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La presidente di Italia Nostra:
'La tavola di S.Agata resti in
chiesa. In Museo non si prega'

E’ attesa per  il 28 gennaio, nell’incontro già fissato tra il vescovo Antonio Napolioni e la comunità parrocchiale, la risposta in merito al destino della tavola di S.Agata, preziosa opera d’arte trecentesca e oggetto di devozione, che dovrebbe essere trasferita presso il Museo Diocesano. Proprio al vescovo di Cremona ha scritto, durante le recenti festività natalizie, Anna Maramotti, presidente di Italia Nostra e docente di restauro al Politecnico di Milano, nella quale spiega la sua posizione in merito alla tavola che, secondo la studiosa, dovrebbe e deve rimanere nella chiesa. “Spogliare la chiesa – si legge tra l’altro – spostando in altro ambiente la tavola, immagine che la identifica più di altre, comporta destinarla a decadimento. È noto come una civiltà si mantenga nel tempo quando i suoi segni sono vivi, espressione di un linguaggio che sa trasmettere. Nel momento in cui la tavola verrà spostata per essere musealizzata, non osiamo pensare come nella chiesa, dedicata alla Santa, s’interrompa una memoria, anzi la si privi della testimonianza più significativa”. Continua poi Maramotti: “Non mi sembra che la tavola debba perdere la sua funzione devozionale. In un museo si contempla l’arte, non si contempla l’azione misericordiosa e salvifica di Dio. In un museo non si prega”.

Ecco il testo della lettera.

Sua Eccellenza Monsignor Antonio Napolioni,
sono Anna Lucia Maramotti Politi, pro tempore presidente della Sezione di Italia Nostra di Cremona. Mi scuso anticipatamente se oso disturbarLa. Motivo di riflessione degli Iscritti e mia riguarda lo spostamento della tavola di S. Agata. Non è certo poca cosa.
Siamo convinti che quanto Lei troverà in queste poche righe sia stato già oggetto di valutazione da parte Sua, ciò nonostante ci corre l’obbligo di chiederLe qualche minuto d’attenzione per un confronto.
Va ricordato che la scoperta della tavola è dovuta all’emerito studioso Prof. Ugo Gualazzini. Il ritrovamento ha consentito non solo di recuperare alla fruizione un’opera d’arte prestigiosa, ma di restituire alla chiesa quell’aspetto identitario che la caratterizza e che le consente di collocarsi nella storia cittadina sia civile sia ecclesiastica.
La chiesa di S. Agata, come è noto, poteva fregiarsi del titolo di chiesa “mitrata”. La storia della chiesa si colloca fortemente nel contesto urbano. Si tratta di pagine di storia locale, ma come ben si evince dal passo di Giosia, re che ordina la ricostruzione del tempio di Gerusalemme, le testimonianze storiche non costituiscono una semplice salvaguardia della conoscenza del passato, ma attivano la memoria che progetta il futuro.
Spogliare la chiesa, spostando in altro ambiente la tavola, immagine che la identifica più di altre, comporta destinarla a decadimento. È noto come una civiltà si mantenga nel tempo quando i suoi segni sono vivi, espressione di un linguaggio che sa trasmettere. Nel momento in cui la tavola verrà spostata per essere musealizzata, non osiamo pensare come nella chiesa, dedicata alla Santa, s’interrompa una memoria, anzi la si privi della testimonianza più significativa.
Se poi facessimo riferimento al valore estetico della tavola, l’aura, che la circonda nel luogo dove ora è collocata, verrà meno: la fruibilità estetica e devozionale verranno interrotte. Questo accadrà anche per la cappella, ambiente ove ora la tavola è ospitata.
Ci consenta di ricordare quanto scriveva A. C. Quatremère di Quincy nel 1796 al generale Miranda. Lo studioso, nel documento, sollecitava il generale napoleonico di lasciare le opere “in situ”. Neppure va dimenticato quanto, in tempi non tanto lontani, scriveva W. Benjamin, intorno all’aura. Ciò che le opere esprimono, se mantenute nel loro contesto, è un fil rouge che accompagna la riflessione storica, estetica e antropologica. Si può supporre che questo pensiero fosse condiviso dal Vescovo Antonio Novasconi, quando questi si recò a Torino per chiedere al novello Re d’Italia che S. Domenico in Cremona non venisse distrutto. La quadreria di maggior valore, allora presente e contestuale alla chiesa, oggi è oggetto di mera fruizione estetica nella sala dei quadri del Comune e nella sala del museo dedicata a S. Domenico.
Non tocca certo a noi far riferimento alle Instructiones Fabricae et Supellectilis ecclesiasticae di S. Carlo Borromeo, ma quanto ancor oggi si evince dalla lettura del testo è che le opere d’arte non vanno decontestualizzate. Neppure la loro funzione religiosa va ritenuta estranea all’arte, anzi quest’ultima è a supporto dei valori della fede. Un’opera è tale quando la fruibilità è contestuale alla sua funzione d’uso. Solo in estremi casi la funzione d’uso, divenuta obsoleta, consente d’enfatizzare l’aspetto estetico.

