Borghi diffamato con un tweet
L'imputato: "Non sono io l'autore"
Secondo la difesa, "non si tratta di un post originale, ma di uno screenshot alterato o artefatto". Il senatore Borghi, presente in aula, a processo è parte civile
“Non sono io l’autore di quel tweet”. Lo ha sostenuto davanti al giudice, Alessandro, cremonese, ingegnere informatico e analista programmatore, accusato di aver diffamato in rete il senatore della Lega Claudio Borghi, 55 anni, milanese. La pubblicazione del post, avvenuta all’interno di una discussione pubblica sul social X, conosciuto fino al 2023 come Twitter, risale al 5 gennaio del 2020, all’epoca in cui Borghi era presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.
“Claudio faceva reddito impolpettando derivati con titoli tossici in Deutch Bank, fu accompagnato alla porta per questo, invitandolo alle dimissioni”. Questo il testo del tweet diffamatorio che faceva riferimento a quando il futuro senatore era managing director in Deutsche Bank.
L’imputato, che oggi si è difeso, ha detto di non aver mai conosciuto di persona il senatore Borghi. “Sapevo che era un politico della Lega e commentavo i suoi post“, ha riferito, asserendo di essere venuto a conoscenza di quel tweet quando gli era stata notificata la querela. “Non si tratta di un post originale“, ha affermato Alessandro, “ma è uno screenshot alterato o artefatto che è stato pubblicato sul mio account da un altro utente con il nome di Mario Rossi“. “Tra l’altro”, ha specificato l’imputato, “Deutch Bank è scritto in modo sbagliato, e poi io alla fine dei miei messaggi aggiungo sempre tre puntini di sospensione che qui non ci sono. Inoltre il post è stato pubblicato alle 20 di un giorno in cui mi trovavo in vacanza in Danimarca, cosa che posso documentare, e ad un orario in cui ero sicuramente a cena. E’ stato Mario Rossi a pubblicare lo screenshot, e su Twitter di Mario Rossi ce ne sono tantissimi”.
Mario Rossi, però, era anche il nome della persona che aveva segnalato il post a Borghi. “Una persona che non conosco mi aveva girato quella frase”, aveva detto il senatore dell’udienza del 24 ottobre scorso. “La mia vita professionale è immacolata“, aveva spiegato il politico, che a processo è parte civile. “All’epoca c’era la crisi dei titoli derivati, ma il mio ruolo in Deutsche Bank nulla aveva a che fare con quella questione. Io lavoravo in tutt’altro settore, facevo solo intermediazione”. “Con la banca ho chiuso il mio rapporto dopo vent’anni di lavoro in cui avevo raggiunto il massimo livello di dirigenza“, aveva aggiunto Borghi. “Tra l’altro l’avevo detto in anticipo che mi sarei ritirato. Non ho mai avuto alcun tipo di contestazione da parte della banca sul mio operato“.
Nel 2009, dopo essersi ritirato dal lavoro nei mercati finanziari, prima di intraprendere l’attività pubblica, Borghi si era dedicato all’insegnamento come docente di economia degli intermediari finanziari, economia delle aziende di credito ed economia dell’arte presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il tweet del cremonese era stato pubblicato “nel corso di una discussione alla quale avevano partecipato numerose persone, anche note”, aveva sottolineato il senatore. “Si trattava di una discussione provocatoria nei miei confronti, in particolare sui miei redditi nell’attività politica. Ci sono milioni di persone che non vedono l’ora di accusarmi di aver fatto chissà che cosa in passato, e se appena trovano qualcosa non perdono l’occasione. Sono una persona attiva nel mio ruolo e la mia reputazione è costantemente a rischio. Qui si tratta di circostanze false e pregiudizievoli“.
“Le indagini sull’autore del tweet, come aveva spiegato il legale di parte civile, l’avvocato Mattia Celva, del Foro di Trento, “sono state effettuate a Trento, in quanto è lì che è stata sporta querela, ma il processo si svolge a Cremona in quanto la Cassazione stabilisce che quando la diffamazione avviene attraverso la rete, come in questo caso, e non si riesce a risalire al luogo dell’effettivo caricamento del contenuto su internet, bisogna far riferimento al domicilio dell’imputato. E anche a prescindere dall’accertamento tecnico sul titolare del profilo sui social, se ci sono nome e cognome e una foto e se questa persona non ha mai presentato una denuncia per ‘furto di identità’, deve essere in grado di dimostrare che non si tratta di lui”.
L’imputato cremonese è assistito dall’avvocato Antonio La Rosa, di Verbania. Il 27 marzo sarà pronunciata la sentenza.
Sara Pizzorni