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La laureanda in psicologia:
'Sospensione dei funerali,
riflettiamoci insieme'

Lettera scritta da Francesca Benedetta Penna

Buongiorno,
sono una ragazza di 20 anni, laureanda in Scienze e tecniche psicologiche, cattolica. Lunedì ho aperto una petizione perché la questione della sospensione dei funerali mi interpella fortemente.
Allego un mio scritto, forse potete darmi una mano.

Di fronte alla morte basta liquidare l’argomento con la benedizione della salma e della tomba, sospendendo i funerali?

La perdita di una persona cara è un’esperienza drammatica, che necessita di spazi adeguati per vivere il lutto nella sua dimensione personale e sociale, oltre che religiosa. Il funerale permette, nella nostra cultura, di vivere il cordoglio e iniziare una corretta elaborazione.

La sospensione delle cerimonie funebri è stata stabilita per la zona arancione dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri dell’8 marzo 2020, ed è stata in seguito estesa a livello nazionale nel decreto del 9 marzo. Nel pomeriggio di lunedì 9 marzo ho lanciato una petizione rivolta all’attenzione del presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte e alla Conferenza Episcopale Italiana per chiedere di consentire la celebrazione dei funerali in forma strettamente privata (http://chng.it/RrWrJP95).

La mia petizione non vuole essere una contestazione fine a sé stessa perché è giusto tutelare la salute pubblica, ma vuole essere uno spunto di riflessione sulla scala delle priorità e sui valori più profondi che mi interpellano in questa situazione così complessa.
Non celebrare affatto i funerali, neanche in forma privata alla presenza dei parenti stretti, introduce a mio parere un elemento di disumanità e crudeltà intollerabile, lede i diritti umani.
Siamo tutti chiamati a fare la nostra parte rispettando le leggi, ma la situazione non deve farci perdere di umanità. In che misura fare un funerale, con tutte le limitazioni, è potenzialmente maggiore fonte di contagio rispetto ad andare a fare la spesa, con tutte le limitazioni?
Ma perché dovrebbe essere più pericoloso avere un rito funebre per i familiari stretti di una persona che oggi viene a mancare, per il coronavirus o non, piuttosto che andare a lavorare, per coloro che dovranno continuare a lavorare ad esempio per la produzione di generi alimentari o macchinari medici? Chi dice che c’è meno rischio per chi consegna a domicilio che per chi va al funerale di un parente estinto?
Non c’è dubbio sul fatto che determinati lavori non si possono fermare per consentire la sopravvivenza della popolazione, ma come si stabilisce cosa è necessario per sopravvivere e cosa no? Quanto può essere devastante psicologicamente e che ripercussioni può avere l’impossibilità di vivere un rito per il caro estinto se lo si desidera fortemente? Questa decisione tiene conto del dolore e dello smarrimento di chi perde un caro?
Le chiese italiane sono tendenzialmente strutture molto ampie, danno molte più possibilità di distanziare le persone di molti luoghi di lavoro.
Non è forse dovere dello Stato riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (art. 2 della Costituzione Italiana)? E chi stabilisce, e secondo quali criteri, che questa non ne sia una violazione?
Nelle situazioni di crisi gli spazi per coltivare l’umanità delle persone, per riconoscerne e accoglierne la fragilità sono i primi a perdersi. Il mio appello è: restiamo umani.
Devo poter avere un conforto, se ci credo.

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Commenti
  • Paola

    Buongiorno, io sono tornata ora dal cimitero dove ho seppellito mia mamma.Al mio dolore ho aggiunto il dolore per non aver potuto fare una cerimonia adeguata per poter onorare la mia mamma.Noi umani cattolici credenti siamo stati spogliati delle più piccole e grandi cose, il rito in chiesa per i morti, era per me essenziale per poter elaborare il dolore, ma oggi c’è in me solo rabbia per questa miseria di valori, che colpisce il debole noi che rimaniamo schiacciati qua su questa terra.La ringrazio che da voce a noi che siamo nell ombra con il nostro dolore, mentre il mondo va avanti.

    • BigMax

      Sono tristemente d’accordo. Salvare l’umanità solo “fisicamente” dalla malattia è riduttivo. L’umano va oltre il corpo. Ma in questo tempo abbiamo perso la visione anche spirituale (e psicologica) che considera l’uomo più del suo corpo.

