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Le antiche Chiese lungo
il fiume, che non ci sono più

Una mappa dunque molto vasta e articolata di edifici sacri che, nel tempo, tra il Piacentino, il Cremonese e il Parmense, hanno fatto i conti con la furia del Po. Molto probabilmente tanti dei poveri resti che, qua e là, si trovano lungo gli spiaggioni o nei campi a poca distanza dal fiume è molto probabile che possano appartenere a queste chiese.

ppartengono alla vecchia chiesa di Brancere le rovine che la straordinaria magra del Po ha fatto riemergere al confine tra le province di Piacenza, Cremona e Parma all’altezza dello spiaggione tra Isola Giarola e la riserva di Isola Geroole? L’interrogativo continua ad affascinare e a tenere viva la curiosità di tanti e, per il momento, non è naturalmente destinato a trovare risposta. L’ipotesi più probabile è che possa trattarsi di parte dei resti di Polesine di San Vito ma resta comunque viva l’ipotesi secondo cui qui resti potrebbero appartenere all’antica chiesa di Brancere, andata distrutta in seguito alla disastrosa alluvione dl Po del 1756.

Il mistero legato all’antica chiesa di Brancere apre un ampio capitolo legato alle numerose chiese che, in questo tratto medio del Po, tra le province di Piacenza, Cremona e Parma, nel coso dei secoli, sono state “divorate” dal fiume.

Non solo quella di Brancere (che per altro viene ricordata ogni anno in occasione della celebrazione dell’Assunta del 15 agosto), appunto. Ma parecchie altre. La “mappa” è ricca e di grande interesse.

Quando si parla di Brancere è necessario fare riferimento anche alle vicende storiche della dirimpettaia località piacentina di Soarza la cui parrocchia ebbe, in epoca remota, una propria giurisdizione che si estendeva anche all’Oltrepò cremonese, comprendendovi appunto la zona di Brancere e la sua chiesa, che allora era un semplice oratorio. Una investitura del vescovo di Cremona datata 5 aprile 1014 a favore di una famiglia soarzese di origine longobarda (che si può trovare nel “Codex diplomaticus Cremonae” dell’Astegiano) parla di un appezzamento di terreno in luogo “cum capella”: questa era probabilmente una delle numerose cappelle mariane erette dai fedeli in prossimità del Grande fiume per invocare la protezione della beata Vergine Maria dalla minaccia costante delle acque.

Il campi, nell’Historia Ecclesiastica di Piacenza accenna tra l’altro ad una contestazione confinaria sorta tra i vescovi di Cremona e di Piacenza nel 1180, che coinvolse gli arcipreti di San Martino in Olza e di San Giuliano Piacentino, precisando che la causa fu rimessa ai rettori delle chiese di Soarza (Bernardo) e di Vidalenzo (Oddone). A Brancere esisteva un oratorio pubblico, eretto sotto il titolo dell’Ascensione di Nostro Signore, che era sussidiario della parrocchiale di Soarza. Con decreto del 16 marzo 1714 il vescovo diocesano Adriano Sermattei, accogliendo le istanze della popolazione, eresse Brancere in parrocchia, smembrando totalmente il suo territorio da quello della parrocchia piacentina di Soarza.

La perdita di una ragguardevole porzione di territorio fu però largamente compensata dal Po. Infatti, per un prolungato fenomeno di accessione verificatosi a decorrere da inizio Ottocento, Soarza acquisì la zona situata ad est dei cavi Morta e Fontana: una larga e profonda fascia, in buona parte boschiva, ma con vaste oasi coltivate facenti capo alle cascine Bella Venezia e Motta. Inoltre il 6 maggio 1896, il vescovo Tescari, con atto a rogito Guido Cremonini, ottenne con lettere apostoliche lo smembramento dalla parrocchia di Brancere (già rimessa nel 1820 alla giurisdizione episcopale cremonese) dell’Isola Costa e la sia aggregazione alla parrocchia di Soarza. Soarza che vantava una chiesa già intorno al Mille, poi demolita nel 1927.

Altra chiesa, non distante dall’area in cui sono riemerse le mura, da tempo finita in Po, è l’antica parrocchiale e plebana di San Giuliano Piacentino di cui si ha notizia fin dal 916. Questa chiesa fu demolita per corrosione del Po nel 1180.

