Cronaca

Botte alla compagna incinta davanti ai figli piccoli: un incubo durato sette anni

A processo per maltrattamenti e lesioni c'è un 39enne. L'uomo respinge le accuse. Ha parlato di litigi reciproci e si è detto vittima della famiglia di lei

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Per sette anni, dall’ottobre del 2016 al giugno del 2023, in preda alla gelosia, avrebbe maltrattato la compagna 33enne, anche alla presenza delle figlie di 8 e 9 anni e anche quando la donna era incinta. A processo con l’accusa di maltrattamento pluriaggravato e lesioni c’è un 39enne foggiano assistito dall’avvocato Michele Barrilà. La presunta vittima è Rosa (nome di fantasia), che oltre alle botte sarebbe stata anche minacciata di morte.

Per l’accusa, nel gennaio del 2017, il 39enne, nel corso di un litigio, aveva sferrato alla compagna un calcio alla schiena, mentre nell’estate del 2019 l’aveva afferrata per i capelli, tirandoglieli. Nel luglio del 2020, dopo averla spinta sul letto e immobilizzata con il proprio corpo, le aveva stretto il volto con forza con le mani.

L’avvocato Barrilà

Il 22 maggio del 2022, invece, nel corso di una discussione avvenuta in auto l’aveva ingiuriata e colpita con uno schiaffo al volto, alla presenza delle due bambine che si trovavano sul sedile posteriore. In aula, però, la 33enne aveva precisato che le piccole stavano dormendo. In altre occasioni, lui, geloso, anche quando lei era incinta, aveva alzato le mani su Rosa, colpendola con schiaffi e pugni su diverse parti del corpo, provocandole lividi ed ecchimosi.

A fine maggio del 2022, dopo la fine del rapporto tra i due, l’imputato l’avrebbe minacciata di morte se avesse cominciato un’altra relazione: il 7 gennaio del 2023, tramite messaggi su WhatsApp, le aveva scritto: “Io veramente non ti voglio più vedere: adesso la persona che voglio vedere è l’uomo che ti frequenta, perchè non ho soddisfazione a far del male a te.

Con lui, che è un uomo come me, posso divertirmi e mi posso sfogare per bene, devo togliere questo malessere dentro il mio corpo. Non vedo l’ora di sfogare con quella persona tutta questa rabbia. L’unico sogno che ho adesso è di scannare quell’infame. Il mio cervello ormai si è bloccato, ha preso questa fissazione, e lo sai bene, fin quando non me la tolgo lo cercherò sempre, anche se sto frequentando un’altra donna, ma ricordati che io sono fatto così”.

Oggi l’imputato si è difeso, respingendo al mittente le accuse: “litigavamo tutti e due, la cosa era reciproca“, ha detto ai giudici, spiegando che qualche giorno prima che Rosa lo denunciasse, lui aveva avuto un diverbio con l’intera famiglia di lei, che oltre ai genitori ha otto fratelli, durante il quale si era passati alle vie di fatto: l’uomo era stato aggredito ed era finito in ospedale. In sostanza, secondo la sua versione, la famiglia di lei gli avrebbe teso un agguato per strada. Quando poi la compagna lo aveva chiamato, lui le aveva detto che avrebbe sporto denuncia, e a quel punto lei, a suo dire, lo avrebbe anticipato, accusandolo di averla maltrattata.

La gelosia era reciproca“,  ha sottolineato l’avvocato Barrilà: “in sette anni forse ci saranno stati tre episodi di maltrattamenti, ma per configurare il reato occorre l’abitualità della condotta”. Anche l’episodio di maltrattamento che sarebbe avvenuto quando la donna era incinta, sarebbe, secondo la difesa, “molto sfumato”: la donna aveva dichiarato di ricordarsi di essere stata nella vasca da bagno, ma di non ricordare se fosse stata colpita da un calcio o da una ciabatta.

La sentenza sarà pronunciata il prossimo 7 luglio.

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