Cronaca

Eventi, leggende e misteri
dell'Epifania in terra di Po

L’Epifania porta, in terra di Po, dal Cremonese al Casalasco, un susseguirsi di eventi che spazieranno tra musica e fede, arte e divertimento.

A Casalmaggiore, martedì, 6 gennaio, alle 21 nella chiesa di San Francesco, concerto dell’Epifania con la Società musicale Estudiantina mentre a Torricella del Pizzo, lo stesso giorno, alle 16 arriverà la Befana e, nell’occasione, si terrà anche la cerimonia di premiazione del concorso “Illuminiamo il Natale” promosso dall’Amministrazione comunale con l’obiettivo di vivacizzare il paese in occasione delle festività natalizie.

Nel frattempo, in questi giorni, sono anche già stati comunicati i nomi dei vincitori, ai quali andranno premi in generi alimentari e buoni acquisto messi a disposizione dallo storico negozio Alimentari Storti. Al primo posto si è classificata Annita Lupi; al secondo la famiglia Santi e, al terzo, Owusu Edusei. A Solarolo Monasterolo di Motta Baluffi, tutti i giorni, nel campo all’ombra della chiesa parrocchiale, si potrà ammirare il grande presepio artistico, a grandezza umana, che ormai da anni anima e arricchisce le festività natalizie.

Spostandosi più verso Cremona, ecco che nel santuario della Regina del Po di Brancere, martedì, 6 gennaio, alle 11, la messa solenne sarà celebrata dal vescovo missionario emerito Dom Carmelo Scampa mentre alle 17.30, a Spinadesco, nella chiesa parrocchiale, si terrà l’elevazione musicale “Soli Deo Gloria” con il coro Il Discanto, ensemble barocco diretto dal maestro Daniele Scolari.

Ma l’Epifania non significa solo eventi e iniziative che si susseguono lungo i territori del po. Questa antica festa porta con sé anche un carico di leggende, tradizioni e misteri. Come quello legato alla Dodicesima Notte. Basi partire dai diversi simboli di questa ricorrenza che, tra falò e befana, magi, doni e calze, richiamano da subito ad approfondire questo momento.

La doverosa premessa riguarda innanzitutto il significato di  “Epifania” che, dal greco, significa «manifestazione»; e, se nel linguaggio cristiano designa il riconoscimento e l’adorazione di Gesù Bambino da parte dei Magi, più in generale indica la manifestazione di ciò che è nascosto, e ciò sia in un contesto di tipo religioso, sia nella dimensione della vita profana.

“La dodicesima notte” è anche il titolo di quella che, secondo molti critici, è la più perfetta commedia di Shakespeare (titolo originale: “Twelfh Night”; sottotitolo: “Quel che volete”, “What You Will”), il cui titolo ha fatto impazzire generazioni di studiosi dell’opera shakespeariana: che relazione vi è tra esso e il contenuto della commedia stessa, anche considerato che questa pare sia stata rappresentata proprio il giorno dell’Epifania del 1601?

L’interpretazione più diffusa è che la notte dell’Epifania, cioè la dodicesima notte dopo quella del Natale, non abbia alcun significato in senso religioso; ma che l’Epifania, intesa nel senso profano, alluda alla sarabanda di avvenimenti inconsueti, imprevisti e imprevedibili, che caratterizzano l‘azione scenica. Tempeste, separazioni, scambi di persona, situazioni erotiche ambigue (una ragazza che si traveste da paggio e che, in tale veste, suscita la passione irrefrenabile di una gentildonna, a sua volta amata dal padrone della ragazza), agnizioni (la ragazza e il suo fratello gemello si ritrovano, dopo essersi creduti morti l’uno per l’altra), buffonate intrise di saggezza e saggezza che degenera in follia, inganni, macchinazioni e tradimenti: tutto corre allegramente, come una perfetta macchina teatrale, verso lo scioglimento finale, dove ogni cosa torna al suo posto e si risolve nell’immancabile, ma non banale, “happy end” della riconciliazione conclusiva.

Tuttavia, nonostante la concezione laica e immanente del teatro di Shakespeare e il suo impatto sul pubblico da quattro secoli a questa parte, la notte dell’Epifania rimane soprattutto quella cristiana, con l’immagine dei tre misteriosi personaggi venuti dal lontano Oriente per adorare il Salvatore del mondo ancora avvolto nelle fasce, e con quella particolare atmosfera di sospensione, di trepidante attesa, che sa di infanzia e che ha il profumo inconfondibile delle cose antiche, da sempre sapute ma non del tutto spiegabili razionalmente.