Una struttura di cui non resta alcuna traccia è quella di Santa Maria di Spineta in Vacomare, remoto borgo completamente distrutto, da secoli, dall’azione del fiume. A Vacomare esisteva uno Xenodochio con chiesa appunto dedicata a Santa Maria di Spineta.

C’è poi l’ampio capitolo dedicato a Polesine di San Vito e a Polesine Dè Manfredi. Quest’ultimo si trovava nei pressi di Stagno Parmense mentre Polesine di San Vito era situato invece nelle immediate vicinanze dell’attuale Polesine Parmense. Polesine dè Manfredi con chiesa dedicata a San Martino sottoposta alla giurisdizione della pieve di San Genesio (San Secondo Parmense) e Polesine di San Vito con chiesa dedicata ai santi Vito e Modesto, sottoposta alla pieve di Cucullo (Pieveottoville) in diocesi, allora, di Cremona. Polesine dè Manfredi scomparve a causa delle erosioni create dal Po: il Della Torre, in un suo manoscritto del 1564 che elenca le chiese, i monasteri ed i benefici esistenti a quella data nella diocesi di Parma cita la sua chiesa quale “Ecclesia Polesini curata”, da molti anni occupata dai cremonesi aggiungendo la seguente postilla “Quae noncupabatur Polesini Manfredorum et erat in Parmensi, sed Ecclesia et tita villa fluit a flumine Padi consumpta et exportata: ideo de ea nulla est habenda ratio”.

L’ultimo atto che faccia esplicito riferimento al paese è del 12 luglio 1219 (L. Astegiano: Codex diplomaticus Cremonae, vol.II, pag.137) e riguarda il pagamento di dazi al vescovo di Cremona, che esercitava nella zona anche potere temporale. Nell’opera dell’Astegiano tanti sono i riferimenti anche a Polesine di San Vito, a partire dal 1186, ma in nessuna delle pergamene comunali pubblicate è citata la sua chiesa, tradizionalmente ritenuta di antica fondazione. Bisogna arrivare alla bolla di Eugenio IV del 9 luglio 1436 che vederla figurare, per la prima volta, accanto alle chiese della diocesi cremonese, che erano sottoposte alla collegiata di Busseto, eretta su istanza di Orlando Pallavicino, feudatario del luogo, e da lui ampiamente beneficiata.

La storia informa che la prima chiesa parrocchiale di Polesine di San Vito venne demolita nel 1400 perchè gravemente danneggiata dalle acque del Po. La successiva, costruita intorno al 1400 in sostituzione della precedente, fu a sua volta distrutta dalle acque del Po nel 1720. Va ricordato che agli inizi del XVI secolo il fiume spostò il suo letto più a sud, fino a lambire le fondamenta della rocca, che nel 1547 crollò e la stessa sorte toccò pochi anni dopo anche alla chiesa costruita da Giovan Manfredo nei pressi dello stesso maniero Successivamente il fiume riprese il suo corso e il borgo di Polesine rifiorì, con la costruzione di abitazioni e di due palazzi marchionali; la situazione precipitò ancora agli inizi del XVIII secolo, quando il Po deviò nuovamente verso sud e, straripando, distrusse nel 1720 la cinquecentesca chiesa di San Vito e, alcuni anni dopo, il palazzo delle Fosse, residenza di Vito Modesto Pallavicino.

Quest’ultimo finanziò i lavori di costruzione di una nuova chiesa (l’attuale) in una posizione più distante dalla riva, fulcro dello sviluppo successivo del paese. Vito Modesto morì nel 1731, nominando erede universale il “ventre pregnante” della moglie, che tuttavia partorì una femmina, Dorotea e, quindi, il feudo fu assorbito dalla Camera ducale di Parma, che lo assegnò, unitamente a Borgo San Donnino, alla duchessa Enrichetta d’Este, vedova del duca di Parma e Piacenza Antonio Farnese.

Restando nelle immediate vicinanze di Cremona, va ricordato che importanti furono i mutamenti del corso del Po che interessarono, in modo particolare, la dirimpettaia zona del basso piacentino dal 1816-21 fino al 1978, come si può osservare anche dai rilievi che emergono dalla sovrapposizione del primo catasto ordinato da Napoleone Bonaparte (1816-21) con le mappe eseguite dall’Istituto Geografico Militare datate 1974. Tutto è ampiamente e minuziosamente descritto anche nell’Enciclopedia Diocesana Fidentina di Dario Soresina: tre volumi, in tutto, che non possono mancare a coloro che intendono approfondire meglio la storia dei territori, dell’una e dell’altra riva, bagnati dal Po.