Personalmente, sospendendo il ruolo di Presidente, ma da semplice fedele non mi sembra che la tavola debba perdere la sua funzione devozionale. In un museo si contempla l’arte, non si contempla l’azione misericordiosa e salvifica di Dio. In un museo non si prega.
In me la coscienza di fedele e l’eco dell’estetica di von Balthasar hanno avuto il sopravvento sul mio ruolo istituzionale.

I Consiglieri della Sezione di Cremona di Italia Nostra ed io siamo convinti che la funzione del museo diocesano in fieri sia quella di ospitare non solo opere d’arte e oggetti religiosi che nelle chiese sono in stato di abbandono, ma anche opere che provengono da munifiche donazioni.
D’altro canto riteniamo che i beni contestuali alle chiese non debbano essere spostati, in quanto opere che caratterizzano la storia e la cultura locale.
Quante opere, un tempo possedute dalla Diocesi, sono ora lasciate nei depositi di istituzioni laiche, come quelle ad esempio nel museo civico “Ala Ponzone”! Queste potrebbero essere esposte nel museo diocesano. Quanti collezionisti si sentirebbero onorati di lasciare alla Chiesa le loro prestigiose opere!
I beni presenti nelle chiese dovrebbero rimanere dove sono lì locati, ma potrebbero essere presenti virtualmente nel museo diocesano. Le tecnologie odierne consentono un tale progetto.

Con grande stima, in occasione di queste Sante festività, mi è caro porgere gli auguri più sinceri.

Per il Consiglio della Sezione Cremonese di Italia Nostra
Anna Lucia Maramotti Politi

 

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Commenti
  • ciclo-pe

    Sagge parole, le opere d’arte devono essere conservate nel loro contesto storico. Sarebbe possibile entrare in San Pietro a Roma e non trovare il Ciborio
    del Bernini perchè qualche anima pia ha pensato bene di spostarlo
    altrove? Le opere in Chiesa, però, non sono solo oggetti di devozione. Ci sono anche visitatori e turisti che entrano in una Chiesa per ammirarne il patrimonio storico-artistico universale, vogliono trovare le opere li contestualizzate e sono interessati a conoscere la storia dell’arte, l’autore, le vicende storiche locali. Concordo invece che in un Museo, anche se diocesano, non si dovrebbe andare per completare il cammino di fede ma se mai per approfondire la propria cultura.

  • Abiff

    Conoscendo personalmente la Prof. Dott. Arch. Maramotti Politi, posso garantire che il suo operato è sempre ammirevole ed a fin del bene comune.

