Ultim'ora
Commenta

21 febbraio 2020, quando
tutto è cominciato: il racconto
dei volontari della Croce Rossa

Gabriele, Giovanni, Ugo, Maria Antonietta, Maria Grazia. Cinque operatori della Croce Rossa, comitato di Cremona, che ad un anno di distanza da 21 febbraio 2020 hanno accettato di raccontarci come è cambiata la loro vita e il loro modo di intendere il volontariato.

“Ero al centralino”, racconta Gabriele, 44 anni, dal 2013 in Croce Rossa dove adesso è dipendente. “Ricordo benissimo che all’inizio è stata una novità per tutti, mi aveva colpito soprattutto la vestizione a cui non eravamo abituati: tute scafandrate che lasciavano intravedere soltanto gli occhi, doppi guanti, nastri alle caviglie e calzari.

Quel primo giorno abbiamo aiutato i nostri due volontari a vestirsi e poi sono partiti proprio per Codogno da dove hanno prelevato un paziente per portarlo qui a Cremona. Poco dopo anche il nostro ospedale è andato in saturazione e abbiamo cominciato a girare per tanti ospedali della Lombardia”.
“Una cosa che mi ha molto colpito è stata l’impossibilità di stabilire un contatto fisico con i pazienti, si comunicava soprattutto con gli occhi.

È capitato che una volta giunti in un’abitazione, le condizioni del malato non erano tali da doverlo trasportare in ospedale e allora bisognava convincerlo di questo, ma la gente era spaventata, con tutto quello che si vedeva in televisione”.

Tanto lavoro psicologico, in quella prima fase in cui, come noto, in ospedale non c’era posto per tutti. “Abbiamo lavorato anche 12 ore di seguito, la stanchezza è stata sempre superata nella consapevolezza di poter salvare persone. Ricordo un trasporto a Mantova, un viaggio abbastanza lungo, nient’altro lungo la strada se non ambulanze”.
“L’anno che è passato è volato letteralmente via, oggi ci ritroviamo sicuramente con maggiore consapevolezza, siamo più allenati”.

 L’esperienza di Giovanni è stata tutta in prima linea. “Non avevo mai pianto in vita mia, ma da marzo a maggio l’avrò fatto almeno 10 volte. È stato come svuotare una piscina olimpionica con un cucchiaino da caffè.

In quei primissimi giorni, quando ancora non era chiara la portata di questa infezione, è anche successo che prendessi in braccio le persone per trasportarle, non sapevamo che fosse Covid”.
Poi lo si è capito: “Tante lacrime, perché tante persone le conoscevamo, erano amici, genitori, suoceri di amici, e ormai si era capito che non era un’influenza.

Una volta, dopo essere saliti in casa, sono dovuto scendere a prendere l’ossigeno e quando sono risalito la persona era già morta.

In questi casi l’impatto psicologico ti distrugge, sei incredulo davanti a quanto sta succedendo.
Di notte vedevi solo lampeggianti blu o peggio ancora nebbia sulle strade.
Ti ritrovavi grondante di sudore dentro la tuta, mentre il malato che avevi di fronte tremava per gli effetti della febbre. E poi, una volta tornati in sede, ti toglievi tutto quello che avevi addosso, bevevi un caffè e poi ti dovevi rivestire subito”.

Giovanni si definisce un ipocondriaco, ogni piccolo dolore gli fa pensare il peggio, ed è anche per vincere tutto questo che si è lanciato in una missione non da tutti, candidandosi per portare assistenza alle forze dell’ordine sulla nave – quarantena Adriatico al largo di Lampedusa. È partito alla fine di settembre dall’aeroporto di Bergamo alla volta di Catania, insieme ad altri quattro volontari dal nord Italia.
“Non è stato un salto nel vuoto, perché avevo già operato con la Croce Rossa nel terremoto delle Marche. Il mio compito in mare è stato, all’inizio, quello di portare a bordo le persone che il giorno prima la Guardia Costiera aveva recuperato in mare o era giunta a Lampedusa sui barchini. Poi ho prestato servizio a bordo della nave, distribuendo gli ospiti a seconda delle etnie, nazionalità e stato di salute, servendo i pasti e supportando i medici. Tanti i momenti di tensione, vivere queste esperienze è molto diverso dal vederle in tv e a fine giornata ti chiedi che senso abbia tutta questa miseria, quando alla povertà si aggiunge la malattia”.
È a bordo della nave quarantena che Giovanni ha sperimentato la paura vera, quella del contagio, ma anche dell’essere a tu per tu con persone disperate. “Ma la paura è stata la mia corazza”, ci dice, “noi come volontari in prima linea siamo salvi fino a che la paura ti assiste perché non ti permette di essere sprovveduto”.

Giuliana Biagi

—-SEGUE—-

Tra il 21 febbraio e il 31 maggio 2020 il comitato locale della Croce Rossa Italiana ha effettuato 662 interventi in emergenza (1875 in tutto l’anno) e i mezzi hanno percorso 22.933 km, con un incremento di 18mila km rispetto allo stesso periodo del 2019 (50.399 i km percorsi in tutto l’anno). Sono stati consegnati 289 farmaci sui 388 dell’intero anno; 26 le persone impegnate in media, ogni giorno.

Oltre all’emergenza – urgenza sono stati effettuati anche trasporti sanitari protetti:  4.269 tra visite mediche, dimissioni, trasferimenti e trasporto dializzati. Comparando i dati con l’anno precedente si registra inoltre un incremento del 400% dei trasporti sanitari urgenti (TSU) in convenzione con l’ospedale di Cremona ovvero trasferimenti di pazienti dall’ospedale locale verso le strutture ospedaliere regionali o verso l’ospedale da campo allestito nei mesi più duri della pandemia.

Del comitato cremonese fanno parte 204 volontari e 7 dipendenti per un totale di 62.292 ore di servizio nel 2020.

© Riproduzione riservata
Commenti