Per quanto riguarda Monticelli d’Ongina, internandosi con potenza nel torrente Chiavenna, il Po creò un vero e proprio smembramento che interessò soprattutto le località Castelletto o Rottino (che scomparve praticamente del tutto a causa della progressiva erosione culminata nel 1868) e Tinazzo, sommersa con le sue case e la chiesa dedicata alla Beata Vergine del Tinazzo nel medesimo anno. Si formò così un’isola, poi divenuta penisola, detta America del Seminario, posta tra lo scomparso Rottino e la parte rimasta dell’Isola Mezzadra.

Determinando inoltre una diversa e più ampia ansa, il Po lasciò in direzione Nord Ovest un ampio arenile entrato a far parte di Isola Serafini. Il nuovo corso del Po, fissandosi lungo l’asse Nord Est partendo dal Tinazzo di Monticelli d’Ongina, sommerse gran parte della frazione di Olza, che unitamente alla chiesa parrocchiale scomparve definitivamente durante l’alluvione dell’autunno 1857. Da evidenziare comunque che, per la costante minaccia delle acque, l’abitato era già andato a spostarsi gradualmente nella zona più interna, quella delle cosiddette Campagne d’Olza. Per l’allargamento dell’ansa in direzione Nord Ovest, nel 1839 il Po tagliò di fatto a metà l’Isola Mezzadra, che faceva parte della parrocchia di Olza nonostante fosse situata nell’Oltrepò e, ridotta notevolmente in ampiezza, nel 1854 passò sotto la giurisdizione della provincia e della diocesi di Cremona.

L’esondazione del 1839 creò il presupposto ai mutamenti che si verificarono durante le successive alluvioni per la rottura di argini e l’indebolimento di altre difese. Grazie alle memorie dell’epoca conservate nell’archivio parrocchiale di Olza, è noto che in quell’anno il fiume ruppe gli argini dell’Isola dei Guerci, sommergendola quasi interamente. Dalla stessa Isola dei Guerci le acque strariparono invadendo, ad Olza, le località Mortesino (fino all’argine del Tavello), e Marianne, raggiungendo la vecchia chiesa, difesa dal Tavello e già lambita per la prima volta dalle acque del Grande fiume nel 1801. Proprio davanti alla chiesa il Po creò una grande erosione, successivamente colmata da un bosco detto di Santa Valeria. Tra questo e la riva si formò un canale in cui le acque, raccogliendosi copiosamente, avrebbero poi dilagato durante l’alluvione del 6 ottobre 1868.

Dopo il Castelletto, Olza fu il paese che subì i maggiori danni causati dagli straripamenti del Po il quale, oltre a spazzare via ogni traccia di Olzula Vetula, centro attivo di commercio e di vita, ne ridusse considerevolmente il territorio. Da notare che fino ai primi decenni del Novecento il campanile della vecchia chiesa distrutta era visibile sul lato cremonese ed era, di fatto, il solo superstite della furia devastante delle acque.

L’antica chiesa di Olza, di remota fondazione, faceva parte della pieve di San Giuliano e, nel secolo XI fu compresa nella giurisdizione della chiesa di Sant’Agata in Cremona che, per un certo raggio, si estendeva anche nell’Oltrepò. Olza era allora un attivo centro di commercio che gravitava ampiamente su Cremona ed il benessere degli abitanti è dimostrato anche dai tanti benefici e legati che furono eretti e fondati nelle sue due chiese. Dalle pergamene cremonesi pubblicate da Lorenzo Astegiano si rileva che la chiesa di Olzula Vetula possedeva, e mantenne, nei secoli X, XI e XII, cospicue proprietà terriere e che ben provvista era anche l’altra chiesa olzanese di San Lorenzo, scomparsa da secoli.

