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Nuovo ospedale,
domande
e riflessioni

Foto Sessa

Non si può non essere a favore del ponte sullo stretto di Messina: i trasferimenti diventerebbero sempre più rapidi ed efficienti, si guadagnerebbe l’ossimoro di un’isola sempre meno isolata, la costruzione potrebbe diventare l’occasione di lavoro e di impiego per moltissime persone,  costituire un grande stimolo per l’imprenditoria, oltre che diventare una affascinante sfida tecnologica. Insomma, un grande balzo verso la modernità.

Però, come spesso accade, il diavolo sta nei dettagli. Se la zona è sismica, se mancano gli sbocchi ferroviari e stradali sulle due terraferme, se il traffico terrestre tra Calabria e Sicilia sta diminuendo a favore del trasporto aereo, se mancano i soldi, se mafia e ‘ndrangheta non possono venire escluse da un grande affare….. In realtà se il ponte è un’idea bellissima, quello che ci serve  è un progetto di sistema.

Non si può non essere a favore della costruzione di un nuovo ospedale a Cremona: quello attuale mostra i segni del tempo e dell’incuria, le opere per metterlo a norma richiedono spese ingenti, è stato edificato tra il 1965 ed il 1970 e quindi è da considerarsi obsoleto,  la classificazione energetica è da rabbrividire, necessita di costi elevati  per la gestione normale, è sovradimensionato rispetto alle esigenza del territorio.

E poi sarebbe da sciocchi rinunciare ai finanziamenti europei (per ora solo annunciati).

Già, tuttavia il diavolo sta nei dettagli. Costruire un nuovo ospedale significa fare un grosso investimento strutturale, possibilmente a discapito di altre necessità sanitarie. Sarebbe quindi opportuno sapere sin dall’inizio cosa ci si deve mettere dentro, avere a disposizione dati chiari ed aggiornati per comprendere le necessità reali del territorio, avere almeno un’idea sulla programmazione della sanità territoriale, avere un progetto a lungo termine (l’ospedale Santa Maria della Pietà era durato almeno 400 anni). Inserire il progetto in un discorso di sistema, insomma. In quest’ottica ben venga la nuova struttura ospedaliera.

Tuttavia l’attuale proposta sembra al momento differente e, dal momento che non sembra di scorgere alcun tentativo di analisi programmatica, alcune domande sorgono spontanee.

Che ci facciamo con la neonatologia di un nuovo ospedale quando i pazienti critici vengono inviati altrove? Si è deciso, con tutto quello che la scelta comporta, se il  Dipartimento di Emergenza e Accettazione sarà di I o II livello? Abbiamo informazioni sulle modalità con cui saranno ristrutturati i servizi di laboratorio e clinici nell’ambito del piano di riorganizzazione regionale? Che relazione avrà con l’organizzazione ATS (Mantova, Cremona, Crema)? In che modo si relazionerà con gli ospedali di Mantova e Crema in termini di  condivisione/separazione di competenze specialistiche? Che rapporti dovrà avere la nuova struttura con la medicina del territorio?   E poi i soldi ci sono veramente o dovremo indebitarci ed infine ipotizzare una costruzione “a rate”? Sono ipotizzabili e con quale precisione i tempi di costruzione? E i quattrini serviranno solamente per le opere strutturali oppure anche per la dotazione tecnologica (difficile pensare a strumentazioni/attrezzature di avanguardia se oggi si fa fatica ad effettuare normali riparazioni di macchinari vetusti)? E quali saranno il destino e la dotazione del personale? Dovremo assistere ad una ulteriore contrazione del numero di medici ed infermieri?  Si continuerà con contratti di lavoro precari e quindi con una mobilità elevata del personale? Sarà un normalissimo ospedale di provincia oppure diventerà un polo di attrazione, almeno per alcune specialità? E nel caso, quali? Che rapporti dovrà avere con le strutture private, non solo del territorio cremonese? Dovrà tener conto anche dell’esperienza dell’epidemia tutt’ora in corso?

Forse a qualcuno sfugge il dato fondamentale che sono i professionisti a dare la misura della qualità ad una struttura sanitaria, non semplicemente i muri.

In definitiva quasi nessuno sembra considerare che una buona sanità è fatta da chi ci lavora, come è stato ampiamente dimostrato durante gli ultimi mesi di emergenza. Pochissimi invece mostrano di avere in mente un progetto di riorganizzazione ospedaliera complessiva, inserita in un sistema sanitario pubblico assai più ampio.

Fermiamoci qui, per ora. Nel 1965 veniva posta la prima pietra dell’attuale ospedale, così come quella della Centrale del Latte. Nessuno si augura che anche la nuova struttura debba seguire l’infelice destino di quest’ultima.

Dottor Pietro Cavalli

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