Uccisa dalla legionella nella locanda: "L'evento infausto si sarebbe comunque verificato"
Parla la difesa nel processo contro la titolare della struttura dove un'anziana ospite era morta dopo aver contratto il batterio. Il pm aveva già chiesto otto mesi per omicidio colposo
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“Un metodo infallibile per debellare il germe non esiste. Lo hanno confermato consulenti e medico legale”. Lo ha ricordato al giudice l’avvocato Luca Curatti, legale della difesa della titolare di una struttura ricettiva della provincia di Cremona accusata di omicidio colposo per aver provocato la morte di un’ospite di 82 anni cremonese che aveva contratto la legionella. Per l’imputata, il pm Alessio Dinoi aveva già chiesto la condanna ad una pena di otto mesi. La sentenza arriverà il 12 marzo.
Secondo la difesa, “non è stato dimostrato il nesso tra le presunte omissioni sulla pianificazione dei controlli e l’evento infausto“. E in ogni caso, per l’avvocato Curatti, “anche se fossero state messe in atto condotte diverse, l’evento si sarebbe comunque verificato“. Il legale ha sottolineato “l’assoluta estraneità” della titolare per un addebito penale legato a profili di negligenza nella gestione della propria attività, e ha ricordato che all’epoca dei fatti un altro caso di legionella si era registrato anche all’esterno della struttura e presso l’abitazione di un vicino.
A suo tempo, all’esito delle indagini preliminari, La stessa procura aveva chiesto l’archiviazione, “ritenendo che la titolare dell’azienda avesse in concreto valutato e gestito opportunamente il rischio di tale contagio e che pertanto lo stesso non si fosse avverato in ragione di una mala gestione della stessa, ma per caso fortuito, non evitabile con le normali cautele”.

Il 22 dicembre del 2021, l’anziana ospite, rimasta vedova, aveva venduto la sua casa e nell’attesa di trasferirsi a Pisa dalla figlia aveva soggiornato con lei nella camera numero 4 della struttura dal 13 al 15 gennaio del 2022, giorni in cui era in corso il trasloco. Una volta a Pisa, la donna si era sentita male. Le sue condizioni erano precipitate e a nulla erano valsi i tentativi di salvarla da parte dei medici dell’ospedale di Pisa dove l’82enne era deceduta il 27 gennaio successivo.
La morte, come confermato in aula dal professor Giuseppe Alì, direttore del Dipartimento di medicina legale dell’Inail di Brescia, era sopraggiunta a causa di una polmonite provocata dalla legionella. “Suggestivo“, aveva affermato poi il medico, che anche nella casa confinante alla struttura sia stata rilevata la presenza del batterio. Ad aprile del 2022, nella casa vicina, si era ammalato anche un ottantenne, ricoverato in ospedale e risultato positivo alla legionella.
In seguito agli accertamenti era emerso che il batterio era presente in una minima componente in cucina, mentre in alte quantità nel rubinetto del cortile che era stato inutilizzato per molto tempo e che da poco il padrone di casa aveva iniziato a riutilizzare.
L’accusa, da parte sua, aveva parlato di “violazioni e carenze sulla pianificazione dei controlli” da parte dell’imputata, come ad esempio “la manutenzione degli impianti non adeguata: non c’era un programma di prelievi, il registro di controllo non era completo, e i campionamenti dell’acqua non sono stati effettuati nella stanza numero 4”. Il pm aveva parlato di “gestione superficiale” e di “carenze abbastanza macroscopiche” da parte della titolare della struttura. I flussaggi di spurgo dell’acqua, e cioè quei processi di pulizia meccanica degli impianti idraulici per rimuovere residui, batteri e contaminanti dalle tubature, “sono stati effettuati solo due volte in un anno e l’imputata era a conoscenza delle linee guida sulla prevenzione”. “Tutte carenze riscontrate” che per l’accusa “hanno contribuito a provocare il contagio e la morte dell’ospite”.
Lo scorso 24 luglio, in sede civile, il giudice Daniele Moro aveva ha disposto un risarcimento di 211.000 euro per la figlia della vittima, 88.000 euro per il nipote più giovane e 84.900 euro a testa per gli altri due nipoti.