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Dall'influenza aviaria alla peste suina,
zootecnia nazionale sotto attacco

Il virus avicolo ha colpito due allevamenti cremonesi, 28 a Mantova e 25 a Brescia, ma si sta indebolendo. Preoccupa l'epidemia del settore suinicolo, trasmessa dai cinghiali, soprattutto per i danni all'export. Coldiretti e Confagricoltura soddisfatte per le azioni di contrasto di Regione e Governo

Il virus che ci preoccupa di più, ovviamente, è quello del Covid: dopo quasi due anni ci tiene ancora ogni giorno con il fiato sospeso per quanto riguarda i nuovi contagi, l’incremento dei ricoveri, i decessi. Ma nel mondo agricolo fanno paura anche altri due virus, fortunatamente non pericolosi per l’uomo ma particolarmente dannosi per due comparti importanti del settore primario, anche a Cremona: l’avicoltura e la suinicoltura.

Alcuni allevamenti avicoli italiani sono stati colpiti, a partire dallo scorso 19 ottobre, dal virus dell’influenza aviaria (H5N1), all’interno di un’epidemia che ha toccato tutta Europa e che ha preoccupato soprattutto nella parte finale dell’anno. Complessivamente sono stati finora riscontrati nel nostro paese 306 focolai nel pollame domestico (dati aggiornati all’11 gennaio), di cui due in provincia di Cremona. Particolarmente colpito è stato il Veneto (soprattutto nelle province di Verona e Vicenza) ma, in Lombardia, numerosi casi si sono registrati anche in provincia di Brescia (al confine con il territorio cremonese) e nell’Alto Mantovano. Nel dettaglio, si tratta di 25 focolai nel Bresciano (di cui sei ancora attivi) e di 28 in provincia di Mantova (di cui tredici non ancora estinti).

Ora gli allevatori avicoli stanno tirando un sospiro di sollievo, perché gli ultimi dati confermano che l’epidemia sta regredendo: i nuovi casi sono sempre più sporadici, mentre aumenta ogni giorno il numero di focolai estinti. I danni tuttavia sono già stati ingenti: dallo scorso ottobre in Italia sono stati soppressi più di 13 milioni di capi, di cui 1 milione e 653mila in provincia di Mantova, dove sono finite al macero circa 4 milioni di uova. In attesa che l’epidemia venga completamente azzerata, si sta già mettendo in moto la macchina a sostegno degli allevatori che dovranno presentare domanda per gli indennizzi.

Mentre il pericolo aviaria sembra rallentare, ecco che la filiera zootecnica italiana è alle prese con una nuova emergenza: la diffusione della peste suina africana (Psa). Dopo i casi riscontrati nelle scorse settimane tra i cinghiali in Piemonte e Liguria, alcuni paesi esteri hanno attivato misure precauzionali imponendo uno stop temporaneo all’import di carni e salumi italiani: si tratta della vicina Svizzera, del Kuwait ma anche di Cina, Giappone e Taiwan. Un danno pesantissimo per la filiera che potrebbe diventare ancore maggiore se altri paesi (come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna) dovessero prendere la stessa decisione.

Per questo il governo è corso ai ripari, attraverso un’ordinanza che ha l’obiettivo di fermare l’epidemia.  Nella zona stabilita come infetta da peste suina (si tratta di 114 comuni di cui 78 in Piemonte e 36 in Liguria), sono vietate le attività venatorie di qualsiasi tipologia. Viene tuttavia ammessa la caccia di selezione al cinghiale come strumento per ridurre la popolazione in eccesso e rafforzare la rete di monitoraggio sulla presenza del virus. Nell’area sono inoltre vietati la raccolta dei funghi e tartufi, la pesca, il trekking, la mountain bike e le altre attività di interazione diretta o indiretta con i cinghiali infetti.

“La tempestiva adozione di un provvedimento nazionale che consente alle attività produttive di continuare a lavorare in sicurezza, fornendo rassicurazioni in merito alle esportazioni, è importante soprattutto per la nostra regione dove è allevato il 53% dei maiali italiani” si legge in una nota della Coldiretti Lombardia. “La situazione di emergenza che siamo costretti ad affrontare ora – prosegue la Coldiretti regionale – è frutto della mancata azione di prevenzione e contenimento, come abbiamo ripetutamente denunciato in piazza e nelle sedi istituzionali di fronte alla moltiplicazione dei cinghiali che invadono città”.

Il provvedimento nazionale fa seguito alla decisione della Regione Lombardia di istituire una task force proprio per contrastare l’epidemia, coordinata dall’U.O. Veterinaria (direzione generale Welfare) e composta da rappresentanti della direzione generale Agricoltura, della direzione generale Protezione civile, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, dei Dipartimenti veterinari delle Ats, della Polizia provinciale e dei Carabinieri forestali.

“Bisogna agire con tempestività – afferma Massimiliano Giansanti, presidente nazionale di Confagricoltura -, soprattutto dopo le decisioni di alcuni paesi esteri; lo scorso anno le esportazioni del settore suinicolo sono ammontate a circa 1,5 miliardi di euro, di cui 500 milioni destinate ai mercati extra Ue. In questa fase – prosegue Giansanti – è anche fondamentale il rigore delle informazioni ai consumatori, evitando altresì qualsiasi speculazione commerciale”.

Guido Lombardi

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