Cronaca

Non maltrattò la figlia: papà
assolto. "No volontà vessatoria"

Per la mamma indiana, che è in carcere, la sentenza è diventata definitiva

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Non maltrattò la figliatroppo emancipata” che secondo la madre non seguiva le regole dettate dalle tradizioni culturali della propria famiglia. Sul banco degli imputati, oltre alla mamma, una 50enne indiana, in carcere con una condanna definitiva a 3 anni e 6 mesi, c’era finito anche il padre, oggi assolto con formula piena. L’uomo era stato denunciato in un secondo momento dalla figlia, quando lei era già in una comunità protetta. Era accusato di concorso nei maltrattamenti nella forma omissiva. Non avrebbe, cioè, impedito, le violenze da parte della moglie.

Una famiglia all’antica, quella della ragazza, oggi maggiorenne. Una famiglia da anni residente nel cremonese ma che faceva fatica ad integrarsi, con l’unica figlia femmina che si ribellava alle imposizioni.

La mamma l’aveva maltrattata per dieci anni, dal 2010 al 2020, picchiandola abitualmente e colpendola con violenza con il mattarello e con un bastone. In varie occasioni le aveva afferrato i capelli, schiaffeggiata, le aveva lanciato contro il viso una chiave inglese, colpita con un bicchiere di vetro, ustionata a un braccio con un mestolo incandescente. La donna le impediva di uscire con le amiche, di partecipare ad attività extra scolastiche, obbligandola durante il giorno a svolgere lavori domestici. E niente amicizie maschili.

L’avvocato Simone

“Pulivo, preparavo la cena per tutta la famiglia e studiavo la notte”, aveva raccontato la giovane nella sua testimonianza. “In casa non era libera”, aveva raccontato una sua compagna del liceo. “Non poteva usare il cellulare, doveva fare i lavori di casa e quindi era costretta a studiare la notte. A scuola era molto brava. La mamma la picchiava, non voleva che continuasse a studiare. Voleva farla sposare in India. Un giorno a scuola le ho visto una bruciatura sul braccio”.

Nel processo, il padre era rappresentato dall’avvocato Marco Simone. Per l’imputato, il pm Andrea Figoni aveva chiesto la stessa pena della moglie, ma i giudici lo hanno assolto, accogliendo le tesi difensive. L’avvocato Simone ha parlato di un “racconto generico” della ragazza riguardo alle presunte responsabilità del padre, e di “contraddizioni” rispetto alle dichiarazioni rese in aula dai compagni di classe. “Il padre non le aveva mai vietato di partecipare a gite o ad attività extrascolastiche”. Per la difesa, “mancava la prova della volontà vessatoria“.

“Il mio assistito”, ha poi aggiunto il legale della difesa, “faceva il mungitore ed era in stalla praticamente dalla mattina alla sera: il primo turno dall’1,30 alle 6 di mattina, il secondo dalle 9 alle 10,30, il terzo dalle 13,30 alle 18 e il quarto dalle 20,30 alle 21. Anche i festivi e straordinari compresi”.

Per l’accusa, l’uomo avrebbe dovuto impedire che la moglie alzasse le mani contro la ragazza, ma secondo la difesa, non sempre la consorte gli riferiva di aver picchiato la figlia. Nel comportamento del papà, per l’avvocato Simone, “non è emersa la prova del dolo  e della volontà di umiliare e vessare la giovane”. La difesa ha ricordato anche il periodo in cui la madre era stata costretta a letto per tre mesi a causa di un intervento chirurgico. “In quel lasso di tempo”, ha detto l’avvocato Simone, “la stessa figlia ha ammesso che il padre l’aveva aiutata a portare avanti la casa, anche nelle faccende domestiche“.

Nei due distinti procedimenti contro  i genitori, la figlia era parte civile.

Sara Pizzorni

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