Scuola pubblica e paritaria: investimenti e disuguaglianze nel sistema educativo italiano
Egregio direttore,
la Lega e il centrodestra chiedono (giustamente) chiarezza sui costi delle scuole paritarie a Cremona: “trasparenza sui costi”, “i dati sugli iscritti”, “quanto costa davvero un posto nelle scuole comunali”. È una richiesta legittima. La trasparenza sull’uso delle risorse pubbliche è sempre un bene, soprattutto quando si parla di servizi fondamentali come l’istruzione.
“Ma è bene ricordare che molte di queste informazioni sono già contenute nei documenti pubblici che il Consiglio comunale approva ogni anno e che sono facilmente consultabili anche online. Su questi dati, nelle prossime sedute del Consiglio comunale, verranno forniti riscontri puntuali con numeri alla mano.
A Cremona il sistema dell’infanzia coinvolge circa 1.450–1.500 bambini tra i 3 e i 6 anni. La distribuzione è indicativamente questa: 48% nelle scuole comunali, 27% nelle statali e circa il 25% nelle paritarie. Un sistema quindi già oggi “misto”, nel quale soggetti pubblici e privati convivono da tempo.
Questo dato aiuta anche a mettere il dibattito nella giusta prospettiva. Le scuole paritarie non sono una realtà marginale, ma una componente stabile del sistema educativo cittadino.
Proprio per questo il tema centrale non può essere contrapporre pubblico e privato, bensì garantire che l’intero sistema – a partire dalla scuola pubblica – disponga delle risorse necessarie per assicurare qualità educativa e pari opportunità a tutti i bambini.
Non entrerò qui nel dettaglio dei conti – c’è chi lo farà in modo più approfondito – ma questa discussione offre l’occasione per allargare lo sguardo su una questione più ampia: quanto investe davvero il nostro Paese nell’istruzione.
L’Italia continua infatti a investire meno della media europea: la spesa pubblica per l’istruzione si colloca attorno al 4,1–4,3% del PIL, contro una media europea vicina al 5%. E durante il governo guidato da Giorgia Meloni questa tendenza non è stata invertita.
Quando si parla di scuola pubblica le parole d’ordine sono spesso “razionalizzare” ed “efficientare”. Quando invece si parla di scuole paritarie, gli stanziamenti statali sono progressivamente cresciuti negli ultimi anni, arrivando a circa 700 milioni di euro annui, il livello più alto mai registrato.
Questa linea politica non nasce oggi, da anni il centrodestra sostiene il rafforzamento delle scuole paritarie in nome della cosiddetta “libertà di scelta educativa”, principio che si inserisce nel quadro del sistema nazionale di istruzione definito dalla Legge 62/2000.
In questo modello scuole statali e scuole paritarie fanno entrambe parte del sistema pubblico.
Una parte del centrodestra propone anche da tempo il modello del “costo standard per studente”, cioè un finanziamento pubblico legato all’alunno e non al tipo di scuola frequentata, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare il pluralismo educativo.
Il problema è che tutto questo avviene in un contesto economico difficile: produttività stagnante, salari che crescono poco e famiglie sempre più in difficoltà nel sostenere i costi dell’istruzione. Il rischio è che le disuguaglianze educative aumentino.
Oggi per un ragazzo che cresce nelle case popolari di una qualsiasi periferia italiana, è sempre più difficile avere opportunità educative comparabili a quelle di chi cresce nei quartieri più privilegiati. Non è un caso che in Italia la mobilità sociale sia tra le più basse dei Paesi sviluppati. Secondo studi dell’OCSE, servono in media cinque generazioni perché una famiglia a basso reddito raggiunga il reddito medio nazionale.
In questo quadro la scuola pubblica resta lo strumento principale con cui una società prova a ridurre le disuguaglianze di partenza.
Nel frattempo il precariato nella scuola resta elevato: anche quest’anno sono previste oltre 200.000 supplenze, mentre i rinnovi contrattuali non riescono a colmare il divario retributivo del personale scolastico rispetto alla media europea.
Durante un intervento a un convegno dell’Associazione nazionale costruttori edili, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha proposto di sviluppare forme di partenariato pubblico- privato nella gestione di alcuni servizi scolastici, ipotizzando modelli in cui soggetti privati possano gestire servizi della scuola per periodi lunghi, anche ventennali, con un contributo pubblico minoritario.
Nel frattempo l’aumento del budget scolastico previsto per il 2026 (circa 875 milioni di euro, pari a circa +1,5%) resta sostanzialmente allineato o leggermente inferiore all’inflazione prevista. Nello stesso periodo le scuole paritarie continuano a beneficiare di contributi pubblici in crescita, detrazioni fiscali per le famiglie e delle agevolazioni fiscali previste per gli enti non commerciali, come l’esenzione IMU.
Parallelamente, diverse analisi segnalano riduzioni di spesa complessive nell’ordine di centinaia di milioni per il sistema scolastico pubblico nel prossimo triennio, mentre una parte significativa delle risorse del PNRR dedicate all’istruzione deve ancora essere effettivamente spesa.
Secondo il ministro, l’Italia investe meno dello 0,5% di capitale privato nella scuola, contro una media OCSE più alta, e il coinvolgimento delle imprese sarebbe una forma di modernizzazione e di collegamento con il mondo del lavoro.
Ma qui sta il nodo politico di fondo: istruzione e sanità non sono servizi qualsiasi, sono diritti costituzionali. La loro funzione non è produrre profitto, ma garantire uguaglianza di opportunità.
Per questo motivo l’istruzione non può essere considerata soltanto un costo da ridurre, ma l’investimento più importante che una comunità possa fare sul proprio futuro.
Il punto quindi non è mettere in discussione l’esistenza delle scuole paritarie, che fanno parte da anni del sistema educativo italiano.
La vera domanda è un’altra: quanto e come lo Stato deve investire nella scuola pubblica per garantire davvero pari opportunità a tutti. Ed è proprio da qui che dovrebbe partire ogni discussione seria sul futuro della scuola, a Cremona come nel resto del paese, perché una società che smette di investire nella scuola pubblica non risparmia: semplicemente rinuncia al proprio futuro.