In quella notte, così come nelle undici notti precedenti, si consuma un grande mistero; il tempo pare fermarsi, forse anche per il fenomeno astronomico del solstizio d’inverno che, appunto poco prima del Natale, pone fine al progressivo, inesorabile accorciarsi del giorno e segna l’inizio del lento allungarsi delle ore quotidiane di luce. Si avverte che, in quelle dodici notti colme di stupore, qualcosa di davvero eccezionale accade nel mondo della natura, e anche al di sopra di esso; che un evento indicibile, inesprimibile, ineffabile, aleggia su ogni cosa e pervade l’atmosfera con il suo alito impalpabile, avvolgendo noi e tutto il creato in una dimensione sacrale.

Esistono delle tradizioni popolari, diffuse specialmente nell’Europa centrale, secondo le quali, nelle dodici notti sante, la natura si rivela agli uomini in una maniera assolutamente nuova e misteriosa, dopo che il ciclo vitale, a partire dalla notte di San Giovanni (24 giugno), è giunto nella sua fase cruciale, mentre l’autunno non è che la preparazione graduale a quella pienezza finale; si dice anche che gli animali, le piante e persino le pietre non rimangano estranei a questo soffio di vita segreta, il quale percorre come un fremito tutta la creazione.

E’ inoltre noto che in numerose tradizioni iniziatiche, dodici è un numero magico, che indica il ritorno al punto di partenza e il completamento di un ciclo cosmico, così come i dodici mesi dell’anno scandiscono l’orbita della Terra nello spazio intorno al Sole Le dodici notti sante fra il Natale e l’Epifania sono il momento sacro per eccellenza e un concetto simile era già presente nell’antichità pagana: si pensi ai Saturnali, che duravano dal 17 al 23 dicembre (calendario stabilito dall’imperatore Domiziano), ma soprattutto al Dies Natalis Solis Invicti, il giorno della nascita del Sole Invitto, il cui tempio venne consacrato dall’imperatore Aureliano il 25 dicembre del 274.

Senza dimenticare  che la festa del dio d’origine persiana Mithra, connessa, attraverso una serie di passaggi di natura sincretista, con il culto di Dioniso, veniva celebrata in Oriente la notte del 24 dicembre, la vigilia del Natale cristiano. La fusione delle tre tradizioni- solare, mitraica e cristiana – si deve a Costantino e inoltre occorre ricordare che nei Paesi cristiani ortodossi, che seguono tuttora il calendario giuliano, la nascita del Signore viene celebrata il giorno stesso dell’Epifania, per la differenza di tredici giorni che intercorre rispetto al calendario gregoriano.

La decisione di Costantino fu dettata certamente da ragioni politiche e cioè da una voluta ambiguità fra la solennità principale del culto del Sole Invitto e quella dei seguaci di Gesù Cristo, ma comunque resta il fatto che il periodo compreso fra il solstizio d’inverno e la prima settimana di gennaio (che, nell’antico calendario romano di Romolo, non era il primo mese dell’anno, poiché il primo era marzo) è stato considerato dai nostri antichi progenitori, da tempi immemorabili, un periodo sacro, legato al mistero della morte e della rinascita e, quindi, al ciclo eternamente rinnovantesi delle forze vitali in seno alla natura.

L’Epifania di certo non si esaurisce con alcune reminiscenze di carattere storico e anche le tradizioni hanno permesso il perpetuarsi di alcuni momenti che dovevano assumere significati particolari: e l’Epifania, appunto, è forse il più importante tra questi. Usanza remota e caratteristica è l’accensione del ceppo, grosso tronco che dovrà bruciare per dodici notti.

E’ una tradizione risalente a forme di culto pagano di origine nordica: essa sopravvive l’antico rito del fuoco del solstizio d’inverno, con il quale si invocavano la luce e il calore del sole, e si propiziava la fertilità dei campi. E non è un caso se il carbone che rimane dopo la lenta combustione, che verrà utilizzato l’anno successivo per accendere il nuovo fuoco, è proprio tra i doni che la Befana distribuisce (trasformato chissà perché in un simbolo punitivo).

La tradizione è ancora conservata in alcune regioni d’Italia, con diverse varianti: a Genova viene acceso in alcune piazze, e l’usanza vuole che tutti vadano a prendere un tizzone di brace per il loro camino; in Puglia il ceppo viene circondato da 12 pezzi di legno diversi. In parecchie famiglie, il ceppo, acceso la sera la sera della Vigilia, deve ardere per tutta la notte, e al mattino le ceneri vengono sparse sui campi per garantirsi buoni raccolti.

