Il carnevale del '46: quel sindaco con la pistola e l'assalto proletario al Ponchielli
5 marzo, Cremona festeggia il primo Carnevale dopo la guerra. Dagli archivi del Tribunale, un inedito episodio da cui emerge una società divisa tra voglia di dimenticare e rivendicazioni che esplodevano dopo anni di oppressione
di FABRIZIO SUPERTI
All’inizio di marzo del 1946 anche a Cremona ci si predisponeva, con modalità differenti, a festeggiare il primo carnevale dopo la fine del conflitto bellico e del regime fascista; una ricorrenza di piacevole condivisione che maturava in un contesto storico ancora contrassegnato da pesanti difficoltà di carattere economico e sociale.
UN DIFFICILE RITORNO ALLA NORMALITA’
Il Paese si dibatteva infatti in gravi restrizioni che affliggevano tanto il comparto macroeconomico quanto quello relativo ai singoli cittadini; questi ultimi risultavano assoggettati ad un sistema di approvvigionamento alimentare regolato da somministrazioni definite dalle autorità deputate. Attraverso l’impiego di tessere annonarie ogni famiglia riceveva un quantitativo di generi alimentari proporzionato al numero dei componenti il nucleo abitativo.
La scarsità dei conferimenti, spesso del tutto insufficienti rispetto a quanto necessario, finiva per alimentare un vasto e lucroso mercato nero, parallelo a quello ufficiale, che procurava lauti guadagni e ulteriori tensioni fra la popolazione. Oltre alla scarsa quantità la produzione di cibi, specie il pane, veniva confezionata con ingredienti di qualità spesso scadente o di risulta; altri prodotti, tipo quelli da pasticceria, erano soggetti a rigide limitazioni in quanto impropri rispetto al vigente clima di austerità.
Alla fame si aggiungevano, inoltre, una galoppante inflazione che riduceva la capacità d’acquisto, una rilevante disoccupazione e l’inasprirsi dei conflitti sociali e politici.
A fronte di tale complessa situazione si giungeva alla serata del 5 marzo in cui era prevista la conclusione del carnevale; in diverse locali cittadini si predisponevano serate danzanti con cui festeggiare il lieto evento. Un segno del desiderio di rinascita e di una quotidianità ordinaria a lungo negata e che ora poteva dispiegarsi appieno. Gli spettacoli organizzati presso il Cittanova, palazzo Trecchi e teatro Ponchielli venivano reclamizzati prospettando la fruizione di ricchi buffet con pane bianco, paste e ogni genere di gustose leccornie.
Tale sfoggio di ricercata abbondanza finiva per suscitare irritazione e contrarietà in un gruppo di giovani, riconducibili alle posizioni del partito Comunista, che decideva di contrastare quello che veniva percepito come un affronto all’imperante penuria di generi alimentari.
UNA SORTA DI ESPROPRIO PROLETARIO
Nella serata “incriminata” un drappello di ragazzi, cresciuto poi di numero nel proseguo dell’attività di contrasto, iniziava un tour presso i luoghi delle feste, dove asportava gran parte degli alimenti presenti impiegando modalità e prassi d’azione al di fuori della liceità.
Il materiale “requisito” veniva portato in un luogo convenuto in attesa poi di completare l’operazione. Questa sorta di esproprio proletario risultava infatti propedeutico alla consegna degli alimenti sottratti ai degenti dell’Ospedale cittadino e dell’Istituto dell’Infanzia abbandonata. All’indomani, infatti, l’Economo Capo del nosocomio locale stilava una ricevuta in cui dettagliava con minuzia quanto un gruppo di reduci partigiani avesse conferito ai degenti, adulti e piccoli, della struttura sanitaria.
Un gesto meritevole ma che si era costruito attraverso diverse fattispecie di reato che saranno poste a carico di tredici soggetti identificati con certezza. L’episodio aveva creato alquanto sconcerto anche perché durante la rumorosa irruzione presso il teatro Ponchielli ne era risultato coinvolto anche l’avvocato Bruno Calatroni, dal maggio precedente a capo dell’amministrazione comunale. Le indagini, affidate alla Questura, prefiguravano infatti uno scenario in cui si delineavano i reati di oltraggio al sindaco, violenza privata e furto aggravato.
QUELLA SERA AL TEATRO PONCHIELLI

Lo stesso primo cittadino inoltrava una sorta di dichiarazione-denuncia, presentata su carta intestata del Comune di Cremona, in cui rappresentava alla Procura del Regno lo svolgersi degli eventi in quella difficile serata; a suo dire l’episodio incriminato aveva finito per produrre una vasta impressione che si era rapidamente diffusa in tutta la città.
La ricostruzione dei fatti si muoveva con l’ingresso nel teatro di una trentina di giovani che, con fare baldanzoso, iniziavano a circolare nei vari ambienti e a creare imbarazzo tra i presenti; uno di loro, estratta una bomba a mano dalla giacca, imponeva al direttore d’orchestra di far eseguire l’inno “Bandiera Rossa” fra lo stupore generale. Nel frattempo altri componenti del gruppo iniziavano ad asportare il materiale predisposto nei vari buffet innalzando il livello della tensione.
Il racconto del primo cittadino rimarcava, inoltre, come …”due di costoro, riconosciuta la persona del Sindaco, gli si slanciarono contro per percuoterlo ma, a tal punto, non si arrivò perché il sindaco estrasse la pistola minacciando di far fuoco sugli assalitori. Inoltre una squadraccia perquisì tutti i palchi ed asportò quanto di mangereccio poté rinvenire e cioè: polli, dolciumi, liquori e bottiglie di spumante”.

