Cultura e spettacoli

Coro Vanoi: un viaggio sonoro tra le Dolomiti e l'anima della montagna

Il concerto all'Auditorium Giovanni Arvedi offre un'interpretazione emozionante delle tradizioni alpine, unendo nostalgia e lirismo in un'esperienza d’impatto

Il Coro Vanoi nell'auditorium Arvedi (foto Studio B12)
Fill-1

Il concerto del Coro Vanoi di Canal San Bovo, sabato sera all’Auditorium Giovanni Arvedi, è un’esegesi sonora dell’ambiente, fisico e antropologico, delle Dolomiti: non una semplice rassegna di canti, ma un’antologia di frammenti di vita, scolpiti nel tempo e sublimati nella melodia.

Dalle vette a corona della Valle di Primiero alle profondità dell’animo umano, l’ensemble – ospite della Fondazione Giovanni Arvedi e Luciana Buschini, entrambi presenti in sala – si fa custode e interprete dell’epica del territorio, trasfusa nel lirismo più intimo. Sono suoni e memorie di quelle tradizioni che rendono la cultura popolare della gente di montagna e la sua musica un patrimonio prezioso da salvaguardare e condividere.

La pertinenza geografica è subito definita, con progressive estensioni. L’apertura è affidata al solenne e irredentista Inno al Trentino. Quindi Le Dolomiti: quasi una musica a programma nella volontà di tradurre in suono la verticalità e l’asprezza sublime delle cattedrali di roccia. Infine la natura diviene simbolo: il fiore de La rosa delle Alpi è emblema di un sentimento delicato quanto tenace.

Il registro muta verso la narrazione folclorica con la serenata L’è tre ore che son chi soto. L’isolamento dolente e composto ispira brani struggenti come Cant de not en montagna e Me sento sol.

Nel primo Novecento, il tema della guerra si innesta sul precedente repertorio rurale, come nella trepida E col cifolo del vapore, nella disillusione de Il ritorno o nella fremente preghiera di pace di Dateci un prato d’erba, quasi una riconciliazione dello spirito.
Echi lontani caratterizzano le armonie di Belle rose du printemps, parabola valdostana di attaccamento alle origini, e di Non potho reposar, capolavoro della tradizione sarda accolto nel repertorio alpino per l’urgenza amorosa, universale e ineludibile. Gli occhi di Caterina, riflesso di uno sguardo devoto che si fa paesaggio interiore, e il vivace realismo di Al marcà de le robe vèce conducono verso la conclusione, segnata dall’intramontabile Vecchio scarpone: fatica e nobiltà di un cammino esistenziale.

Pur nell’estrema varietà di temi e situazioni musicali, i tratti comuni sono la qualità dell’interpretazione e la chiara responsabilità nei confronti del movimento corale, che trova rilevanti motivazioni artistiche, storiche e affettive nella propria cultura popolare.
Il Coro Vanoi, diretto da Paolo Scalet, ha una speciale abilità nel disporre le voci in armonici lontani, con un senso anelante a spazi infiniti e a luce vibrante. Sicura padronanza della tecnica vocale, intonazione puntualmente corretta, capacità critica nel controllo delle dinamiche illuminano una tavolozza iridescente e screziata, perfetta per campire tanto i tersi scenari alpini quanto gli orizzonti più estesi, talora contrastati, dell’anima.

© Riproduzione riservata
Caricamento prossimi articoli in corso...