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'Quel primo giorno con le file
al Ps': il racconto di un anno
di Covid dei volontari CRI

Proseguono le testimonianze degli operatori della Croce Rossa di Cremona, a un anno di distanza dall’individuazione del primo caso di Covid-19 in Italia nella vicina Codogno.

Leggi QUI la prima puntata

Maria Antonietta, 46 anni, dipendente della Cri, in quegli ultimi giorni di febbraio di un anno fa si era trovata davanti ad un ostacolo assolutamente inedito: come reperire i dispositivi di protezione individuale, allora introvabili.
“Che ci fosse qualcosa di diverso dal solito ci racconta – l’ho appreso dalla telefonata di una collega che era in ospedale e aveva visto che in un paio d’ore era cambiata tutta l’organizzazione. Me lo diceva in via confidenziale e mostrava preoccupazione, lo sentivo dalla sua voce.
Io sono rimasta in ufficio per tutti quei primi mesi, anche perché due miei colleghi si erano ammalati.
L’occupazione principale era cercare mascherine, tute, camici, ma non si riusciva a trovarli neanche a pagarli a peso d’oro. E poi, con la preoccupazione di non sapere mai se fossero sufficienti perché mancava esperienza sul campo.

Questa esperienza mi ha fatto capire forse per la prima volta al 100% cosa significa lavorare in questo settore, quando tutti lavoravano da remoto e io ero tra quelli che ogni giorno uscivano. Mi ha dato consapevolezza e anche più coraggio. Ed oggi mi arrabbio quando vedo ancora gruppi di 4, 5 persone che parlano abbassando la mascherina, anche in là con gli anni”.

 Ugo ha 30 anni e ricorda benissimo quei primi giorni. “Non capivano bene cosa stesse succedendo, vedevamo una situazione tanto lontana dalla nostra società, dall’altra parte del mondo.

Mi sono accorto che le cose stavano cambiando anche da noi quando sono arrivato al Pronto Soccorso per portare una ragazza che aveva avuto un malore e ho visto gli ingressi contingentati e gli infermieri che indossavano camici e tute. E poi, la fila di gente e ambulanze in attesa di entrare.

Quindi sono cominciati i trasporti dalla terapia intensiva; io potevo dare la disponibilità solo alla sera e lì ho capito che c’era qualcosa di molto diverso dal solito, a cominciare dalle tute che ci davano per entrare.

Ricordo di essere entrato per trasportare un signore di Bari e c’era l’allarme che suonava … non lo scorderò mai, come pure il rumore incessante dei respiratori e i malati coricati a pancia in giù, come non avevo mai visto.

Abbiamo portato quel signore a Varese, e da lì in poi si è aperto un baratro. Il Sacco di Milano era diventato l’hub principale, ci andavamo tutte le sere, all’inizio avevo impostato il gps perché non sapevo dove andare, ma presto è diventato tutto automatico. Ricordo gli sguardi con i colleghi di altre ambulanze, che ci scambiavamo al casello di Casalpusterlengo”.

Ad aprile Ugo si è ammalato. “Ero pronto per andare a lavorare. Mi sono fatto il caffè ma mi sono reso conto di non sentire il sapore, quindi ne ho preparato un altro per prova, ma è stata la stessa cosa.

Mi sono spaventato, ma non più di tanto perché vivo da solo e poi noi volontari siamo seguiti dall’unità di crisi della CRI, mi chiamavano tutti i giorni per verificare le mie condizioni e gli altri volontari mi portavano il necessario a casa. Per fortuna mi sono limitato a un po’ di tosse e alla perdita di gusto e olfatto e dopo 10 tamponi sono finalmente potuto uscire. Ho trovato una situazione molto più tranquilla”.

Infine, Maria Grazia. È una crocerossina, una veterana del comitato di Cremona, entrata da ragazzina nel 1979 ed oggi, a 59 anni, ancora entusiasta come allora.
“La Croce Rossa svolge di routine anche un servizio sociale, che durante l’emergenza abbiamo calibrato alle nuove necessità. Quindi abbiamo effettuato consegne a domicilio di farmaci e spesa e consegnato i cambi a chi era ricoverato in ospedale. Ricordo bene quei giorni in cui per strada c’eravamo soltanto noi volontari.

Anche durante l’emergenza Covid è rimasto attivo il nostro servizio di telesoccorso, a cui abbiamo affiancato il tele-supporto”, un filo diretto con persone senza particolari esigenze di assistenza, ma bisognose di parlare e di sentirsi parte di una comunità. È stato creato un elenco di queste persone che i volontari della CRI chiamavano ogni giorno offrendo loro l’occasione si scambiare due parole e allo stesso tempo capire se c’era qualcosa che non andava.

“Abbiamo incontrato difficoltà diverse da quelle a cui eravamo abituati: adesso a chiedere aiuto è anche gente normale che si è trovata senza stipendio né lavoro.

“Abbiamo riscontrato, soprattutto in quei primi mesi, una grande solidarietà da parte dei cremonesi e non solo, che ci hanno fatto avere una grande quantità di prodotti alimentari da poter distribuire.
“L’esperienza di quest’ultimo anno dovrebbe insegnarci a non dimenticare: non dimenticare la sofferenza che abbiamo visto ma anche ricordarsi di essere molto prudenti nei comportamenti, per noi stessi e per gli altri”.

Giuliana Biagi

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