In epoca medioevale si dava molta importanza al periodo compreso tra il Natale e il 6 gennaio, un periodo di dodici notti dove la notte dell’Epifania è anche chiamata la “Dodicesima notte”. Un periodo particolarmente delicato e critico per il calendario popolare, è il periodo che viene subito dopo la seminagione; un tempo quindi, pieno di speranze e di aspettative per il raccolto futuro, da cui dipende la sopravvivenza nel nuovo anno. In quelle dodici notti il popolo contadino credeva di vedere volare sopra i campi appena seminati Diana con un gruppo più o meno numeroso di donne, per rendere appunto fertili le campagne.

Nell’antica Roma Diana non era solo la dea della luna, ma anche la dea della fertilità e nelle credenze popolari del Medioevo Diana, nonostante la cristianizzazione, continuava ad essere venerata come tale. All’inizio Diana e queste figure femminili non avevano nulla di maligno, ma la Chiesa cristiana le condannò in quanto pagane e per rendere più credibile e più temuta questa condanna le dichiarò figlie di Satana.

Diana, da buona dea della fecondità diventa così una divinità infernale, che con le sue cavalcate notturne alla testa delle anime di molte donne stimola la fantasia dei popoli contadini. Da qui nascono i racconti di vere e proprie streghe, dei loro voli e convegni a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno. Nasce anche da qui la tradizione diffusa in tutta Europa che il tempo tra Natale ed Epifania sia da ritenersi propizio alle streghe. E così presso i tedeschi del nord Diana diventa Frau Holle mentre nella Germania del sud, diventa Frau Berchta.

Entrambe queste “Signore” portano in sé il bene e il male: sono gentili, benevole, sono le dee della vegetazione e della fertilità, le protettrici delle filatrici, ma nello stesso tempo si dimostrano cattive e spietate contro chi fa del male o è prepotente e violento. Si spostano volando o su una scopa o su un carro, seguite dalle “signore della notte”, le maghe e le streghe e le anime dei non battezzati. Strenia, Diana, Holle, Berchta: da tutto questo complesso di streghe, prende  finalmente il volo sulla sua scopa una strega di buon cuore: la Befana.

Valicate le Alpi, la Diana-Berchta presso gli italiani muta il suo nome e diventa la benefica Vecchia del 6 gennaio, la Befana, rappresentata come una strega a cavallo della scopa, che, volando nella dodicesima notte, lascia ai bambini dolci o carbone. Come Frau Holle e Frau Berchta, la Befana è spesso raffigurata con la rocca in mano e come loro protegge e aiuta le filatrici.

Chissà che, in terra di Po, a proposito di streghe e di leggende non sia l’occasione per incontrare la Borda, una delle streghe più popolari delle terre di fiume. La nebbia, del resto, è capace di anche di nascondere e far rivivere fantastiche creature. Fra stagni e paludi, canali, lanche e bodri, in certi giorni d’inverno la bruma diventa la protagonista incontrastata, ed ecco che torna d’attualità la leggenda della mostruosa “Borda”: una strega acquatica, del tutto spettrale che appariva, durante le giornate di bruma  emergendo dalle acque delle paludi e delle lanche, bendata e dall’orribile aspetto.

Si narra che ogni forma umana che incontrasse venisse uccisa. Ma questo essere era tanto orribile quanto era grande la paura per le zone paludose, stagni e canali. Un mostro che veniva nominato dagli adulti per incutere timore ai bambini e convincerli quindi a stare lontani dai luoghi pericolosi. E se non incontrerete la Borda ecco che all’improvviso potrebbe comparire la Giubiana, un fantoccio, che rappresenta un’altra strega, magra e dalle gambe lunghe che si muove di albero in albero facendo spaventare soprattutto i bambini.

La tradizione della Giubiana, nel mondo agricolo ha un’origine molto antica e, come noto, l’anno è sempre stato scandito da ricorrenze periodiche, che accompagnavano i ritmi delle stagioni e che in qualche modo permettevano, di sentirsi partecipi dei cicli della natura. Attraverso feste e ricorrenze, erano quindi rivissuti simbolicamente i cicli della natura, in particolare il passaggio tra le stagioni morte e quelle del risveglio primaverile. Nei secoli passati la narrazione popolare ha creato svariate leggende, e così Giubiana  é diventata una figura femminile, da scacciare simbolicamente insieme ai rigori dell’inverno.