Alcuni di loro pare che si fossero già prodotti in episodi poco edificanti recandosi in diverse strutture di ristorazione per poi allontanarsi senza saldare quanto consumato.
La riflessione dell’avvocato Calatroni si spingeva a deplorare certi comportamenti che risultavano alquanto deleteri ed in contrasto con il nuovo contesto democratico; la sua missiva si concludeva sottolineando che …”l’aver costretto l’orchestra di una sala pubblica a suonare un inno di partito costituisce un’offesa alla dignità ed alla coscienza delle persone che si trovavano radunate al teatro Ponchielli; il gesto di minaccia compiuto ricorda anch’esso il nefasto tempo in cui le squadracce fasciste imponevano ai locali pubblici il suono dell’inno Giovinezza”.
Il richiamo del sindaco ai nefasti trascorsi del Ventennio tendeva a sottolineare come certe condotte, dispiegate specie dagli elementi più giovani e pertanto difficili da contenere, andavano necessariamente contrastate e punite in modo esemplare; una punizione propedeutica affinché i tanti facinorosi che, a suo giudizio, pullulavano in quel dopoguerra mitigassero i loro comportamenti.
Si trattava di un severo distinguo espresso da un amministratore di formazione socialista (moderata) che evidenziava una certa insofferenza verso atteggiamenti posti in essere da individui riconducibili alla componente più estrema dell’area comunista.
Fra gli esercenti danneggiati dall’indesiderato prelievo forzato compariva Remo Salti, titolare di una attività commerciale posta in Piazza del Comune; la sua deposizione, al di pari di quelle formulate dai colleghi Giulia Gerelli ed Emilio Rancati del Bar Giardino, ricostruiva gli eventi occorsi nella serata del Ponchielli dove, verso mezzanotte, mentre disbrigava il suo lavoro, si era visto circondato da una trentina di “giovinastri” che provvedevano a requisire gran parte del materiale predisposto nonché a distruggere, per semplice vandalismo, circa settanta bicchieri procurandogli un danno superiore alle trentamila lire.
LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI DI UNO DEI PROTAGONISTI
Il gruppo di giovani sarebbe stato capeggiato da un certo Giuliano Bianchini, un ventenne impiegato originario della città di Firenze; questi veniva interrogato all’indomani degli eventi dal commissario Giuseppe Montalto a cui forniva una dettagliata versione di come, a suo dire, si erano svolti i fatti incriminati.
Il giovane attivista non negava l’azione posta in essere tanto a palazzo Trecchi quanto nelle altre strutture designate per i veglioni di carnevale; nella prima destinazione era stata intimata la consegna del materiale alimentare presente in seguito depositato presso l’osteria Mellini posta in via Bissolati.
Al Ponchielli, stando alle dichiarazioni del Bianchini, si era agito con la stessa modalità senza produrre alcun incidente di rilievo; la situazione si era complicata -annotava – nel momento in cui entrava in scena il sindaco che, presenziando anch’esso alla serata, saliva …“sul palcoscenico dietro nostro invito per chiedergli spiegazioni da dove veniva la merce in questione, assicurò di non saper nulla ed intanto estraeva la pistola che gli veniva tolta da un nostro amico.
In tale occasione naturalmente nacque della confusione, per la quale parte del pubblico si diede alla fuga, trascinando con sé i tavolini su cui si trovavano bicchieri e stoviglie che caddero a terra e probabilmente finirono in frantumi. Si tenga presente che, mentre ci si spostava dal Trecchi al Ponchielli, a noi ci si accodarono elementi irresponsabili e sobillatori, dei quali non riteniamo di dover rispondere i quali, non è escluso, possano aver fatto del male.”
La testimonianza resa evidenziava alcune difformità rispetto alla disamina offerta dal sindaco ma introduceva soprattutto un distinguo relativo alla composizione iniziale del gruppo mutato tra un luogo e l’altro. Agli iniziali organizzatori del raid anti-spreco si erano, infatti, aggregati elementi estranei che avevano adottato comportamenti non in linea con le direttive impartite.
L’idea di operare questa sorta di “esproprio proletario” si era diffusa in città giungendo anche all’attenzione di Mario Garbi, ex comandante della formazione Primula Rossa, che aveva deciso di aggregarsi, con ampio seguito, agli iniziali promotori. Secondo il Bianchini la presenza di questi soggetti non gli risultava assai gradita tanto che, a più riprese, invitava il Garbi ed i suoi ad allontanarsi senza però ottenere un reale riscontro. “Tipi come lui”- esplicitava Bianchini – non li volevamo proprio al nostro seguito ma purtroppo risultò impossibile riuscire a contenerne l’azione. Da parte sua nessuna indicazione a far eseguire inni di partito nelle varie situazioni visitate quella sera.
L’ESITO DEL PROCESSO: TUTTI “PERDONATI”
Il procedimento penale a carico dei tredici imputati si doveva risolvere in un nulla di fatto; il 19 settembre del 1947 il tribunale di Cremona emetteva sentenza di “non doversi procedere per amnistia”. Il procedimento di grazia, promulgato il 22 giugno del 1946 dal Guardasigilli Palmiro Togliatti, interveniva pertanto ad annullare i previsti effetti giuridici e chiudere in maniera definitiva la vicenda del “tribolato” primo Carnevale del Dopoguerra cittadino.