Cronaca

"Privata di dignità, autonomia e libertà". Suoceri e cognato a processo: "Condanna"

Il pm ha chiesto una pena di quattro anni e sei mesi per ciascuno dei tre imputati accusati di maltrattamenti. Vittima, una giovane donna egiziana

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Un “quadro di violenza domestica strutturata e continuativa” e una “sopraffazione familiare” che “ha privato la vittima di dignità, autonomia e libertà“. Così il pm Paolo Rizzardi nelle conclusioni del processo contro un’intera famiglia accusata di aver maltrattato una giovane egiziana.

Il pm ha chiesto una pena di 4 anni e sei mesi ciascuno per i tre imputati, che sono i suoceri e il cognato della ragazza. Il marito,  già processato con il rito abbreviato, era già stato condannato a sei anni per violenza sessuale e maltrattamenti e ad un risarcimento di 15.000 euro. Condanna confermata anche in Appello.

“Una violenza tollerata e condivisa“, ha a sua volta sostenuto l’avvocato di parte civile Antonella Viola, che per la sua assistita ha chiesto il risarcimento del danno. Gli imputati sono difesi dall’avvocato Mario Tacchinardi, secondo il quale, al contrario, “non c’è alcun riscontro oggettivo” su quanto dichiarato dalla presunta vittima.

L’avvocato Viola

Mi trattavano come una schiava, con botte, obblighi, umiliazioni e offese”, aveva raccontato in aula la giovane, oggi 23enne, in una lunga deposizione nascosta dieto un paravento per non incrociare gli sguardi degli imputati.

La ragazza si era sposata a 18 anni con il connazionale che su di lei aveva usato violenza la prima notte di nozze. L’egiziana aveva raccontato di aver espresso al marito le sue paure sul primo rapporto sessuale e di voler aspettare, ma lui l’aveva presa per mano, condotta in camera da letto e con la forza spogliata e fatta sdraiare. “Io piangevo”, aveva raccontato la vittima, che dopo il rapporto violento era stata costretta ad andare in ospedale per farsi suturare.

Prima del matrimonio lui le aveva fatto tante promesse, tra cui quella che lei avrebbe potuto andare avanti a studiare. E invece tutto era cambiato. All’inizio i due neosposi erano andati a vivere da soli, ma lei era costretta a recarsi a casa dei suoceri per fare le pulizie e cucinare, altrimenti il marito la picchiava.

Nel 2020 i due si erano trasferiti nella casa dei genitori di lui, dove vivevano anche il fratello e la moglie, e lì era iniziato l’incubo: “ero costretta a fare i lavori di casa anche se stavo male”, aveva riferito la 23enne al giudice, “non ho più potuto andare avanti a studiare, mi è stato tolto il telefono e me ne hanno dato uno senza internet e con una nuova scheda. Quando chiamavo i miei genitori, mio marito era sempre presente e doveva sentire ciò che dicevamo”.

L’avvocato Tacchinardi

E poi c’erano le botte. Tante: sia dal marito che dal suocero, che quando lei voleva andare a trovare la sua famiglia aveva preso una cintura e l’aveva picchiata, così come aveva fatto anche il marito. In un’altra occasione, quando lei aveva chiesto soldi al suocero, lui l’aveva spinta dalle scale. “Non ho mai saputo che busta paga avesse mio marito”, aveva raccontato la donna. “So che lui consegnava i soldi al padre. Le donne di casa non dovevano entrare nella vita personale della famiglia. Di certo loro nella nostra vita erano sempre presenti. Facevano così anche con mia cognata, ma lei era remissiva, accettava le imposizioni”.

Tre mesi dopo il matrimonio la ragazza era rimasta incinta, ma nel marzo del 2020 aveva perso il bambino. “Ero comunque obbligata a fare i lavori di casa, anche se non stavo bene”, aveva raccontato la ragazza. “Per loro”, riferendosi in modo particolare ai suoceri, “il bambino non era importante. Mi dicevano, ‘meglio che muoia’, e che se non andavo avanti a fare le pulizie non ci avrebbero più dato i soldi per vivere”. “Non stavo bene e non mi permettevano di andare in ospedale“, aveva detto ancora la 23enne. Quando era riuscita ad andarci, era ormai troppo tardi. “Il bambino era morto da due settimane“.

In seguito la ragazza era tornata a vivere a casa dei suoi genitori, ma suo marito l’aveva poi convinta a tornare dai suoi, assicurandole che le cose sarebbero cambiate. Non era stato così. Nel frattempo la giovane era riuscita ad avere un altro figlio. “Aveva quattro mesi e picchiavano anche lui per fare male a me”, aveva detto la 23enne, che aveva raccontato di quella volta che il suocero l’aveva chiusa a chiave per tre ore in una stanza e le aveva preso il bambino. Era successo nell’agosto del 2021, qualche settimana prima che lei uscisse definitivamente da quella casa. Spariti anche gli 800 euro che i genitori di lei le avevano dato e che lei aveva custodito in un salvadanaio.

Mi hanno cacciata”, aveva raccontato la giovane egiziana, che ancora una volta era tornata a vivere dai suoi. “Mio marito non si è mai interessato a nostro figlio, ma aveva mandato gente della moschea per farmi tornare a casa”. Poi la denuncia, le indagini e l’iter giudiziario che si è concluso con la condanna dell’uomo.

Attualmente la 23enne vive in un’altra provincia e si è rifatta una famiglia.

La sentenza sarà pronunciata il prossimo 17 marzo.

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