Ma tra un albero e l’altro, tra lanche e sterrati potrebbe comparire la Palpastriga che, secondo la narrazione popolare, spaventa e disturba coloro che incontra avvolgendoli in ragnatele oppure potrebbe presentarsi la Castracagna, figura storica e semi-leggendaria accusata di stregoneria che avrebbero provocato inondazioni del Po.

E’ sufficiente lasciarsi accompagnare dall’atmosfera del fiume, anche quando tutto sembra nascosto, per tornare all’essenziale, immergersi nei profumi di un tempo e vivere in un tempo sospeso tra realtà e fantasia.

Tornando, infine, alla festività dell’Epifania e alle storiche figure dei Magi  venuti dal lontano Oriente per adorare il Salvatore del mondo ancora avvolto in fasce,  le diverse chiese occidentali e orientali ne hanno tramandati diversi. Gaspare, Melchiorre e Baldassarre sono quelli più accreditati per la tradizione occidentale. Melchiorre è il più anziano e il suo nome deriva da Melech, “Re”; Baldassarre deve probabilmente il proprio nome al re babilonese Balthazar; Gasparre, o Galgalath, per i greci, significa “signore di Saba”. Un’altra tradizione vede Baldassarre come Re dell’Arabia, Melchiorre come Re della Persia e Gaspare come Re dell’India.

Ma sul nome e sulla provenienza dei re magi non c’è nulla di certo. Basti pensare che i cristiani cinesi sostengono che almeno uno di loro provenisse dalla Cina. Di loro si dice che fossero Sapienti, giunti da Babilonia, o sacerdoti di Zoroastro. Alcune leggende li vogliono Re venuti da terre lontane, Arabia, India, perfino Cina. E tuttavia non vi è alcuna informazione certa sul fatto che essi fossero davvero sovrani. Giunsero seguendo una stella cometa, e dunque è presumibile che fossero astronomi, o comunque edotti nella scienza del cielo. Sono ovviamente protagonisti del Presepe e si fatto segnano il coronamento della venuta di Gesù Bambino, perché il loro arrivo davanti alla capanna, con i famosi doni, celebra il riconoscimento di Gesù non solo da parte di umili pastori, ma anche agli occhi del mondo degli uomini di sapere.

La loro venuta coincide con la fine delle Feste, l’Epifania, e con l’inizio di una grande storia molto più vasta ed importante. A questo riguardo è giusto parlare di un personaggio quasi mai menzionato, che infittisce  ancora di più un mistero antico di oltre duemila anni. Si tratta del cosiddetto quarto Re Magio che è presente nella tradizione cristiana da molto tempo, sebbene non sia stato menzionato in nessun Vangelo.

Molte leggende raccontano di questo quarto Re Magio, che non giunse mai a Betlemme e non incontrò mai Gesù, semplicemente perché non arrivò in tempo all’appuntamento con i suoi compagni e si perse lungo la strada. Si dice che la sua ricerca vana sia continuata per sempre, che per tutta la vita lui abbia continuato a vagare alla ricerca di quel Bambino unico e speciale.

Tra gli evangelisti solo San Matteo menzionò i Re Magi nel suo Vangelo: “Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo.” (Matteo 2,1-2). Di fatto neppure lui si espresse su quanti fossero i Re Magi e da nessuna parte è attestato che fossero soltanto tre. Solo le leggende successive ne hanno individuati tre.

È possibile che il numero dei Magi sia stato definito dalla volontà di codificare questi personaggi in base al loro valore simbolico. Il numero 3 ricorre spesso nelle Sacre scritture e come altri numeri è investito di un significato preciso. Come il numero 1 simboleggia per esempio l’unicità di Dio, il numero 7 la totalità e la completezza, il numero 12 la pienezza umana, così il numero 3 rimanda alla Santissima Trinità, e non solo. Come il numero 7 o il numero 10 anche il numero 3 è simbolo di perfezione e completezza. Tre furono i viandanti a visitare la tenda di Abramo. Tre sono i giorni che intercorrono tra la morte e la resurrezione di Gesù, e in questa accezione il numero 3 diviene simbolo di nuova vita, di una completezza intesa in un senso ancora più elevato.

Il quarto Magio, secondo le leggende, si sarebbe chiamato Artaban. Pare provenisse dalla Persia e, come gli altri tre Magi, scorse la Stella cometa nel Cielo e riconobbe in essa il segno di un grande prodigio. Come noto i Magi offrirono al Bambino tre doni: oro, incenso e mirra. Anche per quanto concerne i doni la scelta non è dettata dal caso. L’oro era uno dei metalli più preziosi, esclusivo appannaggio dei Re, e con esso il Magio Melchiorre riconosceva la regalità di Gesù.