  • Loreta

    Sono d’accordo con lei…qui oramai ci vogliono gli avvocati x tutto perché il buon senso non si trova più nemmeno tra quelli che dovrebbero proteggerci dai lupi…sto parlando dei pastori così dovrebbero essere i vescovi…e anziché difenderci dai lupi…una donna di 20 scrive cose sensate e spero che vada avanti con questa battaglia…ha provato a scrivere al clero ? Il nostro spirito chi lo guida chi lo nutre ? Dio la Benedica Loreta

  • José Mannu

    Antigone pose per prima il problema dei diritti umani e lo pose proprio difendendo il diritto di seppellire i morti. Sorprende che un giurista o che almeno si definisce tale non tenga conto del fatto che sta mettendo in discussione uno dei fondamentali valori culturali del mondo occidentale

  • Gabriella Coletta

    Cara Francesca comprendo il senso del tuo punto di vista, pur non essendo cattolica. La morte è qualcosa che ci travolge, ci addolora, spesso ci distrugge. E forse presi da questo stato d’animo perdiamo di vista il senso di essere parte di una più grande comunità che in questo particolare momento dobbiamo proteggere. A volte ci viene chiesto un sacrificio per un bene più grande come in questo caso. Io non credo che alcun defunto, in questo momento vorrebbe vedere i suoi cari correre un rischio per avere un funerale. Pensa che ci sono zone dove sarebbe altamente pericoloso celebrare un funerale seppure in forma ridotta. Non possiamo come si dice fare figli e figliastri, cioè stabilire dove sia possibile e dove sia vietato. A volte dobbiamo accettare di anteporre il bene sociale ai nostri bisogni, seppur importanti. La persona cara dobbiamo portarla ed onorarla dentro di noi prima che attraverso un rito. Con rispetto, Gabriella

  • gioia spagnolo

    Il 13 marzo 2020 abbiamo sotterrato mio padre di 65 anni, morto il giorno prima con tumore alla testa già da tempo diagnosticato. Non ci hanno permesso di fare un funerale neanche per noi parenti stretti , li all ospedale nella camera mortuaria ci facevano entrare uno alla volta e velocemente , abbiamo chiesto almeno la benedizione alla salma prima di portarlo al cimitero e dopo molta insistenza ci è stata concessa, siamo stati scortati dai vigili fino al cimitero (eravamo solo noi figli e mia madre) e sono rimasti lì il tempo di tumularlo e rimandarci via immediatamente neanche il tempo di asciugarci le lacrime. Non possiamo andare a trovare il nostro papà perché hanno chiuso i cimiteri e forse lo riaprono il 25 marzo. Io non só se tutto questo è giusto , ma vi posso assicurare che fa male non abbiamo avuto il tempo e la maniera per salutarlo e per piangerlo.