Le ampie erosioni operate dal fiume Po sottrassero alla chiesa gran parte del suo patrimonio e quando, nel 1436, fu sottratta alla chiesa cremonese di Sant’Agata per passare alla collegiata di Busseto, la sua importanza era già venuta meno. Nel 1470 passò poi sotto la giurisdizione della collegiata di Monticelli d’Ongina divenendo una semplice chiesa filiale curata, inizialmente retta da sacerdoti incaricati della cura d’anime dal prevosto di Monticelli. Fu con l’erezione della diocesi di Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza), nel 1601, che la parrocchia acquistò la propria autonomia.

I maggiori danni al paese, e alla chiesa, furono causati dal fiume nel secolo XIX. Un registro di memorie iniziate dal priore don Antonio Ricci (1773-1826) e proseguite poi dai suoi successori descrive i danni provocati dalle diverse alluvioni che interessarono una vasta fascia di terreno nell’area compresa proprio tra Olza, Castelletto e Tinazzo, con queste ultime due ormai scomparse. Come già evidenziato, gran parte del vecchio abitato di Olza fu sommerso dal fiume rendendo inevitabile il graduale spostamento del paese in una zona più interna e quindi più sicura. Anche per questo, in passato, la chiesa era comunemente definita “delle campagne d’Olza” e non più “di Olza”.

Il pericolo di ulteriori e più gravi danni veniva rilevato anche nel 1875 dal parroco don Andrea Sperzagni (nato nella stessa Olza nel 1821) che, nelle sue memorie, annotava che il Po premeva in modo minaccioso contro l’abitato erodendo il terreno per un tratto di quasi tre miglia dal cosiddetto Rottino fino alle case di Olza, internandosi poi con forza nello scolo del Tinazzo e in località Marianne. Questa costante minaccia, motivo continuo di preoccupazione tra la gente, fu poi sventata con il rafforzamento degli argini. Opera, quest’ultima, attuata grazie al concreto interessamento del parroco don Valentino Guzzoni che sollecitò ed ottenne l’intervento dello Stato.

Delle varie chiese di Olza coinvolte nell’azione distruttiva del Po non si hanno moltissime notizie. Una chiesa fu demolita nel 1677 e, quindi, riedificata per iniziativa del priore Simone Ferrari e consacrata l’8 giugno 1687 dal vescovo di Fidenza monsignor Nicolò Caranza. Il sacro edificio non durò nemmeno due secoli; fu infatti pesantemente danneggiato dall’azione del fiume e, quindi, raso al suolo nell’agosto del 1858 per essere sostituito dalla chiesa odierna, realizzata tra il 1864 ed il 1866 e dedicata a Santa Valeria Vergine e Martire.

Tra le località scomparse spicca anche il Castelletto la cui parrocchia era dedicata a San Nicola di Bari. Era detta anche del Rottino e si trovava nell’area compresa tra il Po e Isola Serafini. In una carta topografica diocesana di inizio Ottocento è indicata nella zona monticellese più vicina al fiume. Oggi la località Rottino, di fatto la sola superstite della scomparsa parrocchia di Castelletto, si trova nella zona Sud est di Isola Serafini, mentre Isola Mezzadri, che faceva parte della parrocchia di Castelletto, dipende civilmente ed ecclesiasticamente da Cremona.

Nel 1723 chiesa e canonica furono demolite dalla furia delle acque ed era, quello, solo l’inizio di una catastrofe che nel secolo successivo aveva poi coinvolto tutta la fascia tra il Rottino e Olza. Da allora, per la costanza dei parroci e della popolazione, furono erette in parrocchia tre altre chiese e quattro oratori. Edifici tutti spazzati via, nel tempo, dal Po. L’ultima chiesa crollò nel 1879 ed un ulteriore progetto di ricostruzione della parrocchiale incontrò l’opposizione dell’autorità pubblica nonostante fosse già stato dato inizio ai lavori. Con decreto regio del 2 luglio 1890 ne fu ordinata la sospensione destinando al prevosto del Castelletto (allora era don Carlo Cavezzali) la cappella e l’altare del Santissimo Sacramento nella collegiata di Monticelli d’Ongina dove avrebbe potuto comunque continuare tutte le funzioni riguardanti la cura delle anime che gli erano state affidate. Proprio per la situazione che si era venuta a creare, don Cavezzali, prevosto di Castelletto dal 1882, non risiedette un solo giorno in parrocchia. Stessa scelta la fece il suo successore, don Pio Massari, che gli succedette nel 1901. Formalmente la parrocchia continuò ad esistere e fu solo il 31 dicembre 1904 che l’autorità ecclesiastica diocesana decretò la soppressione. Nel 1913 la parrocchia fu trasferita a Villa Diversi, nuova parrocchia istituita il 6 maggio 1913 e dedicata a San Nicola di Bari e San Giuseppe e durata nemmeno mezzo secolo. Infatti venne a sua volta soppressa nel 1968.