Per quanto riguarda il dono di Gaspare, era abitudine comune utilizzare essenze e incensi per onorare gli dei, quindi l’incenso che lui offre a Gesù è un modo per affermarne la natura divina. Infine Baldassarre portava la mirra, utilizzata per produrre un unguento prezioso usato a scopo estetico, ma anche per il culto dei morti. Essa rappresenta l’investitura di Gesù a Re e Dio, e in un certo senso la Sua eternità, poiché lo stesso unguento che gli viene donato alla nascita sarà quello con cui verrà composto il Suo corpo deposto dalla Croce. Il quarto Re Magio, Artaban, portava con sé tre perle da donare a Gesù, grandi come uova di piccione e bianche come la luna, oppure, secondo altre tradizioni, una perla, uno zaffiro e un rubino.

Tuttavia Artaban non riuscì ad incontrarsi con gli altri Re Magi all’orario stabilito per la partenza, così si mise in viaggio da solo per trovare Gesù. Ma lungo il cammino incontrò molte persone povere e in difficoltà, e a loro fece dono del prezioso tesoro che avrebbe dovuto portare al Re dei Re. Una perla la donò a un vecchio moribondo, dopo averlo assistito e curato. Una perla la usò per riscattare una giovane donna resa schiava. Una perla la utilizzò per salvare un bambino che stava per essere ucciso da un soldato di Re Erode.

Uno degli autori che ha dedicato la propria attenzione alla storia di Artaban è Henry Van Dyke pastore della Chiesa presbiteriana, che nel 1896 scrisse il libro “Artaban, il quarto Re” nel quale racconta la storia del quarto Re Magio e delle sue perle, accompagnandolo nel suo lungo e inesausto viaggio alla ricerca di Gesù. Per tutta la vita Artaban continuò a viaggiare, raccogliendo indizi, cercando informazioni su quel Bambino a cui avrebbe voluto rendere omaggio, guidato da una stella. Alla fine, dopo trentatré anni,  ormai vecchio e sfinito dal suo peregrinare, giunse a Gerusalemme. Era il periodo di Pasqua, e la città era attraversata da un particolare fermento, perché un uomo, Gesù di Nazareth, stava per essere giustiziato per essersi proclamato Figlio di Dio. Così, quando ormai credeva di aver fallito, di aver dedicato tutta la propria vita ad inseguire un sogno irraggiungibile, Artaban si trovò davanti il Bambino tanto cercato, e nel momento più alto e drammatico della Sua missione nel mondo.

Artaban, in punto di morte, dialoga così con una voce dolcissima che gli si rivolge nei suoi ultimi momenti:
Artaban: “Ah, Maestro, ti ho tanto cercato. Dimenticami. Una volta avevo preziosi regali da offrirti. Adesso non ho più nulla.”
Gesù: “Artaban, tu mi hai già dato i tuoi doni.”
Artaban: “Non capisco, mio Signore.”
Gesù: “Quando ero affamato, mi hai dato da mangiare, quando avevo sete, mi hai dato da bere, quando ero nudo, mi hai vestito. Quando era senza un tetto, mi hai preso con te.”
Artaban: “Non è così, mio Salvatore. Non ti ho mai visto affamato, e neanche assetato. Non ti ho mai vestito. Non ti ho mai portato nella mia casa. Per trentatré anni ti ho cercato, ma non ho mai visto il tuo volto
e non ti ho mai aiutato, mio Re. Non ti ho mai visto fino ad oggi.”
Gesù: “Quando hai fatto queste cose per l’ultimo, per il più piccolo dei miei fratelli – tu le hai fatte per me.”

È chiaro il riferimento a Matteo 25,35-40: 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Così finisce il viaggio di Artaban, il quarto Re Magio, che non giunse mai a Betlemme, ma che dimostrò per tutta la vita una generosità tale da rendere Gesù fiero di lui.
Altre tradizioni su Artaban lo vedono ramingo per il mondo, tormentato dalla vergogna per non aver saputo mantenere i doni per Gesù, ma anche in queste versioni alternative la voce di quest’ultimo prima o poi gli giunge in sogno per tranquillizzarlo e ringraziarlo per tutto il bene che ha saputo fare.
Il significato della sua storia non cambia: ogni gesto di generosità compiuto nei confronti di chi è povero, infelice, solo, disperato e in difficoltà è un gesto d’amore nei confronti di Gesù. Artaban, il quarto Re Magio, è un modello per tutti che va ben oltre il Natale.

Paolo Panni, Eremita del Po

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