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Politica inadeguata
a fronteggiare uno scenario
da romanzo gotico

Hanno messo le ruote alla scuola e la scuola si è impiantata. Hanno ignorato il trasporto pubblico e i bus sono diventati dei focolai di covid-19. Hanno investito in banchi di formula uno e mantenuto le tradotte militari, ma cariche all’ottanta per cento, però nessuno ha verificato il rispetto della percentuale. I banchi mobili sono utili, ma non indispensabili. Le tradotte militari non sono né utili, né indispensabili.
Avevano cinque mesi per attrezzarsi al previsto ritorno del covid-19, li hanno sprecati in chiacchiere e promesse. Cicale, invece che formiche.
Viene il sospetto che qualche membro dei tavoli decisionali sia po’ raffazzonato. Non incompetente, neppure vittima dell’effetto dunning-kruger. Più banalmente, non all’altezza del compito affidatogli. Un’ipotesi, un pensiero rimosso, non una certezza.
Adesso chiedono responsabilità ai cittadini. Li invitano a usare il buon senso e a rispettare le regole fissate dai Dpcm e dalle ordinanze regionali, ma Roma e periferia vanno d’accordo come canne d’organo.
I generali tentennano, traccheggiano, ritardano le comunicazioni. Cacadubbi, fiutano l’aria. Appoggiano l’orecchio per terra, come gli indiani nei vecchi film western e nei fumetti di Tex. Navigano a vista, privi di un piano strategico. Quando decidono lo fanno con parsimonia. Demandano all’ultimo sottufficiale della truppa la responsabilità di ordinare la repressione. Cari sindaci, volete chiudere le piazze? Cazzi vostri.
Nelle direttive il pane non è mai pane e il vino non è mai vino, ma un grammelot. Dario Fo avrebbe applaudito. I testi sono uno stimolo all’analisi e all’interpretazione del loro significato. Un esercizio di semantica, un omaggio a Umberto Eco. Sono il trionfo delle Faq.
Hanno imboccato la strada maestra per perdere credibilità e autorevolezza. Per accendere perplessità sulla loro capacità di guidare l’esercito. Per auspicare comandanti forti, capaci di gestire l’emergenza con polso e senza esitazioni. Per rimuginare su riflessioni subdole e rischiose, foriere di derive autoritarie, effetto politico collaterale del virus.
Hanno sollecitato l’uso di Immuni ma, a denti stretti, ammesso che è un flop. Non proprio un flop, solo un floppettino. Venduta come l’arma capace di fermare il flagello, barriera per bloccare il nemico, l’app si è rivelata una linea Maginot inefficace a contenere l’avanzata dell’avversario. Paragonata a un missile balistico, Immuni è, invece, risultata una carabina ad aria compressa. Un solletico per il covid-19. Un pannicello caldo. Un affare per gli inventori.
Insistono nel pubblicizzarla. Mai dire mai. Nelle prossime settimane potrebbe funzionare. Anche l’esordio del Il grande Lebowski fu un mezzo disastro, poi divenne una pellicola cult, tra le più amate della storia del cinema. Ma è un film, non un’arma strategica.
Raccomandano di vaccinarsi contro l’influenza, ma la distribuzione del vaccino va a rilento.
Nella lotta al bastardo concordano sul ruolo fondamentale della medicina sul territorio, ma rispetto alla prima ondata, non è stata potenziata in modo significativo. I medici di base continuano a scarseggiare e gli altri interventi previsti ritardano.
Avvertono che gli ospedali sono in allerta e le rianimazioni tremano, ma è stato fatto poco per adeguarli al ritorno del virus. Intanto molti pazienti non covid-19 vengono messi in stand-by. Occorre essere fortunati anche nella sfiga e sperare di ammalarsi al termine del conflitto. È tremendo, ma non giova negare la realtà.
In questo scenario da romanzo gotico, brillano gli operatori sanitari, dal medico all’infermiere, ai tecnici. Poi gli insegnanti e il personale Ata. Da non dimenticare gli autisti di pullman, i volontari e, perché no? anche i sindaci, unica categoria alla quale non è prescritto il tampone. Un plauso a tutti coloro che nonostante lo stato confusionale dei vertici mandano avanti il paese. Una nota a parte meritano disoccupati, cassintegrati, precari.
La storia siamo noi, canta De Gregori. «Quelli che hanno letto milioni di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare». Quelli che a dispetto dei banchi con le ruote, delle cicale, delle Faq, dei pannicelli caldi, dei malati di serie A e B, dei ritardi, sono in prima linea e combattono ogni giorno contro virus, burocrazia, contraddizioni. La storia siamo noi, ma i capi in testa li scelgono gli altri e non sempre assomigliano a Churchill, Cavour, De Gasperi. Anzi, non sono nemmeno la brutta copia. Questo il problema.

Antonio Grassi

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