A due passi da Cremona non va dimenticata la chiesa parrocchiale vecchia di Castelvetro Piacentino di cui si ha memoria nei più antichi atti cremonesi pubblicati dall’Astegiano. Fu danneggiata gravemente dalle acque del ramo vivo del Po denominato “Pausiolo” che scorreva nelle vicinanze e venne demolita nel 1710. Sorgeva sul lato di destra dell’odierna via Magra e vi era anteposto un ampio piazzale. Il Pausiolo era appunto un ramo vivo del Grande fiume che, col tempo, confluì, restringendosi, nello scolo Morta che, tagliando la località di mezzano Chitantolo la rendeva un’isola, sfiorava la piazza della chiesa di Castelvetro e confluiva bel Po all’altezza di San Giuliano. Da evidenziare che sia la chiesa di Croce Sano Spirito (posta in località Bissine) che quella di Castelvetro, situata nella prima curva di via Morta, dovettero essere demolite a causa dei danni causati dalle piene del Po. Tenendo conto dell’instabilità del grande fiume in epoche ormai remote, degli spostamenti del suo letto principale, delle inondazioni e dei continui fenomeni di erosione e di accessione, è facile immaginare il territorio di Croce santo Spirito di Castelvetro, dirimpettaio a Cremona, come una distesa di boschi e di acquitrini intercalati da aree coltivate. Tra l’altro dalla riva del Po aveva inizio la strada per Piacenza con diramazioni per altri centri del Piacentino e del Parmense; vi transitavano anche i pellegrini diretti a Roma e questo spiega la presenza di un ospedale (uno Xenodochio) inteso come luogo di sosta per i romei, vicino ad un convento di monache che possedeva in zona importanti proprietà. Era sicuramente il monastero di Santa Maria delle Monache (S.Maria de Monacabus) citato nel 1221 in un atto di conferma dell’investitura del vescovo di Cremona, a titolo onorifico, di molte terre ai suoi vassalli Dovara. La chiesa di Croce Santo Spirito compare per la prima volta in una pergamena datata 2 agosto 1163 riguardante una investitura da parte dei consoli di Cremona a favore di Deghelde de Natali Boldenzo, in nome suo e del fratello Nuvolello e di Petanalupo, di due iugeri di terra ultra Padum prope ecclesia S.Spiritus. Che Crocde Santo Spirito continuasse anche successivamente a far parte di Cremona è provato da atti del 1250 in cui si parla di “burgo Spiritus Sancti (Cremona)”. Va aggiunto che solitamente gli ospizi per pellegrini attigui ad una chiesa ne assumevano il titolo e, infatti, lo Xenodochio di Croce Santo Spirito era detto dello Spirito Santo perché questa era la dedicazione della chiesa. Fu fondato dai monaci Agostiniani di Cremona e sorse prima che, nel 1180, Guido di Montpellier, istituisse in Francia, con finalità ospitali ere, l’Ordine dello Spirito Santo che si propagò poi in numerose località italiane. L’ospedale successivamente fu ceduto dagli Agostiniani a una comunità di religiosi la cui presenza è documentata, localmente, dalla seconda metà del XII secolo. Ma ospedale e monastero non ebbero vita lunga e furono distrutti quasi certamente da una piena del Po. In quanto alla chiesa parrocchiale vecchia di Croce santo Spirito, questa fu edificata tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII e fu gravemente danneggiata dal ramo vivo del Po, il già citato Pausiolo e venne demolita nel 1763. In paese, in prossimità del Po, si trovava anche un oratorio dedicato a Sant’Agnese di cui non è nota l’epoca di costruzione né quella in cui scomparve, ma è certa l’esistenza nel 1620 perché citato dal Merula nella sua opera “Santuario di Cremona”.

