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Giuseppe Bianchini,
il cremonese che cambiò
il sistema bancario italiano

di Marco Bragazzi

L’avvocato e sottosegretario cremonese che cambiò il sistema bancario italiano. Giuseppe Bianchini era nato a Cremona il giorno di San Valentino del 1876, figlio di quella borghesia cittadina legata da lontano alla nobiltà cremonese, legame che spesso aiutava i figli ad avviarsi negli studi. Dopo il periodo scolastico in città Bianchini segue quell’incredibile gruppo di personaggi cremonesi verso la sua Alma Mater, l’Università di Pavia dove si laurea in maniera magistrale in giurisprudenza. Siamo alla fine del 1800, l’Italia sta mettendo le basi per quelle riforme che devono armonizzare un tessuto economico e sociale molto frastagliato fino a pochi decenni prima. Il cremonese è un ragazzo brillante e acuto ispirato da idee liberali, diventa subito segretario della Associazione per la libertà Economica fondata dall’economista Vilfredo Pareto, nome che, tutt’ora, echeggia nelle aule delle facoltà di tutto il mondo dedicate alla statistica o alla economia grazie alla sua teoria sulla efficienza paretiana.

Bianchini capisce l’importanza di una profonda riforma del sistema bancario italiano, il suo talento e le sue idee cambieranno per decenni l’ottica di un sistema bancario dedicato allo sviluppo della struttura economica nazionale. Siamo nell’estate del 1918 quando, su incarico del Governo ancora diviso tra la guerra e la povertà diffusa che ne stava derivando, vengono creati i fondamenti per una associazione tra le banche, chiamata ABI che vedrà la luce il 3 aprile 1919. L’artefice di questo straordinario accordo che univa gli interessi della Banca di Roma, del Credito Italiano, della Banca Commerciale Italiana e della Banca italiana di sconto è proprio Giuseppe Bianchini, letteralmente il fondatore del “new deal” del sistema bancario italiano. Alla base del suo pensiero economico vi era l’unificazione dei limiti massimi sui tassi d’interesse sia dei depositi che dei prestiti, passaggio che, secondo il cremonese, avrebbe favorito la rinascita post bellica.

Bianchini aveva ragione da vendere già un secolo fa, dopo un inizio problematico per lo scetticismo di alcuni Enti il processo di crescita della sua creazione fu enorme, basandosi sul fatto che il sistema bancario doveva reggere ed aiutare lo sviluppo italiano. Le capacità dell’economista cremonese non passarono inosservate e, sempre su mandato del Governo, Bianchini comincia a girare l’Europa, prima diventa membro permanente del Comitato finanziario della Società delle Nazioni (oggi conosciuta come ONU), poi viene spedito trattare la definizione dei rapporti economici con la neonata URSS. Gli avvenimenti del secondo decennio del 1900 misero a dura prova il sistema bancario europeo, ma le riforme attuate da Bianchini avevano come ottica quello di poter stabilizzare il sistema anche dai fallimenti delle banche, soprattutto per la tutela del risparmio dei privati e degli investimenti nei settori produttivi.

L’avvocato cremonese entra in Parlamento nel 1929 in qualità di presidente della sua creazione, l’ABI, è un passaggio ormai necessario per poter mantenere la crescita e riforme del sistema creditizio ed imprenditoriale. Da quel momento propone e sviluppa leggi legate al mondo imprenditoriale e a quello bancario, convinto sostenitore della necessità di un profondo cambiamento del sistema bancario nazionale nel 1933 mette le basi per un altro ente che rivoluzionerà la storia economica italiana, l’IRI, ovvero quell’Istituto per la ricostruzione industriale forte dell’appoggio di migliaia di aziende che, paradossalmente, fino agli inizi degli anni ’90 rimase tra le più grandi aziende del mondo.

Il pensiero di Bianchini si era formato con profondi studi economici e finanziari, l’avvocato cremonese aveva capito che la creazione di consorzi bancari e imprenditoriali poteva aiutare a sostenere sia la domanda interna che ad affrontare le sfide con la concorrenza estera, il senatore aveva capito che la crescente velocità dei cambiamenti economici e sociali andava prevista con strutture in grado di reggere alle enormi problematiche finanziarie che potevano formarsi, problematiche che comportavano anche il fallimento di banche o di grandi aziende. La su attività politica lo porta a diventare sottosegretario al Ministero delle Finanze dal 1935 al 1937, ruolo dove lavorerà sempre a contatto con il panorama imprenditoriale e bancario, nei suoi scritti sono chiare le motivazioni nel trovare punti di accordo tra i due mondi che dovevano costituire l’asse di sviluppo dell’Italia.

Con l’arrivo della guerra mantiene il suo ruolo politico in Parlamento ma con una visione molto distaccata dalle scelte operative del Governo. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale la commissione per l’epurazione dal Fascismo lo giudicherà totalmente innocente da qualsiasi accusa legata al Ventennio, tanto che Bianchini continuerà la sua carriera legata al mondo imprenditoriale e bancario fino alla sua morte, avvenuta a Milano nel 1970.

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