  • Mario Dadda

    Fino a non molti anni fa, la Tavola era praticamente invisibile e dimenticata, chiusa dietro una grata , esposta solo pochi giorni l’anno , a febbraio, in occasione della ricorrenza della santa. L’unico che sembrava ricordarsene, in occasione delle sue visite a Cremona, era Sgarbi. Solo dopo il restauro , voluto da Diocesi e Sovrintendenza, nel 2013 si fece in modo che la Tavola restasse collocata all’interno di una teca, sia pure al riparo di un cancelletto, male illuminata e comunque scarsamente leggibile . Il trasferimento , magari solo temporaneo, al futuro Museo Diocesano non potrebbe avere il duplice scopo da un lato di far conoscere quella che , a detta degli studiosi a cominciare da Longhi, è una delle espressioni più alte della pittura medievale in Italia e dall’altro di costituire un elemento di attrazione per il museo stesso ? Chi vi si oppone ha di meglio da proporre ?

    • michele de crecchio

      A mio modesto parere, poiché l’opera è praticamente coetanea alla chiesa e ben difesa dai rischi di furto, il suo spostamento in un museo non si giustifica né sul piano culturale, né sul piano pratico. Ricordo che l’opera era stato richiesta nientemeno che per il padiglione italiano dell’Expo di Milano e che il parroco, giustamente, si rifiutò di accogliere la richiesta. La proposta pratica potrebbe essere, come propone la professoressa Maramotti, quella di esporre nel museo una bella riproduzione della tavola (oggi la tecnologia fa al riguardo degli autentici miracoli) con la indicazione della collocazione dell’originale. Ne avrebbe giovamento non solo la tavola ma tutta la città.
      .

      • Mario Dadda

        Con il massimo rispetto per le giuste osservazioni e la competenza dell’architetto De Crecchio ,mi piacerebbe conoscere cosa ne pensa di quella che è l’attuale collocazione della tavola….un capolavoro sconosciuto in una chiesa cupa e buia dove , cremonesi a parte, non va nessuno … per non parlare della piazza antistante coi suoi tristi lampioni da periferia …..strano ci si attardi a difendere le proprie bellezze solo quando ci viene chiesto di condividerle e valorizzarle . Proviamo , una volta tanto , a rompere gli schemi !

        • michele de crecchio

          Personalmente non condivido il suo giudizio negativo circa la scarsa illuminazione naturale dell’interno di S.Agata: si tratta di una sua tipica prerogativa che, a mio parere, ha anche una notevole suggestione. Mi resta impressa nella memoria la bella immagine di monsignor Guido Astori che, diventato parroco emerito e molto anziano, leggeva, mi sembra di ricordare aiutandosi con una lucina, nella penombra della sua chiesa seduto proprio nella navata che ospita la famosa tavola.
          Sono invece completamente d’accordo sullo stato della piazza antistante che, abbastanza ben sistemata una ventina di anni orsono con il ripristino della pavimentazione ottocentesca, è. da qualche lustro abbandonata a scoordinate e irriguardose iniziative, specie per quanto l’illuminazione pubblica. L’ultima “perla”, recentissima, è stata l’abominevole scelta di proprio qui collocare un punto di ricarica delle macchine elettriche!

          • chemist

            Sono completamente d’accordo con le sue considerazioni,anche se temo che la decisione di spostare la Tavola sia già definita dai vertici diocesani…La ringrazio per aver evocato la figura di monsignor Astori, parte importante della storia di S.Agata

  • Carlo

    Ogni chiesa anche la più piccola custodisce spesso nascosti o dimenticati nei depositi moltissimi autentici tesori. Paramenti, argenterie, dipinti e sculture che quasi mai è possibile ammirare. A mio avviso sono queste cose che andrebbero valorizzate all’interno del museo e che mi aspetterei di vedere. Trovo molto riduttivo collocarvi li opere che sono già perfettamente fruibili e fortemente legate ai luoghi in cui si trovavano come appunto la Tavola di Sant’Agata davanti alla quale è giusto poter accedere un cero piuttosto che pagare un biglietto per poterla ammirare. Aprite gli armadi delle sacrestie della cattedrale e il museo sarà riempito di autentici tesori mai visti dalla maggior parte delle persone, ne sono sicuro.