Fu certamente eretto da pescatori e barcaioli del luogo e dipendeva dal monastero di San Pietro al Po in Cremona. Nella vicina Fogarole (frazione di Monticelli d’Ongina) esisteva invece un oratorio mariano, detto del Sabbione, annoverato come il primo edificio sacro del paese, costruito in epoca imprecisata dagli abitanti insieme a barcaioli e pescatori. Si parla anche di una chiesa di Santa Maria Madre del Signore ma era probabilmente lo stesso oratorio del Sabbione, citato nella bolla di Eugenio IV del 1436 con la quale veniva eretta la collegiata di Busseto. Sempre a Fogarole la chiesa parrocchiale vecchia fu costruita agli inizi del XVI secolo e, dopo i gravi danni arrecati dalle piene del Po, fu demolita nel 1903 ad eccezione del campanile che, tuttavia, seguì la stessa sorte nel 1929. A Monticelli d’Ongina le memorie parlano anche della chiesa di San Nicola degli Arciboldi, probabilmente la stessa chiesa in precedenza denominata San Nicola dè Furegoni. Era la parrocchiale di Castelletto e, in seguito all’erosione del Po, l’edificio fu più volte distrutto e poi ricostruito finchè, nel 1882, il Governo pose il veto alla continuazione dei lavori di costruzione dell’ultima chiesa. Una chiesa di trovava anche a Isola dei Corradi e non ne è nota l’intitolazione, ma è certo che si trovava in una di quelle che erano le isole ormai scomparse del Po. Del tutto avvolta dal mistero, sempre in territorio di Monticelli d’Ongina, è la chiesa di San Pietro di cui si parla in antichi documenti. Era senz’altro una chiesa campestre ma di essa si conosce solo il titolo, per altro incompleto, e non si sa dove si trovasse esattamente né tantomeno quando fu costruita né quando scomparve. Fu quasi certamente distrutta dal Po anche la chiesa di San Gioacchino del Bosco, citata nel sinodo di monsignor Gherardo Zandemaria del 1728. Il fiume distrusse anche la chiesa della Beata Vergine al Tinazzo nata dalla venerazione popolare per una immagine della Madonna del Rosario dipinta su un muricciolo accanto ad uno stagno. Questa chiesa fu eretta nel 1660 e le memorie parlano di bella ed ampia costruzione che divenne, tra l’altro, un attivo centro di devozione mariana. Ma a causa delle inondazioni del Po i danni furono pesanti e il sacro edificio fu demolito per ordinanza vescovile su istanza dell’Opera parrocchiale di Monticelli d’Ongina. Spostandosi più a valle, ecco che a Stagno di Roccabianca, la chiesa parrocchiale vecchia costruita nel 1678 fu demolita tra l’ottobre e il novembre del 1846 a causa dei pesantissimi danni causati dalle piene del Po. Nei pressi di Zibello e Pieve d’Olmi, invece, è totalmente scomparsa, da secoli, “inghiottita” dal Po, la località di Isola dei Bozardi con la sua chiesetta campestre di San Domenico e, nella vicina Pieveottoville, non resta traccia nemmeno della pieve di Santa Maria di Cucullo. A Maria era dedicata anche la chiesa di Caprariola, un’altra delle cosiddette “Atlantidi” del Po mentre a San Michele era dedicata la chiesa (a sua volta scomparsa) di Tolarolo, nei pressi di Roccabianca, a poche centinaia di metri dal Grande fiume.