  • Alberto Pronti

    Ciao Francesca, sono don Alberto un prete di Rimini. Innanzitutto ti ringrazio per l’espressione del tuo pensiero. Per il fatto che lo esprimi e per quello che dici: è bello sperare – te lo dico come prete – che le persone possano sentirsi accompagnate con tenerezza e attenzione proprio in passaggi delicati come la morte di una persona cara. I riti del culto cristiano, come di ogni religione, non dovrebbero mai essere vuoti o freddi o fatti perché bisogna farli o perché è convenzione sociale. Perché celebrano sempre la vita.
    Da mercoledì delle Ceneri fino a lunedì scorso ho celebrato 3 liturgie funebri. Senza eucaristia, senza scambio di pace. E senza Ceneri. Eppure siamo stati insieme, era bello essere lì. Ho fatto parlare chi voleva subito dopo la lettura del vangelo e abbiamo pregato davanti al Signore con l’intenzione di fare qualcosa di vero.
    Nell’ultima liturgia funebre, tolti i parenti, non potevo nemmeno fare entrare le persone in chiesa. Sono anche arrivati i vigili di un comune vicino perché volevano denunciare le pompe funebri e noi preti. Credimi, è stato un dolore. Mio e di tutto il paese, perché la persona che abbiamo salutato è stata un punto di riferimento per tanti di noi e buona parte della provincia di Rimini e oltre. Nessun abbraccio fisico c’è stato. Nessuna “celebrazione pubblica del dolore”, se vuoi.
    Però la famiglia della persona morta ha ricevuto tanti messaggi e segnali di vicinanza. Con questa famiglie e con le famiglie dei defunti siamo in contatto per “fare festa” una volta che lo potremo. Sì. Perché anche il funerale è festa! Non deve essere un triste funerale. Ma l’occasione per condividere un dolore illuminato dalla luce di Gesù morto e risorto.
    Ora noi preti stiamo chiedendo a noi stessi e alle persone di trovare uno sguardo diverso. Quello che era prima una sicurezza, apparentemente incrollabile, si è volatizzato come le famose ‘pietre del tempio e i suoi ornamenti’ di cui non è rimasto più nulla e che Gesù ha profetizzato.
    Quello che era prima un punto fermo, le tradizioni e le abitudini (Messe, Domenica, funerali e sacramenti) i punti di riferimento autorevoli (i preti), in questo momento sono state accantonate. Siamo nel deserto più strano, in un silenzio assordante.
    Questo deserto e silenzio ci sta dando un colpo allo stomaco e sta mettendo alla prova la qualità e l’autonomia della nostra fede e della nostra convivenza sociale.
    Come comunità cristiane oggi siamo chiamati ad una testimonianza veramente speciale.
    Prima di tutto, dobbiamo riconoscere che le nostre pratiche esteriori non sono la fede. Non possiamo andare in Chiesa, fare la Comunione, celebrare i Sacramenti è vero, questo non vuol dire che spiritualmente non possiamo celebrare il nostro Grazie e vivere un’autentica comunione con Dio e con i fratelli.
    Inoltre quello che abbiamo sempre pensato per gli ammalati che non potevano essere presenti alle celebrazioni non erano Comunioni o percorsi spirituali di serie B.
    Oggi siamo noi quegli ‘ammalati’ impossibilitati ad andare in Chiesa e siamo chiamati a ritrovare un cammino interiore che forse renderà più vere e autentiche quelle celebrazioni diventate ormai ‘ingessate’ e poco significative.
    Chissà quante riscoperte di spiritualità e di preghiera si stanno verificando in questo ‘deserto di celebrazioni’, nella riservatezza delle mura domestiche o nel cuore appassionato di tante persone?
    Condividere questi percorsi spirituali è troppo importante, non per omologarci e fare tutti le stesse cose ma per riscoprire un rapporto con la vita e la presenza di Gesù più ‘umana’ e nella diversità.

    Non rattristiamoci di ciò che abbiamo perso per il momento.
    Recuperiamo più profondamente un desiderio interiore che ci permette un reale incontro con Gesù (non è il precetto che ci salva ma il desiderio e la perseveranza).

    In questi ultimi tempi siamo stati provocati, per la mancanza dei preti, a rivedere il nostro modo di credere e a vivere la nostra speranza cristiana. Le celebrazioni sono uno strumento per crescere in un cammino di fede.
    Che ci sia la liturgia della Parola o l’Eucaristia o come in questo momento niente, la mia fede non è penalizzata. La presenza e la compagnia di Gesù Risorto che mi viene incontro ugualmente come a Zaccheo fa maturare la mia fede che impara a desiderare, cercare e soprattutto desidera condividere con gli altri la speranza del Regno.
    E’ sempre e comunque un tempo di grazia questo.

    Ti auguro (e MI auguro) di vivere un tempo nuovo, un vero deserto, Francesca. Dove il Signore parla al nostro cuore (come dice Osea: “la porterò nel deserto e parlerò al suo cuore”). E che la nostre fede, le nostra comunità trovino il coraggio di celebrare la vita e ritrovare il suo Signore vivo!

    Buon cammino!

    dA

  • Gabriella Coletta

    Cara Francesca in linea con quanto espresso prima, a volte ci vengono chiesti sacrifici per un bene superiore: la comunità. Non è quello che ci avrebbe dimostrato Cristo sulla croce? Non è questo il significato del suo gesto come valore principe?

  • Dominique

    Ho letto con attenzione la riflessione di Francesca e la ringrazio per aver posto l’accento su un aspetto su cui non avevo riflettuto abbastanza. Credo che la scelta di vietare i funerali sia legata non solo a questioni sanitarie ma anche a una certa urgenza di cancellare simbolicamente l’evento negativo della morte perché “la giostra” deve andare avanti, se capite cosa intendo. Un abbraccio.