Cronaca
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"Agricoltura, ecco come la scienza
aiuta ad affrontare crisi idrica"

Il web magazine "Secondo tempo" raccoglie i contributi dei docenti  della Facoltà di Scienze agrarie alimentari e ambientali del campus di Piacenza dell'Ateneo, per superare le sfide che l'insufficienza idrica impone di affrontare.

Fiumi in secca, campi allo stremo, caldo record. La siccità che sta colpendo l’Italia sta mettendo a dura prova il sistema agroalimentare che in provincia di Cremona rappresenta il principale comparto economico. A questi temi e alle soluzioni che la ricerca scientifica e tecnologica può mettere in campo, l’Università Cattolica ha dedicato il web magazine “Secondo tempo”, che raccoglie i contributi dei docenti  della Facoltà di Scienze agrarie alimentari e ambientali del campus di Piacenza dell’Ateneo, per superare le sfide imposte dalla lunga siccità dell’estate 2022.

La questione dei metodi di irrigazione, ad esempio. “L’agricoltura viene tacciata di essere uno dei settori che spreca più di tutti”, afferma in uno dei contributi Vincenzo Tabaglio, docente di Agricoltura di precisione – perché il 60% o il 70% dell’acqua è prelevata a scopo agricolo.

“Quando diciamo che l’irrigazione per scorrimento ha una bassa efficienza nell’uso dell’acqua, vuol dire che la commisuriamo al sistema agrario in sé. Poniamo che l’efficienza di questo sistema, un po’ arcaico, ma che ha un suo valore, sia del 40%. Questo significa che meno della metà del volume di acqua viene utilizzato per la coltura. Ma il restante 60% non viene perso ma restituito al territorio: può essere riutilizzata dagli appezzamenti a valle e contestualmente aumenterà man mano il rapporto di efficienza; oppure rifornire le falde, oppure tornare nei fiumi”.

“Poi ci sono metodi più efficienti – continua il professore -. Uno di quelli più conservativi lo usiamo anche nella azienda agricola sperimentale della Facoltà. Sono i sistemi di subirrigazione ad ala gocciolante interrata in modo permanente: con questo sistema l’efficienza può arrivare fino al 95%, ma con un rovescio della medaglia, in quanto questa alta percentuale vuol dire che non ci sono rilasci significativi di acqua nell’ambiente”, in altri termini non si restituisce nulla al territorio. Per i non addetti ai lavori, questo metodo molto conservativo in termini di risparmio di acqua ad uso irriguo, consiste in “ali gocciolanti” interrate a 45 – 50 cm di terreno, per almeno 20 anni, che erogano acqua senza che questa si perda con l’evaporazione.

Il pomodoro, una delle coltivazioni tipiche dell’area in cui opera l’ateneo piacentino, già ora viene irrigato “a manichetta” per il 90%, e, spiega ancora il professore, ormai le moderne tecniche consentono addirittura di utilizzare meno litri di acqua per ogni kg di prodotto conferito alle aziende, rispetto al passato. Se in realtà il pomodoro è considerato un grande consumatore di acqua è perchè i volumi di produzione sono estremamente consistenti.

C’è poi il tema, molto dibattuto, su quali colture alternative a quelle attuali, si potranno o dovranno attuare in una Pianura Padana ormai sempre più succube dei cambiamenti climatici che portano piogge meno frequenti ma sempre più abbondanti (di qui anche la necessità di pensare a ulteriori forme di immagazzinamento del liquido quando piove, nuovi invasi in primo luogo). L’erba medica, ad esempio, elemento indispensabile nella filiera del parmigiano reggiano, necessita di molta acqua, ma sopravvive bene nei periodi di siccità, perchè in grado di “pescare” acqua in profondità del terreno: solo un esempio per significare, aggiunge il professore, che una giusta ripartizione delle colture sarà sempre più essenziale nella fertile Pianura Padana, oltre a tutte le innovazioni che la tecnologia può portare.

“Oggi, con l’agricoltura di precisione, attraverso sensori, droni, modelli di calcolo, possiamo leggere i diversi tipi di suolo, caricarli su delle mappe predittive e con l’impiego di macchine avanzate come ranger e pivot possiamo fornire l’apporto idrico esatto per ogni zona del terreno”, spiega Stefano Amaducci, docente di Cereal grains, processing and technology. “L’agricoltura del futuro sarà sempre più legata alla disponibilità di fattori produttivi connessi e intelligenti che, con il supporto di piattaforme informatiche e big data, ci permetterà di avere una quantità di dati tali che le nostre decisioni che le scelte fondamentali saranno prese dalle macchine e non più dall’agricoltore”.

“Il compito che ci aspetta nei prossimi anni – afferma il professor Marco Trevisan, preside della Facoltà – è quello di elaborare misure di sostenibilità, per tutelare l’acqua nella sua totalità tramite una programmazione condivisa delle misure di prevenzione e salvaguardia. Il cambiamento climatico in atto ha creato alcune situazioni, che se non verranno adeguatamente contrastate, potranno creare pesanti ripercussioni sulla nostra vita e sulle attività agricole in particolare. L’aumento delle temperature, il cambiamento nella distribuzione delle piogge accompagnati alla cementificazione e al mancato ripristino della sostanza organica dei suoli stanno lentamente portando alla desertificazione di ampie aree, un tempo fertili e coltivate. Questo non è stato ancora pienamente compreso ma deve essere uno degli obiettivi dei prossimi anni della ricerca nel settore agrario”. gbiagi

Per saperne di più: L’estatesenza pioggia | Secondo Tempo (cattolicanews.it)

 

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