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Sottrazione corpi di reato:
i due dipendenti 'infedeli'
del tribunale patteggiano

Hanno patteggiato oggi davanti al gup Elisa Mombelli i due dipendenti ‘infedeli’ del tribunale coinvolti nell’indagine sulla sottrazione di droga e armi dall’ufficio sequestri di palazzo di giustizia. Francesco Manfredi, 62 anni, ex addetto dell’ufficio corpi di reato, ha patteggiato una pena di quattro anni e dieci mesi, mentre Attilio Valcarenghi, 59 anni, ex addetto alla cancelleria civile, quattro anni e sette mesi. Imputati, oltre a Manfredi e Valcarenghi, anche Claudio Montanari, ex dipendente di un bar di via Mantova, e Claudio Pagliari, ex responsabile dell’ufficio corpi di reato, quest’ultimo accusato solo di omessa vigilanza. Montanari, assistito dagli avvocati Giovanni Benedini e Giancarlo Rosa, è stato processato con il rito abbreviato e condannato ad una pena di tre anni contro i cinque anni e otto mesi chiesti dal pm Lisa Saccaro, mentre Pagliari, che ha scelto il rito ordinario, è stato rinviato a giudizio. Il 12 aprile si aprirà il processo. E’ difeso dagli avvocati Simona Bracchi ed Erminio Mola. La motivazione della sentenza sarà depositata entro trenta giorni.

Nell’ottobre del 2016 Manfredi e Valcarenghi, entrambi cremonesi, erano finiti in carcere e poi ai domiciliari: il primo, difeso dall’avvocato Alberto Gnocchi, era accusato di concorso in peculato, violazione dei sigilli, falso e detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio, mentre il secondo, assistito dal legale Francesca Attianese, di concorso in peculato e detenzione illegale di armi da guerra e comuni da sparo. Secondo l’accusa, Manfredi, all’epoca addetto dell’ufficio corpi di reato, abusando della sua posizione, aveva asportato in diverse occasioni droga sequestrata e contenuta nei reperti destinati alla distruzione a seguito della chiusura dei processi. Da parte sua, Valcarenghi, appassionato di armi, si era fatto consegnare dal complice delle munizioni sequestrate che poi aveva nascosto all’interno di una tasca.

I poliziotti, grazie all’ausilio di telecamere nascoste, avevano sorpreso Manfredi mentre riempiva una borsa con circa quattro chilogrammi di droga, tra hashish, marijuana e cocaina. Il 21 ottobre del 2016 l’ex addetto dell’ufficio corpi di reato aveva lasciato il tribunale in sella al suo scooter per raggiungere la sua abitazione. La polizia lo aveva seguito, fermato sotto casa e trovato in possesso della droga. A chi era destinato lo stupefacente ? Agli inquirenti, l’imputato aveva fatto un nome, quello di Montanari, all’epoca dipendente di un bar in via Mantova. Ma quel giorno non c’era stata alcuna consegna. Quando Manfredi era uscito dal tribunale, prima di recarsi a casa si era fermato al bar. La sua intenzione, come in seguito spiegherà agli inquirenti, era sì quella di consegnare lo stupefacente a Montanari, ma essendo presente l’allora compagna dell’ex barista, che dei traffici tra i due non sapeva nulla, se n’era andato dal bar con l’intenzione di tornare qualche ora dopo, alle 16 del pomeriggio. Sotto casa, però, aveva trovato ad attenderlo la polizia.

Nell’abitazione di Attilio Valcarenghi, invece, gli uomini della mobile avevano sequestrato un vero e proprio arsenale. Alcune delle armi erano regolarmente denunciate, mentre la maggior parte detenute illegalmente, tra cui tre pistole e un fucile a canne mozze che erano custoditi nel caveau del tribunale in attesa di essere distrutti.

L’unico degli imputati che ha scelto di essere processato con il rito ordinario è stato Claudio Pagliari, ex responsabile dell’ufficio corpi di reato. Per lui ha parlato il suo legale Simona Bracchi: “Riteniamo che Pagliari, che aveva più funzioni perchè era impegnato anche nell’ufficio del giudice di pace e nella sezione di recupero crediti ex Crema e Cremona, abbia fatto ciò che umanamente era possibile fare, con riferimento ad un situazione che era già cristallizzata prima che lui arrivasse all’ufficio corpi di reato. Lui ha sempre verificato, e a detta dei superiori, il caveau era assolutamente ineccepibile e ordinatissimo. In una situazione di gravissima carenza di personale, c’era anche un principio di affidamento sui collaboratori che erano già ben collaudati prima del suo arrivo”. “Questa”, ha spiegato l’avvocato Bracchi, “è stata una bruttissima pagina del tribunale, perchè l’accorpamento con Crema non è stato calibrato, tenendo conto del poco personale. Il personale arrivato da Crema, come lo stesso Pagliari, non si era amalgamato subito con quello che era già a Cremona”. “L’impressione”, ha detto ancora l’avvocato Bracchi, “è che si sia utilizzato il mio cliente come capro espiatorio. Nel processo sentiremo comunque i testimoni e chiederemo la trascrizione delle intercettazioni. Lì si riveleranno tutte le falle organizzative”. Secondo il legale, “andava piuttosto accorpata Cremona a Crema in quanto quello di Crema era un tribunale piccolo, ma efficiente”.

Sara Pizzorni

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