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Covid-19
e la 'via
del fieno'

Lettera scritta da Carlo Loffi - agronomo

Fra le tante informazioni, le più diverse, spesso contrastanti fra loro, relative all’attuale situazione di emergenza sanitaria dovuta al coronavirus, si legge che la cosiddetta “via del fieno”, sull’asse Codogno-Cremona-Orzinuovi, sia stata il preferenziale “vettore” di trasporto del virus nelle nostre aree padane.

Esso avrebbe viaggiato insieme ad autotreni e autotrasportatori da un mercato agricolo all’altro dell’asse viabilistico e poi durante gli scambi commerciali con gli agricoltori, successivamente nei bar e nei luoghi di ristoro, dove il virus si sarebbe propagato con estrema facilità, facendo esplodere alcuni dei peggiori focolai italiani.

Lungi da me contestare quella che sembra diventata una granitica certezza per alcuni media italiani. Tuttavia, da “addetto ai lavori”, mi permetto qualche breve osservazione.

Alcune aree della provincia di Cremona, la bassa Bresciana, il Lodigiano-Codognese, sono ad altissima concentrazione di zootecnia da latte. La coltivazione dei foraggi da fieno, strettamente legata alla superficie aziendale coltivabile, è quasi sempre insufficiente a coprire i fabbisogni delle mandrie, così, oltre alla quota di quello prodotto e consumato in casa, gli allevatori sono costretti ad affidarsi ad acquisti extra aziendali per la quota parte mancante. Ma, appunto, grazie alla concentrazione zootecnica di quelle aree, le aziende agricole limitrofe, che non hanno bestiame, vendono il fieno possibilmente sempre nelle vicinanze., oppure viene prodotto conto terzi per gli essicatoi della zona. E’ difficile che viaggino in aree distanti. Ci dovrebbe essere un’esuberanza produttiva.

Spesso e volentieri, invece, i mercati di riferimento sono aree agricole a basso indice zootecnico, come alcune zone dell’alessandrino, del torinese, del pavese, ma anche alcune aree delle province di Parma, Ferrara, Rimini o altre vocate.

Mi pare, dunque, un po’ forzata la tesi che sia stata proprio la “via del fieno”, pur frequentata da decine di autotreni, a portare in giro il micidiale virus.

Altre situazioni di concentrazione umana, come per esempio le linee ferroviarie, i bar, le discoteche, i mercati rionali, i luoghi di lavoro in genere e pure gli stadi di calcio, frequentati assiduamente in quei giorni, hanno senza dubbio e attivamente partecipato alla sua diffusione.

Senza voler incolpare nessuno, la totale novità della situazione, le iniziali, contrastanti e inusuali misure governative, a volte poco comprese e male applicate anche per l’incredulità da parte della maggioranza di noi, hanno ben posto le basi del tragico danno che da giorni è sotto gli occhi di tutti.

Accusare pesantemente, però, un unico settore, quello legato alla cosiddetta “via del fieno”, Codogno-Cremona-Orzinuovi e, quindi, il settore agricolo-zootecnico, di essere stato l’area selettiva per l’espansione del virus, non mi è sembrata una brillante idea.

Essa infatti ci trascina, più o meno velatamente, verso l’accusa che anche tutti coloro che frequentano i mercati e le aziende agricole siano pericolosi portatori del virus e, quindi, sono da sottoporre a misure di sicurezza restrittive ulteriori rispetto ad altri settori, se non addirittura al fermo coatto.

Ciò vale non solo per gli allevatori e i coltivatori, ma anche tutti quei professionisti, agronomi, nutrizionisti, veterinari, consulenti a vario livello delle aziende agricolo-zootecniche, che in esse ci devono proprio andare fisicamente per svolgere il loro servizio, oltre ad altri operatori che svolgono la loro attività a sostegno del comparto produttivo alimentare, indispensabile ed irrinunciabile fonte di sostentamento per il Paese.

Continuare ad accusare pervicacemente la “via del fieno” quale “capro espiatorio” non aiuta nessuno e, soprattutto, mette ancor più in difficoltà un settore – quello agricolo-zootecnico – che si trova a doversi privare, chissà per quanto tempo, proprio di quegli apporti professionali che gli consentono di funzionare meglio a vantaggio di tutta la collettività, della salute delle persone e della salubrità dell’ambiente.

Ma, lo si sa, accanirsi contro un “capro espiatorio”, quale esso sia, è molto più comodo e soprattutto permette di lasciare tranquilli ben altri responsabili e di non mettere in evidenza ben altre responsabilità, sulle quali invece sarebbe più onesto porsi almeno qualche domanda e iniziare una riflessione, anche in previsione della sperata pur graduale “ricostruzione”.

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