Botte dal marito, vittima reticente: "E' una cosa normale nelle nostre famiglie"
A smentire la donna, le intercettazioni ambientali. Denuncia sporta dalla figlia e dall'assistente sociale
“Raramente mio marito mi ha picchiata, ma comunque è una cosa normale nelle nostre famiglie. Magari succedeva quando lui tornava a casa dal lavoro e vedeva che non era ancora pronto in tavola“. Lo ha sostenuto davanti ai giudici una 46enne indiana che sarebbe stata vittima di maltrattamenti da parte del marito, un connazionale di 53 anni che è finito a processo. Una testimonianza, quella della donna, piena di contraddizioni e a dir poco reticente, tanto che il presidente del collegio l’ha l’ha invitata più volte a dire la verità, spiegandole le conseguenze penali in cui potrebbe trovarsi.
Nulla, nemmeno davanti alle contestazioni del pm Francesco Messina che le ha letto quanto aveva dichiarato a suo tempo alle polizia, che l’aveva sentita per ben tre volte. A processo la donna non è parte civile e non era stata nemmeno lei a sporgere denuncia. Lo avevano fatto la figlia, anche lei vittima di maltrattamenti, e l’assistente sociale che frequentava l’abitazione per far fare i compiti ai figli della coppia.
La 46enne è in Italia dal 2008. Un anno prima si era sposata in India con l’imputato, poi la coppia, genitori di due figli, un maschio di 12 anni e una femmina di 16 anni, si era trasferita nel cremonese.
“Mi era proibito usare i soldi di mio marito”, aveva detto la donna all’epoca dei fatti. Oggi, invece, ha sostenuto il contrario. L’indiana ha ammesso solo i litigi. “Nulla di grave”, ha sostenuto. “Non mi diceva parolacce”, ha detto oggi sotto giuramento, mentre quando era stata sentita aveva dichiarato che “è normale l’utilizzo di parolacce da parte del marito in momenti di rabbia“. All’epoca, quando le era stato chiesto se voleva protezione, aveva rifiutato, sostenendo di aver paura delle conseguenze. Circostanza che oggi ha negato.
“Sono stata picchiata solo una volta”, ha ammesso, “ma ero stata io la prima a colpirlo nel corso di una lite”. E ancora: non è vero che ho fatto vedere all’assistente sociale un occhio nero e un taglio sul braccio“. Secondo l’accusa, la donna sarebbe stata colpita dal marito con un manico di scopa in modo così violento da romperlo. “Non è vero”. Ma a smentirla ci sono le intercettazioni ambientali di lei che aveva confidato quell’episodio alla figlia. Su questo, altra contestazione. “Non è successo niente”, ha ribadito lei.
Il capo di imputazione parla di violenze fisiche e psicologiche messe in atto a partire dal 2023 dal marito, che talvolta abusava di alcol, di ingiurie, di lui che avrebbe leso la sua dignità come madre, moglie e donna. “Cagna, bastarda, sei una tassa, oltre a mangiare non sai far altro, mi hai reso la vita un inferno, non sai far bene un c…, che disastro”.
Le avrebbe anche precluso ogni forma di autonomia. E poi le botte: sul corpo della moglie, lividi, tagli, escoriazioni, utilizzando un bastone di legno o uno di ferro lungo quanto un manico di scopa.
L’uomo, assistito dall’avvocato Alessandro Vezzoni, ha la misura del divieto di avvicinamento alla moglie e ai figli e gli è proibito avere contatti con la moglie. “Siamo ancora in contatto“, ha spiegato però la donna, rispondendo ad una domanda del presidente del collegio. “Lo sento per telefono”.
Si torna in aula il 31 marzo.