Scendendo di nuovo a valle non si può certo dimenticare il borgo di Cella, anticamente situato sulla sponda sinistra del Po, a due passi da Casalmaggiore; successivamente passato sulla riva destra a causa dei mutamenti del corso del Po, per poi essere del tutto “spazzato via” dal maggiore dei corsi d’acqua italiani. Dell’esistenza di Cella restano, come preziosa testimonianza, alcune carte oltre ai registri parrocchiali (conservati a Colorno) che terminano con un battesimo datato 1764 effettuato in una abitazione privata dove era stato trasferito tutto il necessario per somministrare i sacramenti, visto che ormai buona parte di Cella era già stata distrutta dal Po. Tra le carte spicca una preziosa mappa delle ville del Parmense facenti parte del Marchesato di Colorno, disegnata nel 1780 da Paolo Gozzi, geografo del Duca di Parma. Nella mappa, riportata anche sull’Enciclopedia Diocesana Fidentina di Dario Soresina e conservata nell’Archivio della Diocesi di Fidenza, spicca l’ubicazione della scomparsa di Cella di Colorno in alto a sinistra, in mezzo al Grande fiume. La parrocchia era dedicata a San Pietro Apostolo, esisteva già in tempi molto remoti ed apparteneva alla diocesi di Cremona dalla quale passò nel 1601 a quella emiliana di Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza), come tutte le parrocchie situate nell’Oltrepò cremonese (sia piacentino che parmense) comprese fino ad allora nella giurisdizione spirituale cremonese. Era, in pratica, una parrocchia della diocesi di Cremona che, in seguito ai mutamenti del corso del Po, passò in sponda destra finendo nel marchesato di Colorno. Nel 1767, dopo una secolare erosione, le acque del Po strariparono sommergendo il territorio della parrocchia di Cella, la cui estensione, per altro, si era già molto ridotta. Pure la chiesa di San Pietro crollò sotto la spinta delle acque che si riversarono sul paese provenendo dai due corsi del fiume che si erano incrociati alle Giare di Coltaro. Nella cartina geografica del Gozzi, datata 1780, la rettoria di Cella è indicata come scomparsa nel mezzo del Po. Una postilla inserita sopra la curvatura del fiume nel territorio dello Stato Cremonese avverte che la giara (terreno ghiaioso) di Cella, di proprietà marchionale, fu rovinata tra il 1760 e il 1778. In quest’ultimo anno la parrocchia era ormai quasi interamente scomparsa, ma ancora restava un appezzamento di terreno a sua volta sottoposto alle erosioni praticate dal Po. Nel 1836 il vescovo monsignor Luigi Sanvitale ne decise l’alienazione a Giuseppe Ferrari di Colorno e, con provvedimento dell’11 luglio dello stesso anno, destinò il ricavato alla sagrestia della chiesa cittadina di San Pietro Apostolo. La parrocchia di Cella era compresa nel vicariato foraneo di Pieveottoville ed il primo parroco di cui si conosce il nome è don Angelo Tei, il quale rimase in carica fino al 1634. Non è noto se in quell’anno don Tei morì o, semplicemente, rinunciò al mandato pastorale. Fatto sta che gli succedette don Bartolomeo Mambriani, rettore dall’11 agosto 1634 al 15 aprile 1637, anno in cui rinunciò. Dal 16 aprile 1637 al 10 ottobre 1656 fu rettore don Francesco Antonio Aloni, che a sua volta rinunciò e, dall’11 ottobre 1656 al 1692 a guidare la parrocchia, fino alla morte, fu don Francesco Bodria. Rettore dal 30 ottobre 1692 al 1730 (anno della morte) fu quindi don Pierangelo Ferrarini. Ultimo parroco fu don Fabrizio Vallara, rettore dall’8 febbraio 1730 al 1767 quando rinunciò.

Una mappa dunque molto vasta e articolata di edifici sacri che, nel tempo, tra il Piacentino, il Cremonese e il Parmense, hanno fatto i conti con la furia del Po. Molto probabilmente tanti dei poveri resti che, qua e là, si trovano lungo gli spiaggioni o nei campi a poca distanza dal fiume è molto probabile che possano appartenere a queste chiese. Scomparse fisicamente ma vive nelle memorie storiche che ci sono state lasciate. Luoghi in cui i nostri antenati, nel tempo e nella storia, precedendoci, hanno vissuto momenti e momenti tristi. Le loro campane hanno accompagnato la vita delle popolazioni del fiume; i sacerdoti che si sono susseguiti sono sempre stati punti di riferimento preziosi per la gente. Del resto la Chiesa, anche quella fatta di muro (e più ancora quella spirituale) è Madre e Maestra e lo è stata anche accompagnando la vita e le vicende delle persone a ridosso del fiume. Luoghi che, nello spazio e nel tempo, seppur scomparsi, continuano a modo loro ad accompagnarci, anche quando restano pochi e poveri resti. Anche per questo il fiume va vissuto in cammino e in silenzio, avendo rispetto, e reverenza, per le tracce di storia che incontriamo e chissà che, un giorno, non si possa realizzare, sul fiume, una celebrazione che, in qualche modo, ricomprenda e faccia vivere, anche solo per un “attimo” le chiese scomparse.

Eremita del Po, Paolo Panni

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