnale, nè una recinzione, nè un cartello, tranne appunto quella tabella che era stata trovata per terra. Probabile, dunque, che i cacciatori non se ne fossero accorti. Durante la sua testimonianza, Guarreschi ha anche detto di non aver trovato i quattro piacentini in possesso di cacciagione e di non aver sentito sparare.

Durante la scorsa udienza era stato sentito un dipendente della polizia provinciale che su richiesta della guardia volontaria era intervenuto sul posto con un collega. “Tutti e quattro”, aveva ricordato il testimone, “avevano il fucile da caccia calibro 12. Avevano i proiettili ma le armi erano scariche. Non abbiamo trovato animali abbattuti e non risulta siano stati sparati colpi di fucile”. “Ogni anno”, aveva spiegato ancora il testimone, “la Provincia manda comunicazione per informare dove la caccia è consentita e a quali animali. Lì ci trovavamo al confine con la provincia di Piacenza dove invece era previsto un piano di abbattimento dei cinghiali”. Al dipendente della polizia provinciale i quattro cacciatori avevano esibito un documento rilasciato dalla Provincia di Piacenza sul quale c’era scritto che quella mattina stavano eseguendo il piano di abbattimento. “All’ingresso della zona”, aveva ricordato il dipendente della polizia provinciale, “sulle piante c’erano dei cartelli di divieto di caccia, ma il confine tra le due province non era visibile sul terreno”.

“Siamo in un paese proprio strano”, era stato il commento a fine udienza degli avvocati Luigi Salice e Romina Cattivelli, difensori dei quattro pensionati, “in quanto sulla stessa linea di confine applicano regole diverse. Comunque con molta pazienza stiamo affrontando il processo”. Nel frattempo, però, ai quattro cacciatori è stato revocato il porto d’armi e finchè non ci sarà la pronuncia della sentenza non potranno cacciare.

Sara Pizzorni

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